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Marche fuori dalla Zes, Ciccola: «Area di crisi complessa riconosciuta già nel 2019. Potevamo rientrare nella Zona unica del sud?»

ECONOMIA – Enrico Ciccola che ha avuto incarichi in Confindustria Fermo a Assocalzaturifici: «Nel 2019 è stato realizzato lo studio Eurispes sul nostro settore presentato alla presidenza del consiglio. Conteneva un approfondimento Zes e la proposta di estenderla alla nostra area di crisi complessa. A luglio è arrivato l’ok dell’Europa alla Zes unica del meridione e le Marche sono state escluse»

Ernico Ciccola

 

di Alessandro Luzi

La Zes per le Marche è un’occasione sfumata per le imprese del territorio. Era lo strumento per rilanciare alcuni distretti della nostra regione particolarmente in difficoltà. Ma è stato fatto tutto il possibile per ottenerla? A detta dell’ex presidente della sezione Confindustria Centro-Adriatico, Enrico Ciccola, sembrerebbe che non sia stato dato valore alla Zona economica speciale. Eppure le potenzialità erano già evidenziate nello studio Eurispes del 2019. Tutto parte nel 2018 quando «grazie all’intervento del senatore Francesco Verducci tutti noi rappresentanti delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, Provincia, sindaci e rappresentanti della Regione Marche fummo ricevuti al Mef dal viceministro di allora, Teresa Bellanova – ha precisato Ciccola -. La giunta Ceriscioli, in particolare Fabrizio Cesetti (a quel tempo assessore al bilancio), si attivò per presentare a Roma la documentazione di riconoscimento dell’area di crisi complessa. Venne poi approvata con il governo Conte». Si passa poi al secondo step, quando Ciccola propose di effettuare lo studio Eurispes, finanziato dalla Camera di Commercio e Assocalzaturifici. «Era necessario per verificare e tutelare il valore del nostro made in Italy sia su scala nazionale che locale – ha affermato l’ex presidente -. Nel quadro delle misure a sostegno del nostro settore per la prima volta sentiamo parlare di Zes dal dott. Giambattista Palumbo, funzionario Mef e consulente Eurispes. Da qui la richiesta di estendere la Zes anche alla nostra area di crisi complessa, anche perché le Marche rientravano tra le regioni in transizione». In quegli anni non si parlava di Zes unica per tutto il Meridione ma poteva essere istituita una per ogni regione con determinate limitazioni territoriali. Per noi il requisito importante era il riconoscimento dell’area di crisi complessa.

Dal 2019 non si sono avuti passi in avanti e l’iter si è arenato. Poi con l’insediamento del governo Draghi il discorso è stato ripreso nell’aprile del 2022 e presentato alla Camera di Commercio di Fermo nell’incontro “Dalla A alla Zes”. Presenti oltre ad alcuni vertici della politica locale, anche l’ex ministro del Sud, Mara Carfagna. Intanto a luglio la Commissione europea ha dato il via libera alla Zes unica per tutto il sud. Grandi assenti alla lista: le Marche. Eppure rientravano tra le regioni in transizione, incluse nelle aree di crisi complessa e riconosciute dal Mef. Proprio come le regioni del Sud. «Dal 2019 chi si è interessato alla nostra richiesta scritta? Qualcuno ne ha tenuto conto?» sono gli interrogativi di Ciccola. La sensazione dell’ex presidente è che forse non si è colta l’importanza della questione: «Se avessimo fatto la domanda per la Zes considerando le aree di crisi codificate, le Marche sarebbero potute entrare in toto nella Zes unica in vigore dal primo gennaio 2024? Adesso inevitabilmente subiremo la concorrenza del meridione». Insomma, per le Marche l’esclusione ha il sapore di un’occasione mancata. Certo è che nell’incontro del 31 marzo a Porto Sant’Elpidio con l’assessore regionale Stefano Aguzzi (a circa un anno dalla conferenza di aprile 2022 alla Camera di Commercio) le aree non erano state circoscritte e lo scenario era ancora in corso di valutazione. «La richiesta di estendere Zes nella relazione 2019 poteva tornare utile per inserire la nostra regione alla zona economica speciale istituita con il decreto sud del 2017? Sta di fatto che al momento, considerata l’esclusione, occorre studiare delle soluzioni per far fronte alla concorrenza del meridione» conclude Ciccola.

Il testo completo del paragrafo riassuntivo sulla Zes incluso negli studi di Confindustria del 2019:

Le ZES sono uno strumento efficacemente utilizzato in tutte le regioni del mondo, anche comunitarie. Esse sono aree geografiche nell’ambito delle quali un’Autorità governativa offre incentivi a beneficio delle aziende che vi operano attraverso strumenti e agevolazioni che agiscono in un regime derogatorio rispetto a quelli vigenti per le ordinarie politiche nazionali. Con la creazione delle ZES, gli Stati hanno come obiettivo una crescita della competitività ed il generale rafforzamento di tutto il tessuto produttivo attraverso l’aumento degli investimenti anche stranieri, l’aumento delle esportazioni, la creazione di nuovi posti di lavoro, l’aumento dell’innovazione. In Italia la normativa ZES è stata recepita con il DI 91/2017, il cosiddetto “Decreto Sud”.

Le ZES stimolano e producono sviluppo economico e sociale nei territori che le ospitano: ad esempio, i dazi vengono eliminati e vengono adottate misure come la sospensione e il taglio dell’iva, la riduzione o l’azzeramento delle imposte sui redditi e delle imposte sulla proprietà, riducendo altresì i requisiti burocratici necessari per fare impresa.

L’istituzione di ZES, tuttavia, deve fare i conti con il divieto comunitario di concedere aiuti pubblici alle imprese (art. 107 TFUE), laddove la creazione di queste aree speciali è sottoposta ad un rigido meccanismo, che tende ad accertare che gli incentivi previsti non siano assimilabili ad aiuti di Stato e ci siano veramente quelle condizioni necessarie per poterne richiedere la creazione.

Se implementate efficacemente, le ZES danno origine a due tipi principali di benefici, che possono in parte spiegare la loro affermazione in ambito internazionale: da un lato, vengono generati benefici economici “statici” o “diretti” come l’occupazione, la crescita delle esportazioni, le entrate fiscali per lo Stato e i flussi in entrata di valuta estera; dall’altro lato, le ZES possono apportare

benefici economici più “dinamici” o “indiretti”, come l’aggiornamento delle competenze, il trasferimento tecnologico e l’innovazione, la diversificazione economica e il miglioramento della produttività delle imprese locali.

Le ZES possono anche influenzare positivamente il welfare, il mercato del lavoro e la produttività economica locale, la disponibilità di nuove tecnologie e generare effetti sociali positivi sulla popolazione locale (riduzione del tasso di disoccupazione e miglioramento del livello di specializzazione della forza lavoro locale). Ogni regione può, del resto, presentare una proposta per l’istituzione di una ZES nel suo territorio.

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