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Peste suina africana, l’invito dell’Asur: «Attivare le procedure di biosicurezza»

FERMANO - È appurato che la malattia non è trasmissibile all’uomo ma le ripercussioni economiche possono rivelarsi molto pesanti. L'invito della dottoressa Tirabasso: «Per prevenire la diffusione è importante intervenire sulla biosicurezza e sul controllo dei suini, in particolare quelli allo stato brado e semibrado»
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di Alessandro Luzi

La peste suina africana sta preoccupando seriamente gli allevamenti marchigiani, tant’è che recentemente la Coldiretti Ascoli Fermo ha chiesto l’intervento della Regione per tutelare le filiere. All’incontro tecnico per l’istituzione dell’unità di crisi si è espresso l’assessore all’agricoltura, Mirco Carloni. L’invito è di adottare tutte le misure preventive necessarie ad evitare il contagio. È ormai appurato che la malattia non è trasmissibile all’uomo ma, per via della contagiosità e dell’elevato tasso di mortalità, le ripercussioni economiche possono rivelarsi molto pesanti. «È un virus aggressivo e molto contagioso – afferma la dottoressa Patrizia Tirabasso, responsabile del Servizio Veterinario Sanità Animale del Dipartimento Prevenzione dell’Area Vasta 4 di Fermo dell’Asur Marche -. Per prevenire la diffusione è importante intervenire sulla biosicurezza e sul controllo dei suini, in particolare quelli allo stato brado e semibrado. Se infatti negli allevamenti intensivi vi è un maggior controllo e quindi una maggiore possibilità di interrompere la catena di contagio, gli animali allo stato brado e semibrado diffondono il virus molto rapidamente. Perciò la recinzione è la prima forma di controllo da applicare in quanto impedisce il contatto con altri animali selvatici, attualmente non controllati. Poi è fondamentale la disinfezione degli ambienti delle filiere, mantenere i reparti separati e impedire il contatto tra il bestiame e gli animali domestici, anche questi possibile veicolo di contagio. Infine è opportuno evitare di conferire agli animali gli scarti di mensa».

In una nota del Ministero della Salute si evince che il virus circola in Europa dal 2014, in particolare nei paesi orientali. Tuttavia, proprio tramite i cinghiali, si sta spostando verso occidente. «I primi casi in Italia sono stati rilevati in Piemonte, in provincia di Alessandria – continua la dottoressa – dove sono state rinvenute due carcasse di cinghiale in cui è stato riscontrato proprio questo virus. Altro caso si è registrato in provincia di Genova. Hanno circondato le rispettive aree per un perimetro di circa 40 chilometri, e si sta effettuando un controllo certosino sugli animali. Perciò attualmente il nostro territorio non è interessato ma è necessario tenere alta la guardia perché è un virus molto contagioso ed estremamente letale. Già in Europa si sono registrati migliaia di focolai negli allevamenti domestici e nei cinghiali selvatici. Per fortuna sono stati contenuti ma si sono registrate perdite cospicue. Un’elevata circolazione andrebbe ad inficiare le produzioni di carne suina causando ingenti danni economici». Infatti, dopo il caso del Piemonte e della Liguria, dalla Cina, Giappone, Taiwan e Kuwait sono giunti i primi stop agli export di carni suine made in Italy. Proprio Pechino, nei mesi scorsi, è stata interessata da una grave epidemia di peste suina che ha causato l’abbattimento di decine di milioni di capi. «È un virus particolarmente resistente e al momento non ci sono cure – sottolinea la dottoressa Tirabasso – la diffusione avviene tramite cinghiale e in questo momento, visto l’elevato numero di questa specie sul nostro territorio, è necessario stare particolarmente attenti. I cinghiali svolgono un ruolo chiave nella diffusione del virus». Proprio durante il lockdown si è avuto un sensibile incremento di capi, talvolta avvistati anche nei centri abitati. Allora l’invito delle autorità, in attesa della diramazione di nuove misure per contenere il contagio, è di adottare tutte le misure di biosicurezza necessarie per tutelare gli allevamenti.


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