di Giuseppe Fedeli *
La casetta nel bosco
«Fatemi capire: i genitori che passano tutto il giorno sui social ignorando i figli vanno bene, mentre chi vive libero nei boschi no?» (P. Crepet)
Tutto è nato in seguito a una intossicazione da funghi che aveva costretto la famiglia, che vive nei boschi di Chieti con i tre bambini, a rivolgersi ad una struttura medica. Quindi era emerso l’isolamento dei bambini, senza bagno in casa ma a contatto solo con la natura. Per loro niente scuola, ma solo un’insegnante a casa. «Un sequestro di tre bambini portati via a una mamma e a un papà in maniera indegna, preoccupante, pericolosa e vergognosa. Sono impegnato ad andare fino in fondo e se serve anche a parlare con il giudice del Tribunale dei Minori», ha tuonato Matteo Salvini. Immediata la levata di scudi dell’Associazione nazionale magistrati «al rispetto del ruolo della giurisdizione in una vicenda che coinvolge valori tra i più delicati: il diritto della famiglia a determinare le proprie scelte di vita e, al tempo stesso, il dovere di tutela dei minori previsto dalla nostra Costituzione (…) Il provvedimento di sospensione della potestà genitoriale del Tribunale per i minorenni de L’Aquila si fonda su valutazioni tecniche e su elementi oggettivi: sicurezza, condizioni sanitarie, accesso alla socialità, obbligo scolastico. Ed è stato assunto nel rispetto delle norme vigenti e con finalità esclusivamente protettive». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha chiesto alla procura generale dell’Aquila una relazione completa in merito alla vicenda della famiglia. Si tratta di un passaggio preliminare per poi decidere se andare avanti con il percorso di tutela dei bimbi (e dunque di separazione dai genitori), ma soprattutto con l’invio degli ispettori al tribunale dei minori de L’Aquila.
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A bilanciarsi è, da una parte, l’algoritmo/feticcio (il Sistema), cui tutti debbono prostrarsi, e, dall’altra, la libertà di vivere in un bosco = pensare ed agire con la propria testa.
La riflessione che ne segue è sottoscritta sia dal giurista, sia dalla persona (nella sua veste di uomo e padre). Fermo che il tema si presta a svariate interpretazioni, e che è tutt’altro che agevole schierarsi dall’una o dall’altra parte, ritengo che la giustizia non possa varcare quel limite, interdetto dagli dèi: da cui la hýbris, che scatena la vendetta dell’Olimpo. Uso non a caso una metafora forte – che tanto metafora non è-, perché la vicenda dei bambini sottratti alla famiglia non può essere incasellata, nemmeno a forza, in una delle fattispecie astratte previste dal nostro ordinamento giuridico, per quanto la tecnica della sussunzione dei fatti in paradigmi normativi possa dare origine a interpretazioni le più varie. La famiglia è sacra: e, se sceglie un certo modo di vivere, nessuno può metterci il naso, tanto meno chi si proclama tutore di un ordine morale. Se ciò accade, lo stato diviene etico, con buona pace del contemperamento di valori e principii costituzionali a baluardo dei diritti dei minori. In poche parole: se i figli non subiscono vessazioni né maltrattamenti, pur vivendo dentro una dimensione “atipica”, impermeabile al sistema (è bene rimarcare), improntata a vedute “all’antica”, strapparli ai genitori perché fuori dei codici comportamentali dell’oggi, vale a dire del politically correct è un atto di potestà, che sconfina nell’arbitrio: “Mi sento totalmente vuoto. E’ una cosa ingiusta, perché togliere i bambini da un luogo dove c’è felicità, dove la famiglia vive felice, nella natura. Non capisco perché, si sta distruggendo la vita di cinque persone. I bambini hanno sofferto, tolti così velocemente da casa per andare a dormire in un posto che non conoscono”. E’ il grido di rabbia del padre Nathan. La casa-famiglia (dove la madre può visitarli con alcune prescrizioni), dove i piccoli sono stati improvvisamente “gettati”, tutore un avvocato di turno (con tutto il rispetto, fino a prova contraria, per chi si vota ad un compito, così difficile e delicato), è ben altro dal nido. Una educazione scolastica home made non può far issare la bandiera di uno Stato, che si preoccupa, di là dei limiti del suo mandato, dell’assenza di relazioni delle “vittime” di un provvedimento del Tribunale preposto con altri di pari età. Tutela che si maschera, manifestando il suo agere per gesto di necessità, laddove questa è tutta da dimostrare. Anzi, più che il postulato, è il portato della vicenda, inscritta in uno stile di vita, che ognuno sceglie di modellare come vuole (coi limiti sopra descritti). Modulo non consono alla civiltà dei consumi, né tanto meno alla ideologia green, che, invece, fa cassetta. Mettiamola pure in forma interrogativa: gli esecutori della volontà del Sistema sono sentinelle di cosa?…di un ordinamento ormai tramortito, che non regge più all’urto dei fatti- fatti che reclamano ben altri presidii, che non i soliti, logori schemi legislativi?… C’è un senso del dovere (protezione di soggetti fragili), che diventa, ad essere generosi, opinabile quando si compiono gesti in nome della legge, che non è sacra. Come le crociate, che venivano fatte in nome di Dio, ma per ben altre finalità, che nulla avevano a che fare con l’Onnipotente.
PS
Scrive “Il Dubbio” (una voce fra le tante) che sussisterebbero le “gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli all’integrità fisica e psichica, all’assistenza materiale e morale, alla vita di relazione e alla riservatezza», poste a base del provvedimento di sospensione della responsabilità genitoriale e dell’allontanamento dall’abitazione dei figli: “la tutela dei bambini è una responsabilità collettiva: comprenderla significa mettere da parte ideologie e strumentalizzazioni, e guardare con onestà alla realtà concreta delle loro vite. Solo così si può davvero proteggere chi non può difendersi da solo”. Ci può stare, sì. Ma continuerà a pesare sulle nostre coscienze l’inquietante interrogativo, la decisione, che, secondo etimo, è scelta fra i due corni del dilemma.
* giudice
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