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«Siamo stati isolati ma restiamo collegati» la lettera dei docenti non vaccinati del collettivo Sos ai colleghi

LA LETTERA dei docenti non vaccinati a quelli vaccinati: «Dato che alle nostre posizioni non viene riconosciuta autorevolezza, chiediamo a voi, parte “sana” e integerrima del corpo docente, di prendere posizione perché, in vista del nuovo anno scolastico, si ponga fine all’ignobile caccia alle streghe e si adottino finalmente soluzioni serie, non ideologiche, diverse dall’obbligo vaccinale e dall’esibizione di una tessera»
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(foto di repertorio)

Dal Collettivo SOS Italia riceviamo la lettera aperta ai colleghi docenti e pubblichiamo. La lettera è un’iniziativa nata da un gruppo di docenti «SOS_pesi delle province di Fermo e Macerata che si sono SOS_tenuti e aiutati», scrivono. Di seguito il testo della missiva.

Gentili colleghi,

in seguito all’emanazione del DL 172/2021 una minoranza di docenti è stata emarginata dalla vita della comunità professionale alla quale appartiene. Vi scriviamo dalla nostra quarantena di colleghi isolati, ma non scollegati dalla realtà. Con alcuni di voi il rapporto umano non si è mai interrotto, ma alla fine di quest’ anno sentiamo il bisogno di riallacciare un dialogo anche con gli altri, dando voce al nostro dissenso finora silenzioso o silenziato.

Senza sottostare alla regola della premessa di rito che abilita alla parola, del tutto indifferenti al colore della spia che segnala il nostro status, affermiamo che l’adesione ad un trattamento sanitario deve essere frutto di una scelta libera e consapevole, non imposta in forza di un obbligo (…). Rifiutiamo con decisione che la sfera del bios si trasformi nella nuova frontiera sulla quale chi ha il potere di dettare le condizioni, impone la sua supremazia.
– “O ti vaccini o muori”- sentenziò qualcuno.
– “Di fame” – aggiungiamo noi.

È lecito non condividere questa sensibilità nei confronti del corpo, ma riteniamo che tutti – e in particolare il legislatore- debbano rispettare l’istanza di autodeterminazione personale su cui essa poggia.

Le nostre perplessità non muovono solo dalla concezione etica del corpo, fermamente ancorata al principio della dignità umana, ma si estendono alla dimensione della polis. Ci domandiamo quale trasformazione abbiano subìto negli ultimi anni quei “corpi” sociali (partiti, sindacati, categorie professionali, organi di garanzia) che hanno perso credibilità e ogni capacità di incidere sul reale.
È segno che, nell’imperante “società liquida”, è giunto il momento di rinunciare ad attribuire un valore all’agire dell’uomo all’interno delle formazioni sociali, oppure che è l’ora di ricominciare a dedicarsi alla ricostruzione di un senso di comunità?

Condividiamo con voi queste preoccupazioni perché, sebbene delegittimati, vogliamo ancora sentirci parte di una comunità che, talvolta, definiamo “corpo docente”. Una metafora che perde il suo valore unificante alla luce dei fatti: sono i docenti dissidenti a scindersi da un gruppo che per il 90% ha risposto in modo compatto, o non è piuttosto il fronte dei docenti “in regola” che non ha saputo tutelare l’intera categoria, discriminata nelle poche membra non allineate che si sono sottratte alle direttive del governo?
Questa divisione è lo specchio di una società, oggi più che mai, attraversata da tensioni conflittuali: come conciliare il diritto alla salute della collettività con quello del singolo? Come si sposa il dovere del rispetto dell’autorità con il sacrosanto diritto all’autonomia personale? E come garantire la sicurezza di tutti nel rispetto della privacy di ognuno?
In una situazione caotica è difficile acquisire certezze di fronte a questi dissidi, ma urge una presa di posizione ragionata, svincolata dal meccanismo dei riflessi condizionati. Qualcuno avrà scelto per convinzione, altri per paura o convenienza. Noi nel momento di prendere la nostra decisione, siamo stati guidati dal rispetto della dignità umana e professionale.
Rivendichiamo la nostra scelta consapevole di docenti intellettualmente onesti e rigettiamo il tentativo di ghettizzarci nella categoria dei “no-vax”.
Nelle parole sempre fintamente bonarie di qualcuno, saremmo docenti inadatti ad istruire i ragazzi perché “professiamo atteggiamenti antiscientifici e addirittura pericolosi per sé e per altri”.

Il ministro Bianchi, nonostante i dati alla mano sulla diffusione dei contagi a scuola in nostra assenza, ci ha riammessi demansionati, in quanto “inidonei” al contatto con gli alunni.

Di fronte alla ridicola accusa di oscurantismo e mancata fiducia nella Scienza –impropriamente scritta con la “s” maiuscola!- ribadiamo che, sulla scorta delle evidenze fornite da voci autorevoli della medicina e della ricerca, siamo consapevoli che le misure adottate non rispondono ad esigenze sanitarie, ma a finalità biopolitiche.
I provvedimenti di cui siamo stati oggetto non sono che l’ultimo intervento di una gestione che, ai banchi a rotelle e alle tonnellate di mascherine gettate direttamente nella spazzatura (con buona pace di Greta Thunberg!), ha affiancato obblighi lesivi della dignità e del benessere psicofisico di docenti e alunni. Basteranno il bonus psicologico o gli psicologi nelle scuole per rimediare ai disturbi post traumatici e da stress ingenerati nei ragazzi? A quelli non vaccinati è stato addirittura impedito l’accesso ai mezzi di trasporto ai luoghi di socialità, limitata la scuola in presenza e la pratica dello sport!

Noi crediamo che l’aver accettato passivamente questa gestione criticabile dell’emergenza all’interno della comunità educante abbia contribuito ad intaccare i valori di uguaglianza, inclusione, dialettica democratica di cui la scuola pubblica si autoproclama vestale; a dispetto di quanto solennemente proclamato dal Presidente del Consiglio, la grave violazione perpetrata, coperta dalla foglia di fico della sicurezza, non è neppure servita a garantirci luoghi covid free.

Colleghi, oggi non prendiamo la parola per allargare il solco che ci separa. Segnalati dalla spia rossa e con il green pass non in regola, siamo ancora marchiati. Dato che alle nostre posizioni non viene riconosciuta autorevolezza, chiediamo a voi, parte “sana” e integerrima del corpo docente, di prendere posizione perché, in vista del nuovo anno scolastico, si ponga fine all’ignobile caccia alle streghe e si adottino finalmente soluzioni serie, non ideologiche, diverse dall’obbligo vaccinale e dall’esibizione di una tessera.
Prima di procedere spediti verso la somministrazione della prossima dose – che naturalmente deve essere disponibile per chi desidera sottoporvisi – vi invitiamo a reclamare l’introduzione a scuola di misure che eviterebbero i contagi, rispettando nel contempo la dignità di chi rivendica la libertà di decidere se confermare o meno le proprie convinzioni in merito al siero sperimentale e alla tessera digitale.

Chi vive la scuola sa di cosa parliamo: le classi pollaio da ridurre in primis, la necessità di usufruire di ambienti spaziosi e dotati di apparecchi di ventilazione meccanica e i necessari interventi sui sistemi di trasporto.
Sono soluzioni di assoluto buon senso che una classe politica, orientata al bene comune, e non alla tecnocrazia, avrebbe messo in campo ben prima di imporre norme che riteniamo lesive e divisive.

Vi chiediamo: ritenete che il corpo docente possa ancora esprimersi su cosa sia il bene per la scuola e magari adoperarsi per rivendicarlo? I più disillusi diranno che un diverso approccio politico al problema non è possibile, perché è irreversibile la logica che ci ha portato dove siamo: quello che sta accadendo non è che l’ultima fase di una sequenza di trasformazioni culturali, economiche, politiche e sociali che, conforme al mantra neoliberista del “non c’è alternativa”, ha plasmato l’ambiente nel quale viviamo.
Tuttavia nessun fenomeno sociale è immutabile. Prendiamo la parola, oggi, perché oltre a rifiutare la vergognosa demonizzazione di cui siamo stati oggetto, rivendichiamo la libertà di pensare che la scuola sia ancora il luogo deputato alla formazione di coscienze critiche e libere, non costrette a soccombere ad una realtà presentata come immutabile e ad accettare che decisioni politiche diventino dogmi. La scuola deve poter essere il luogo in cui intuire le “alternative impossibili”: per farlo occorre non perdere l’attitudine al confronto e all’esercizio della virtù del dubbio. Prendete questa lettera come un tentativo, imperfetto ma sincero, di ricucire un dialogo con chi, pur non dandoci ragione, è disposto a riconoscere che non abbiamo poi tutti i torti, come vorrebbe la vulgata“.

 


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