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Quattro passi in città: la flora spontanea in strada e tra le case

NEL SUO REPORTAGE, il professor Gabriele Vecchioni descrive "l'altro volto" del cosiddetto verde urbano. L’articolo è dedicato a questa nascosta “flora minore” e alle dinamiche di sviluppo delle piante nell’ecosistema urbano

 

In una via del centro storico di Fermo, il muschio ha occupato tutto lo spazio disponibile (le fughe del selciato)

 

di Gabriele Vecchioni

(ove non specificato, le foto sono dell’autore)

 

Si parla spesso di verde urbano considerando solo parchi, giardini, aiuole e viali alberati della città; ma è verde urbano anche quello costituito dalle piante ruderali e infestanti, il più delle volte ospiti indesiderati. L’aggettivo “ruderale” viene dalla voce latina rudus, un termine che indicava le macerie; in realtà, l’attributo si usa in senso lato e indica le piante che vivono sui muri, sui tetti e sui ruderi di edifici (ma anche vicino alle case e ai margini delle strade) e quelle che appartengono alla cosiddetta “flora urbica”, adattate a vivere in città, crescendo fra gli interstizî delle sedi stradali e dovunque sia possibile (per esempio, nei tombini non svuotati).

Un arbusto di capperi incornicia Rua dei Grisanti, dietro Porta Solestà (foto G. Zucchetti)

 

Gli ambienti di città. «Le città sono costituite da aree molto eterogenee caratterizzate da fattori ecologici differenti per condizioni di temperatura, acqua e suolo, cui si assomma la continua trasformazione indotta dall’opera dell’uomo (F. Zara, 2014)». Vediamo quali sono gli “ambienti di città” più facili da individuare.

Un ambiente da considerare è quello dei terreni disturbati, cioè i terreni smossi o di riporto, dove è facile incontrare scarichi di materiale edilizio: qui si insediano le “piante pioniere”, specie coraggiose che si adattano a condizioni di vita realmente difficili; si definiscono “pioniere” perché preparano il terreno per specie più esigenti. Spesso, in questi ambienti si accumulano rifiuti che rendono i terreni azotati e selezionano specie nitrofile.

 

Un altro ambiente è costituito dei luoghi che subiscono il calpestìo dei passanti (bordi stradali e marciapiedi): qui si insediano piante dotate di resistenza meccanica, resilienti e con una buona capacità di rinnovare i tessuti danneggiati.

 

Un ambiente estremo è costituito dai muri; nelle crepe e negli interstizi vegetano specie rupicole che sopportano crisi idriche e termiche notevoli. L’aspetto positivo della location è legato alla presenza di insetti che favoriscono la proliferazione (per esempio, il cappero è aiutato per la disseminazione dalle formiche: è la mirmecorìa).

 

Le aree di confine sono i terrapieni, i margini dei campi coltivati o delle macchie o vicino alle siepi. Infine, le aree abbandonate: sono campi e giardini incolti che vengono rapidamente invasi da una flora infestante, anche arbustiva e arborea.

 

Una considerazione finale sul fatto che diverse piante “spuntano” dall’asfalto e riescono a sgretolarlo: sono favorite nella loro azione dalle temperature estive che “ammorbidiscono” il substrato, rendendolo più attaccabile.

Una cimbalaria (Cymbalaria muralis), pianta delicata nell’aspetto ma tenace. A terra, le sàmare (frutti alati) dell’olmo (foto F. Lelli)

 

Le piante di città. Diverse specie spontanee si sono evolute, adattandosi a crescere ed espandersi in ambienti antropizzati, caratterizzati da condizioni fortemente limitanti come quelli cittadini: la flora spontanea delle aree urbane si sviluppa su substrati poveri di nutrienti, con disponibilità idrica ridotta e poco spazio disponibile per l’apparato radicale; è una flora soggetta all’inquinamento atmosferico e al calpestìo dell’uomo, degli animali (e alle loro deiezioni) e dei veicoli. Sono piante che presentano adattamenti morfologici e biologici per vivere in un substrato povero di terra, ma quasi sempre ricco di nitrati: troviamo piante nitrofile come la parietaria – spesso causa di problemi per i cittadini a causa dei pollini allergenici – o l’ortica). Alcune di esse, come il cappero, fanno ormai parte del paesaggio urbano di città antiche come Ascoli e Fermo; altre sono avventizie, adattate a questa “nuova” forma di vita. Costrette a vivere in un ambiente “difficile” come quello cittadino, riescono a svilupparsi e a colonizzare questo habitat peculiare: studi recenti (1993) in diverse città italiane hanno individuato circa 1700 specie diverse di questa flora!

 

Per la loro resistenza alle avversità, la rapidità di crescita e di riproduzione (e, quindi, di diffusione e interferenza con le attività umane) sono definite spesso come “infestanti”. Prima di proseguire, una piccola digressione sulle piante di cappero; esse hanno un Indice di Pericolosità (per i muri) medio, tale da poter definire non-necessaria una loro eliminazione totale, sia per la bellezza intrinseca della pianta (soprattutto per lo splendido fiore) sia per il fatto che parti di esse sono (o meglio, erano) oggetto di raccolta da parte della popolazione: chi ha vissuto in quartieri storici ricorderà la raccolta primaverile dei boccioli fiorali per scopi alimentari, per poterli conservare sotto sale o sotto aceto.

 

I danni provocati dalla flora spontanea nelle aree urbane sono legati alle caratteristiche botaniche delle specie e al modo in cui il fusto e i rami si dispongono sulla superficie del suolo. Per semplificare, le piante erbacee (per esempio, la già citata parietaria o il taràssaco) sono meno distruttive di quelle arboree o arbustive come il famigerato ailanto, il già citato cappero, il terribile (per i muri…) fico o l’edera; le piante erbacee perenni (come la gramigna che si riproduce facilmente per via agamica, cioè non sessuata, grazie agli stoloni) sono più “pericolose” di quelle annuali che hanno un ciclo di vita più breve. Per chi fosse interessato a questo particolare aspetto delle proprietà delle piante, ricordiamo che esistono anche delle tabelle con l’Indice di pericolosità (IP) delle stesse nei confronti di monumenti e aree archeologiche (al primo posto, c’è il già ricordato fico).

La parietaria, una delle piante più resilienti

 

Le piante di città possono essere classificate come appartenenti a una successione primaria (in aree cementificate non in continuità con il suolo, come per esempio, il balcone di una casa) o a una successione secondaria (in aree cementificate in continuità con il suolo); nel primo caso si ha una maggiore specializzazione delle piante. La flora degli ecosistemi primari di città (per esempio, le piante che crescono tra gli interstizi di un muro) è una flora colonizzatrice, necessariamente specializzata perché deve sopportare, oltre al disturbo antropico, la scarsezza del substrato, la carenza idrica e l’inquinamento dell’aria, mettendo in atto strategie particolari che ne permettano la sopravvivenza.

 

La flora di città deve essere, poi, resiliente (un termine piuttosto usato di questi tempi!) per resistere al calpestìo e allo stress da schiacciamento da parte degli pneumatici. Senza addentrarci in una materia ostica per i più, ricordiamo che le graminacee (le piante che hanno la spiga, come il grano o l’orzo) sviluppano i meristemi, cioè i tessuti di crescita, a livello del terreno.

 

Tra le piante colonizzatrici (negli ambienti cittadini c’è bisogno di piante “coraggiose” che si adattino a vivere praticamente senza terra) sono favorite quelle con la disseminazione anemòcora (con il vento) come le Asteracee (o Composite, che comprendono le margherite, la lattuga ecc.): il vento deposita i semi a distanza anche notevoli grazie all’ “effetto paracadute” del pappo, la leggera appendice piumosa e permette alla specie di allargare il proprio microareale.

Foglie e fiori di Sonchus (Grespino) e Plantago

 

Ai margini stradali vegetano fitocenosi (comunità vegetali) di transizione, più complesse, dove sono presenti erbe, arbusti e rovi. Alla base di pareti ombreggiate o esposte a settentrione, la scarsità di substrato può favorire l’impianto di muschi, tipiche piante pioniere.

 

Sulla “potenza” della Natura e sulla sua capacità di colonizzare posti abbandonati sono state scritte diverse opere e articoli: del resto la capacità delle piante di occupare ogni spazio disponibile lasciato a sé stesso dall’uomo è sotto gli occhi di tutti. Basta un’escursione in uno dei villaggi abbandonati dell’entroterra per constatare la capacità di (ri)conquista che hanno i vegetali: l’osservazione partecipata ci dà l’opportunità di scoprire posti in cui la bellezza dei reperimenti storici si associa al fascino del ritrovamento di paesaggi integri o i via di rinaturalizzazione. È il rewilding: la Natura si (ri)appropria degli spazi; rovi ed erbe crescono nelle crepe dei muri, gli alberi “entrano” nelle case, allargano le fessure di muri e solai e sollevano i tetti, aprendo la strada a cedimenti delle strutture e all’insediamento di essenze negli spazi interni; per molti è una manifestazione distopica, ma non è la Natura che invade e penetra nei posti dell’uomo, essa sta solo riconquistando i suoi spazi.

 

Ma torniamo alla flora “cittadina”. Lo scenario prospettato nelle righe precedenti è ben lontano da essere realtà in città, ma è bene porre l’attenzione – anche solo per curiosità ­- su queste “piante clandestine” che si ritagliano un habitat nell’ostico ambiente urbano.

Ogni fessura può essere un microambiente adatto alla germinazione e allo sviluppo di Composite; qui, una pianta di cicoria selvatica raffigurata nella pagina di un antico erbario

 

In un articolo precedente (leggilo qui) era già stato trattato il problema delle infestanti: «Le piante erbacee sono più facili da estirpare perché hanno un apparato radicale “debole”; sono comunque dannose per muri e monumenti perché tendono a sgretolare la malta: sono organismi viventi che respirano e l’anidride carbonica prodotta si combina con l’acqua, producendo il debole ma corrosivo acido carbonico. Diverso il discorso per le specie arboree che per la volumetria delle radici e del colletto allargano le crepe e spaccano, letteralmente, i muri. Senza entrare in merito all’aspetto estetico – la sensazione di disordine e di abbandono che la presenza di vegetazione ruderale dà all’osservatore – è necessario intervenire con operazioni mirate per garantire la stabilità degli edifici “colpiti” dal fenomeno».

 

Per concludere, la flora ruderale è condizionata fortemente dal fattore antropico, come rivela la presenza di tante specie coltivate e di avventizie esotiche. Oltre al dànno obiettivo causato alle strutture murarie e alla libera circolazione pedonale e veicolare, esiste anche un problema legato alla possibile presenza di fauna indesiderata (ratti, insetti) e di salute pubblica (piante tossiche o velenose per l’uomo); infine, non trascurabile è l’aspetto estetico, per la sensazione di trascuratezza e di disordine che la flora non controllata dà all’osservatore.

 

L’orzo selvatico (Hordeum murinum), una delle graminacee più frequenti che si incontrano in città

 

La vela del campanile di Sant’Agostino colonizzato da un “pericoloso” (per la muratura) fico (foto L. Castelli Pagnoni); a dx, un altro fico in città, qui siamo in Corso Mazzini

 

L’ortica, una delle piante più “temute”, per le capacità irritanti

Uno splendido suffrutice di cappero ha colonizzato la parete del lavatoio rinascimentale di Porta Romana (foto G. Zucchetti)

 

 Arbusti di cappero sui muri del Lungo Castellano

 

Ricacci di ailanto ai bordi della strada

 

Le mura urbiche di Ascoli (in fase di restauro) sono ampiamente colonizzate dall’edera. Qui siamo all’altezza di Porta Corbara, nella parte interna, dopo una parziale ripulitura (foto D. Nanni)

 

 


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