
di Sandro Renzi
L’economia non sembra voler decollare, neanche nel capoluogo di provincia dove in circa 15 anni oltre 680 attività economiche hanno chiuso i battenti definitivamente, passando da 3.727 a 3.044. Dentro c’è un pò di tutto, dalle imprese manifatturiere al commercio, passando per le aziende agricole fino ad arrivare a quelle edili. Fermo, almeno leggendo i dati forniti dalla Camera di Commercio, non appare esente da quello che avviene in altre province marchigiane alle prese con negozi che abbassano le saracinesche (eccezion fatta per Piazza del Popolo, una piccola oasi felice dal punto di vista commerciale), imprenditori che non hanno potuto fare affidamento sul ricambio generazionale o sono stati travolti dal mercato internazionale ed hanno quindi chiuso le aziende, settori che stanno subendo da tempo la concorrenza dell’on line (quello legato alla vendita dell’abbigliamento e delle calzature è il più esposto) e poi la difficoltà di trovare strategie di uscita dall’impasse.
Tutto questo, me poi le cause, ad una analisi ancor più certosina, possono essere anche altre, si traduce in una serie di numeri che mostrano un territorio in sofferenza ed una economia stagnante. Il 19,5% della “composizione economica” di Fermo è fondata sul commercio al dettaglio ed all’ingrosso con 594 attività al 30 novembre. Spaventa il fatto che solo sei mesi prima ne erano 668. Che fine hanno fatto oltre 70 attività? Un settore chiave come quello legato all’edilizia, che grazie al superbonus del 110% ha attraversato un periodo da golden age, ha finito con il lasciare sul campo qualcosa come 125 imprese in tre lustri, passando da 560 a 435. Ancor più marcato il dato relativo alle imprese manifatturiere che dal 2009 ad oggi sono scese di ben 195 unità attestandosi a 354 (dato al 31 marzo 2025). Segno rosso pure per l’agricoltura (il codice Ateco comprenderebbe anche le attività di pesca che però incidono percentualmente pochissimo rispetto alle località costiere): lavorare la terra, si sa, non è più conveniente ed è molto faticoso, forse anche per questo 300 aziende non hanno più riaperto facendo scendere il valore assoluto da 757 a 454.
Scenari che fanno pensare e dovrebbero spingere le istituzioni, a più livelli, ad intervenire. La Zes approvata dal Governo Meloni potrebbe dare una spinta al tessuto produttivo. Gli effetti si potranno valutare nel medio periodo. Nel frattempo si fanno i conti con segni meno davanti ai numeri. E’ il caso del settore trasporti e magazzinaggio: da 102 imprese si è scesi a 73. Tengono botta ristorazione ed alloggi dopo l’exploit del 2021. A distanza di 4 anni, infatti, tra sali e scendi, le imprese si attestano a 210, comunque in crescita rispetto al 2009. Rispecchiando quanto avviene in altri contesti, anche a Fermo si registrano segni più per alcuni settori innovativi. Quello che garantisce i servizi di informazione e comunicazione può contare su 97 realtà, quando quindici anni prima ne erano 71. Bene anche le attività immobiliari (+ 41), segno questo di una vivacità del mercato che si può riscontrare a dire il vero anche nei Comuni vicino a Fermo. E’ il caso di Porto San Giorgio. Attività di intrattenimento, noleggio, agenzie di viaggio hanno ugualmente fatto registrare un piccolo balzo in avanti. Sanità ed assistenza sociale, altro codice Ateco, ci dice che abbiamo sempre più bisogno di strutture mediche ed ambulatoriali, che la popolazione invecchia, che la sanità pubblica non è più in grado di offrire le prestazioni richieste e che il settore è ormai ad appannaggio del privato. Così si spiega l’incremento di 17 nuove realtà.
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non mi sembra una bella prospettiva e non facciamo parte di una Nazione che sarebbe “la locomotiva d’Europa”, quando finiranno di raccontarci le fregnacce e fino a quando saremo disposti ad accettare questo declino ,esso innesca una spirale alla povertà difficilmente riconvertibile ,povere generazioni a venire impreparate soffriranno in assenza di provvedimenti di una dittatura economica insita in questa democratura