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“Mi dicevano che ero malato: per mia madre ciò che sono non esiste” La storia di Samuele al Marche Pride (Foto)

MARCHE PRIDE– Transgender di 19 anni, si è reso conto che il suo corpo non rappresentava davvero chi era durante il lockdown del 2020. «All'Università i professori finalmente usano il mio nuovo nome ed ogni volta mi commuovo. Approvate il Ddl Zan, ne abbiamo tanto bisogno». Galeotti, presidente Aricigay Pesaro Urbino: «la Cei può dire quello che vuole, ma noi possiamo rivendicare il diritto di fregarcene altamente». In centinaia alla manifestazione in piazza Cavour
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di Martina Marinangeli (foto/video Giusy Marinelli)

Un’esplosione di musica e colori il Marche Pride, tornato ieri in presenza in piazza Cavour dopo la versione online del 2020. Marche_Pride-DSC_0494--325x216Niente corte, ma centinaia di persone arrivate da tutta la regione per rivendicare i diritti di una comunità e chiedere a gran voce l’approvazione rapida del Ddl Zan. A definire bene la posizione ci ha pensato Giacomo Galeotti, presidente Aricgay Pesaro Urbino e segretario Marche Pride: «la Cei può dire quello che vuole, ma noi possiamo rivendicare il diritto di fregarcene altamente».

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A sinistra Samuele

Tra le tante storie emerse dalla gremita – ma distanziata – adunata quella di Samuele, transgender di 19 anni che durante la quarantena del 2020 ha capito che il suo corpo non rappresentava chi era. «È dagli anni ’70 che va avanti questa lotta, ma un giorno avremo un po’ di pace. Il nostro premier ci ha rappresentato in modo più che degno, ricordando che l’Italia è uno Stato laico. Spero che il decreto Zan passi perché ne abbiamo tanto bisogno. Per quelle violenze che potrà evitare, ne varrà tutta la pena».

Marche_Pride-DSC_0611--325x216E la violenza la conosce bene Samuele, che non ne ha mai subite di fisiche, ma tante di «morali. Persone che mi hanno detto che chi è come me è malato e che mi avrebbero chiamato col mio vecchio nome. Per anni mi sono guardato allo specchio chiedendomi perché non mi piacesse il mio corpo. Ho pensato fosse il peso, e infatti mangiavo pochissimo. Poi ha dato la colpa all’altezza, ed ho quindi indossavo tacchi altissimi. Ma non erano queste le questioni. Quando ho capito che essere donna non era il posto per me, è stato così liberatorio. Quando mi chiamano Samuele, sento di poter respirare. All’università – la Bocconi di Milano – sono riuscita a farmi chiamare Samuele, anche se non è ancora il mio nome anagrafico. Ogni volta che un prof mi chiama così, mi commuovo. La mia famiglia non ha reagito molto bene, per mia madre è una cosa che non esiste». Ma la comunità Lgbtq+ è ampia ed abbraccia tante esperienze, come quella di Guido Prosperi e Mattia Lorenzetti, che mentre parlano si tengono affettuosamente per mano.

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«Mi sono dichiarato 30 anni fa ed è stato difficile – ricorda Guido –. Oggi è bello vedere i ragazzi che sono liberi di esprimersi e di dire “amo una persona”, di stringersi la mano, senza essere giudicati perché hanno un orientamento diverso. È ora di cambiare le cose. Il Ddl Zan c’è e cerchiamo di farlo passare. A lavoro, mi dicevano “ti piace il rosa” e mi prendevano in giro. Ho dovuto mettere dei paletti, ma l’amore vince su tutto». Tra i partecipanti al Pride, anche tanti eterosessuali che sostengono la causa dei diritti. Marta, 29 anni, di Macerata, sottolinea l’importanza di «farci sentire in realtà più piccole. In città come Bologna ci si sente più supportati. Il Ddl Zan riguarda la discriminazione e l’odio in generale. Io non sono omosessuale, ma sono profondamente convinta che dare diritti ad una categoria vuol dire migliorare la società in senso lato». Il senso compiuto di eventi come il Pride di oggi lo dà Maria Cristina Mochi, presidente di Agedo Marche e del comitato Marche Pride: «finalmente ritorna la visibilità di una comunità molto vasta. Il pride in presenza è stato chiesto dai ragazzi sotto i 20 anni: glielo dovevamo. Una società che, come cultura, ha l’eliminazione delle differenze non è una società civile. Sono etero, madre di un figlio gay: quando, più di 20 anni fa, ha fatto coming out, ho avuto i miei sensi di colpa. Ma ho combattuto i miei pregiudizi. Adesso, ho aiutato delle persone portandole in una delle poche case per Lgbt pe4rché le famiglie, in pratica, le avevano segregate».

 

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