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IL PUNTO “Per un nuovo sviluppo occorre tornare alle comunità territoriali e anche la politica deve scegliere”

IL PUNTO - Massimo Valentini: "Con la ristrutturazione del sistema capitalistico imposto dalla globalizzazione inevitabilmente abbiamo assistito ad una progressiva mortalità di quelle aziende ancorate a questa impostazione culturale che non aveva niente a vedere con quella che invece aveva generato il miracolo Marche"
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panorama monterubbiano

di Massimo Valentini,  Presidente Fondazione San Giacomo della Marca

In questo periodo è intenso il dibattito sul modello Marche dopo il recente studio di Svimez che ha documentato “la frantumazione delle regioni del Centro Italia”. Taluni, in genere esponenti di un certo mondo politico o accademico, insistono sull’inadeguatezza del modello delle piccole imprese e del limite della “pluralità” delle Marche, riproponendo la strada degli accentramenti dimensionali, della regionalizzazione dei servizi e delle strutture come unica strada per il recupero di efficienza. Strada che ha ampiamento mostrato la sua inadeguatezza sia in ordine ad efficienza che allo sperpero di risorse pubbliche legato ai sistemi consociativi.

Il miracolo economico del dopoguerra nelle Marche fu dovuto ad una cultura che generò un capitalismo familiare e sociale che si reggeva su tre capisaldi : il valore del lavoro e della responsabilità, la centralità della famiglia, l’appartenenza alla comunità territoriale. Questi valori generarono una esperienza di rete sociale e produttiva che portarono alla nascita dei distretti produttivi e ad una capacità competitiva che si affermò su tutti i mercati dando vita al cosiddetto modello Marche studiato in tutto il mondo. Agli inizi degli anni 70 alcune voci profetiche, come quella di Pier Paolo Pasolini, si levarono fuori dal coro nel momento del massimo splendore del miracolo economico italiano cogliendo il carattere distruttivo di una cultura che stava diventando dominante e che si fondava su valori antitetici a quella del dopoguerra, ovvero sull’affermazione di una concezione individualistica a scapito della comunità, sulla consistenza dell’umano legata all’apparire e alla capacità di consumo, sullo sgretolamento della stabilità familiare e quindi di una capacità educativa che avrebbe dovuto garantire il ricambio generazionale.

Questo dominanza culturale importata con il capitalismo liberista ebbe un effetto profondo sulla strutture delle nostre imprese che in breve tempo ebbero le seguenti trasformazioni: molte aziende si ancorarono ad una schema autoreferenziale incapaci di dialogare con un contesto in continua evoluzione, si affermò sempre più un rapporto esclusivamente di convenienza commerciale con la comunità di riferimento, presero piede piccoli lobby di potere locale che condizionarono pesantemente nel futuro i tradizionali corpi intermedi di riferimento accentuando la dimensione del localismo. Con la ristrutturazione del sistema capitalistico imposto dalla globalizzazione inevitabilmente abbiamo assistito ad una progressiva mortalità di quelle aziende ancorate a questa impostazione culturale che non aveva niente a vedere con quella che invece aveva generato il miracolo Marche.

Questa affermazione diventa ancora più convincente se andiamo ad osservare quali aziende in questa fase di profonda ristrutturazione non solo resistono, ma si sviluppano. La famiglia Loccioni ad esempio come tanti altri sono la testimonianza di una ripresa creativa della cultura che aveva generato il miracolo Marche del dopoguerra, la capacità di innovazione infatti non è una tecnica, ma una predisposizione umana forgiata da una cultura centrata sul valore della persona, sulla curiosità nel rapporto con la realtà, sulla responsabilità vissuta nella comunità territoriale in cui si appartiene, sulla umiltà di partecipare a filiere e reti ove imparare e costruire . La capacità di innovazione non si impara alla Bocconi o ad Harvard che invece sono luoghi importanti, come peraltro le nostre università regionali , per strumentare una capacità della persona che viene generata da luoghi educativi che permangono nelle nostre comunità territoriali. In tal senso possiamo concludere che “il locale è bello” perché apre al grande e che “la pluralità” è un grande valore competitivo, al contrario di quanto altri commentatori hanno affermato. Per un nuovo sviluppo occorre pertanto tornare alle comunità territoriali e anche la politica deve scegliere, o accetta il suo ruolo subalterno e funzionale ad un capitalismo che si ristruttura accentrando sempre di più un potere economico che lascia macerie sui territori oppure se lavora per sostenere il merito delle comunità territoriali capaci di creare innovazione.


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