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Ex Fim, Italia Nostra: «Recuperare i terreni e poi le mura, valido esempio di archeologia industriale». Incontro dibattito di Italia Nostra

PORTO SANT'ELPIDIO - Il prossimo 11 febbraio incontro dibattito organizzato da Italia Nostra: “La Cattedrale: un abbraccio al futuro. Pensieri in divenire per un turismo esperienziale – Archeologia del presente. Archeologia del futuro"
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«Dalla fine dell’800 agli inizi del ‘900, quello dei fertilizzanti è stato un comparto dell’industria chimica in forte espansione. Il controllo dei mercati era in mano a potenti gruppi; tra questi uno dei più rilevanti è stata la Montecatini. In questo contesto si colloca la nascita della Fabbrica Interconsortile Marchigiana Fim di Porto Sant’Elpidio, uno dei primi impianti per la produzione di perfosfati in Italia. L’impianto industriale veniva inaugurato il 9 luglio del 1911 e, all’inizio, vantava una capacità produttiva di 120.000 quintali annui di concime». E’ la ricostruzione di Italia Nostra nell’annunciare un incontro dibattito, previsto per venerdì 11 febbraio, dal tema “La Cattedrale: un abbraccio al futuro. Pensieri in divenire per un turismo esperienziale – Archeologia del presente. Archeologia del futuro”.

«La sua collocazione sul territorio si giustificava, all’epoca, per aspetti funzionali e logistici. Essenziale si rilevava la vicinanza della ferrovia per le operazioni di trasporto (esiste ancora oggi il vecchio raccordo che immetteva direttamente in fabbrica), la prossimità del mare per il rifornimento di acqua e l’approvvigionamento di fosfite importata in gran parte con navi, nonché la cessione gratuita di circa due ettari dell’area ed il contributo dell’allora Comune di Sant’Elpidio a Mare. Lo stabilimento produttivo si componeva di una serie di edifici tra la ferrovia ed il mare costruiti con materiali tradizionali come il laterizio ed il legno. Allo stato attuale ciò che resta evidente della ex Fim è quella che oggi viene chiamata “Cattedrale” ed è sicuramente un preziosissimo esempio del patrimonio architettonico delle Marche. In questi casi la politica di de-industrializzazione insegna che l’unica strada da intraprendere è quella tesa alla salvaguardia e alla successiva ristrutturazione con fini di valorizzazione delle strutture, che siano stabilimenti o villaggi concepiti per le maestranze (vedi le seterie di San Leucio, in provincia di Caserta). Nella tutela di tali strutture l’associazionismo volontario in molti casi ha saputo coinvolgere anche istituzioni pubbliche e ricche fondazioni private. Espressioni di Archeologia Industriale che hanno valorizzato e valorizzano il territorio in cui siedono sono molteplici e ad essi occorre fare riferimento e porre attenzione nel recupero e nella difesa dell’area ex Fim. Alcuni esempi notevoli sono la Centrale Montemartini, a Roma, che rappresenta un caso di Patrimonio Industriale dalle eccezionali connotazioni. Sede museale all’interno del Polo espositivo dei Musei Capitolini, integra mirabilmente l’archeologia industriale all’arte classica, Villaggio operaio Crespi d’Adda, nel bergamasco, che rappresenta senza ombra di dubbio la più importante testimonianza italiana nel settore oltre ad essere un vanto del Patrimonio Industriale italiano, la Tonnara di Favignana, la cui denominazione ufficiale è ex Stabilimento Florio (vedi il romanzo di successo “I Leoni di Sicilia”), delle tonnare delle isole Favignana e Formica. Il più importante e moderno stabilimento industriale del Mediterraneo per la lavorazione del tonno, costruito nella seconda metà dell’800».

«Perché la storia e la cura del paesaggio di Porto Sant’Elpidio – la domanda di Italia Nostra – dovrebbe avere sorte diversa? Si è in procinto di atrofizzare l’intera nazione, votata alla cultura del cemento e dell’asfalto, calpestando le origini e la storia di luoghi memorabili in ragione di interessi privati, di soluzioni di comodo a favore di pochi e non per il bene pubblico. Oltre 110 anni di storia (1911), oggi rischiano di essere seppelliti da scartoffie legali e ravvedimenti inopportuni rispetto a quelle che erano le indicazioni primarie. La “Cattedrale” ha rappresentato per quasi un secolo un riferimento paesaggistico del territorio e tale ruolo è stato riconosciuto già dai primi anni di questo secolo, con uno specifico provvedimento di tutela. Ed allora, perché in tutti questi anni la salvaguardia dell’area non è stata osservata? Ed oggi si parla di demolizione forse perché riesce difficoltosa la bonifica dell’insieme, ovvero del terreno di svariati ettari e delle strutture murarie. Venti anni trascorsi invano erano sufficienti ad avviare qualsiasi azione ed oggi sicuramente Porto Sant’Elpidio poteva godere di un’area recuperata al degrado, esempio di efficienza e di amore per il territorio. A modesto parere si suggerisce che in una prima fase sarebbe opportuno concentrare ogni azione sui terreni del sito e, in un secondo momento, porre l’attenzione alle strutture in muratura. Per queste ultime, c’è da augurarsi che la scelta sia fatta con criterio, sugli interessi della comunità, nell’ottica della difesa assoluta della Cattedrale, dando alla cittadina di Porto Sant’Elpidio e a tutto il territorio un validissimo esempio di tutela di archeologia industriale».


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