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La Cna a “Tipicità” per dare risposte allo stato di salute dell’Agroalimentare

FERMO - Nel seminario organizzato da Cna Marche, tra gli interrogativi anche l’impatto degli obblighi di etichettatura sulle imprese e sul comportamento dei consumatori e quanto incide una corretta comunicazione sulla promozione del nostro "Made in"

 

Qual è lo stato di salute dell’agroalimentare italiano e marchigiano? Quale l’impatto degli obblighi di etichettatura sulle imprese e sul comportamento dei consumatori? Quanto incide una corretta comunicazione sulla promozione del nostro Made in?

Sono i temi attorno ai quali CNA ha ragionato sabato scorso, a Fermo, nell’ambito della 31esima edizione del Festival di Tipicità: ospiti del seminario organizzato dalla CNA delle Marche sono stati il Presidente Nazionale di CNA Agroalimentare Francesca Petrini, il Responsabile Nazionale Gabriele Rotini, Michele Di Domenico di ISMEA e Riccardo Silvi, docente dell’Università di Urbino e responsabile marketing CNA Ancona.

 

LE MARCHE

Ad aprire il pomeriggio l’intervento del Presidente CNA Marche Paolo Silenzi: «Negli ultimi dieci anni le Marche hanno perso quasi 7.500 imprese agricole, pari al 24% circa del totale, attestandosi nel 2022 a 23.834, contro le 31.318 del 2012. È chiaro come la filiera agroalimentare sia stata tra i settori più colpiti dalla combinazione del caro-energie e dell’impennata dei prezzi delle materie prime, che il perdurare del conflitto russo-ucraino continua a deteriorare, con la conseguenza di una grave inflazione dei prodotti alimentari. E’ questo il contesto in cui si trovano ad operare le nostre imprese, per le quali CNA si impegna quotidianamente a offrire tutti gli strumenti per restare sul mercato e sviluppare i propri progetti, oltre a sostenerle per promuoversi in occasioni di grande visibilità, confronti e scambi come Tipicità».

L’assessore regionale alle Attività Produttive Andrea Maria Antonini, intervenendo al seminario, ha ricordato il lavoro della Regione Marche sul nuovo CSR Complemento di Sviluppo Rurale e sulle leggi regionali su Agriturismo, Enoturismo e Olioturismo «importanti – ha detto Antoniniper le aziende al fine di coniugare la funzione agricola a quella turistica».

 

L’ITALIA E L’EXPORT

Il focus sul panorama nazionale è stato curato da Gabriele Rotini, che ha ripercorso le tappe delle normative sull’etichettatura, i marchi di origine e i provvedimenti a tutela del consumatore da informazioni ingannevoli, azioni che hanno avuto effetti sulla reputazione dei nostri prodotti all’estero e quindi sull’export: «La proiezione internazionale della filiera agroalimentare italiana è ancora inferiore al potenziale e alle performance dei principali competitor europei. L’Italia è solo il 5° Paese europeo per esportazioni agroalimentari, con un valore pari al 65% dell’export tedesco (77,1 miliardi di euro) e al 72% di quello francese (69,7 miliardi di euro)».

I margini di crescita non mancano quindi, ma la competitività dell’agroalimentare è ostacolata da diversi fattori, non da ultimo il tristemente noto fenomeno dell’“Italian Sounding”: «Pur generando ricadute negative – ha spiegato Rotini – l’Italian Sounding ad oggi non è una pratica illegale e non può essere impugnato e sanzionato, a differenza invece della contraffazione. È stato stimato che se l’Italian Sounding si trasformasse in vero fatturato italiano, il potenziale di export del Paese sarebbe di circa 130 miliardi di euro. Ci sono 79 miliardi di euro nel mondo di prodotti “Italian Sounding”, che testimoniano la grande voglia di Made in Italy agroalimentare».

 

CONSUMATORI ED ETICHETTATURA

Secondo i dati forniti da ISMEA, nella relazione del responsabile Michele Di Domenico, l’88% degli italiani (in particolar modo over 65) valuta come molto importante l’indicazione di origine delle materie prime impiegate, al fine di scegliere consapevolmente e avere garanzie sulla sicurezza.

Quasi il 70% degli italiani dichiara di prestare attenzione alle etichette perché se ne sente rassicurato, ma per 1 su 2 è difficile orientarsi su quanto riportato in etichetta.

Il livello di dettaglio geografico più utile per il consumatore è quello nazionale (soprattutto per grano duro e riso), mentre l’aspetto più rilevante è considerato il luogo di origine della materia prima (92%), seguito anche dal luogo in cui viene lavorata (85%)

L’informazione sull’origine della materia prima è più importante per i prodotti da frigo (latticini ed insaccati) rispetto ai prodotti da dispensa (conserve e pasta).

 

A concludere il pomeriggio di lavori l’intervento della Presidente Francesca Petrini: «La legge 1169 del 2011 è stata una pietra miliare per quanto riguarda la regolamentazione delle informazioni relative ai prodotti alimentari, a tutela della salute del consumatore. La normativa si è via via evoluta ma nonostante questo permangono fenomeni negativi che sottraggono fatturato e competitività al settore. Per questo il lavoro di una associazione di categoria come la nostra è fondamentale per le imprese della filiera e l’importante indotto, anche turistico e culturale, in grado di generare».


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