di Sandro Renzi
C’è anche la provincia di Fermo (69° posto) tra quelle che erogano più pensioni che stipendi. Il saldo nel 2024 è negativo (- 5.336). A fronte di 75.035 pensioni pagate dall’Inps, infatti, gli stipendi ammontano a 69.699. E’ quanto emerge da una indagine dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre. E’ la conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di un mercato del lavoro in difficoltà nel trovare figure professionali che possano garantire un ricambio generazionale, e di un Paese che invecchia sempre di più. Non vanno meglio le cose in provincia di Macerata dove il saldo è negativo di oltre 9.000 unità ed il territorio si posiziona al 78° posto. Lo stesso dicasi per la provincia di Ancona al 64° posto. Qui le pensioni pagate sono 200.074 e gli stipendi 196.543. Si “salva” sul filo di lana Ascoli Piceno grazie ad un saldo positivo di solo 21 unità. Scarto minimo che consente all’Ascolano di restare ancora nella parte alta della classifica dove si trova pure la provincia di Pesaro (42° posto) con un +4.971. Insomma il numero dei lavoratori supera ancora quello dei pensionati.
Se si ci sposta a livello regionale le cose cambiano poco. Anche le Marche, nel suo complesso, sono purtroppo marcate dal segno meno. A fronte di 657.733 pensioni erogate dall’Inps, gli stipendi sono 644.253 (- 13.480). Calabria, Puglia e Sicilia sono alle prese con saldi negativi addirittura a sei cifre. Il sorpasso è avvenuto già alcuni anni fa ma il distacco è andato accentuandosi. Nel 2024, a fronte di 7,3 milioni di pensioni pagate in Italia (di vecchiaia, assistenziale, ai superstiti, di invalidità, indennitaria) avevamo poco più di 6,4 milioni di occupati. «Con sempre più pensionati e un numero di occupati che, tendenzialmente, dovrebbe rimanere stabile, nei prossimi anni la spesa pubblica è destinata ad aumentare. Nel giro di poco tempo queste dinamiche potrebbero compromettere l’equilibrio dei conti pubblici e la stabilità economica e sociale dell’Italia. Per frenare questa tendenza è fondamentale ampliare la base occupazionale, facendo emergere i tanti lavoratori in nero presenti nel Paese, incrementando, in particolare, i tassi di occupazione dei giovani e delle donne che, in Italia, restano tra i più bassi d’Europa» si legge nel rapporto della Cgia di Mestre da cui emerge anche un altro dato: tra il 2025 ed il 2029 si stima che poco più di 3 milioni di italiani lasceranno il posto di lavoro. «Questi dati non lasciano alcun dubbio: nel giro di qualche anno assisteremo a una vera e propria “fuga” da scrivanie e catene di montaggio, con milioni di persone che passeranno dal mondo del lavoro all’inattività con conseguenze sociali, economiche ed occupazionali» si legge ancora nel rapporto.
Se questo squilibrio già di per sé dovrebbe far suonare i campanelli d’allarme alle istituzioni nazionali e locali, figuriamoci un’altra situazione che fotografa l’anzianità dei lavoratori attivi. E che riguarda soprattutto gli imprenditori delle piccole regioni. Anche in questo caso per le Marche non è un buon momento. L’indice di anzianità, ovvero il rapporto percentuale tra gli over 55 e gli under 35, si attesta al 74,7%. Tradotto, ogni 100 dipendenti al di sotto dei 35 anni, ve ne sono 74,7 che hanno oltre 55 anni. Interessante allora sapere che tra il 2025 ed il 2029, nella nostra Regione la domanda di sostituzione si aggirerà sulle 83.000 unità, di cui 42.000 nel settore privato, che in termini percentuali valgono il 50,5% del totale composto pure da autonomi e dipendenti pubblici. Numeri che dovranno spingere la Regione e la giunta Acquaroli ad adottare politiche del lavoro e industriali che privilegino anche il ricambio tra generazioni e offrano occasioni per attrarre nuova forza lavoro.
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