P.S.Giorgio: in 15 anni un terzo dei negozi ha chiuso per sempre. Crescono invece le attività immobiliari

PORTO SAN GIORGIO - La premessa è quanto mai d'obbligo. La crisi del commercio ha radici lontane, se ne parla da oltre un decennio, e nelle Marche investe indistintamente i capoluoghi di provincia come i Comuni più piccoli che, negli anni, hanno puntato e, non sempre investito, su questo comparto economico finendo con il cullarsi sugli allori e forse perdendo di vista i cambiamenti del mercato.

di Sandro Renzi

La premessa è quanto mai d’obbligo. La crisi del commercio ha radici lontane, se ne parla da oltre un decennio, e nelle Marche investe indistintamente i capoluoghi di provincia come i Comuni più piccoli che, negli anni, hanno puntato e, non sempre investito, su questo comparto economico finendo con il cullarsi sugli allori e forse perdendo di vista i cambiamenti del mercato. I numeri ed i grafici elaborati dalla Camera di Commercio sono impietosi e mostrano, come nel caso di Fermo, a Porto San Giorgio, per tantissimo tempo punto di riferimento del commercio al dettaglio per tutto il comprensorio Fermano, una criticità nella quale non è più sufficiente neanche il ricambio (il subentro tra una gestione e l’altra) per garantire la sopravvivenza del commercio rivierasco. Si salva solo il food&beverage.

La vendita di abbigliamento, oggettistica, scarpe da parte dei negozi tradizionali, quelli di prossimità per intenderci, è sempre più stretta in una morsa che ne preclude una via d’uscita. Da una parte i tantissimi siti on line, compresi quelli dei marchi più prestigiosi dove è possibile acquistare un prodotto in qualche caso ad un prezzo addirittura inferiore a quello praticato dal negoziante sotto casa (che dalla sua deve fare i conti con bollette, affitto, spese per il personale),  e dall’altra i centri commerciali che hanno di fatto sostituito le vie dello shopping e le piazze, concentrando in qualche migliaio di mq tutto quello che può servire, inclusa la socializzazione. Battaglia persa, allora? Forse, se ci si limita ad osservare i dati e a non prendere qualche decisione anche impopolare. Al 31 marzo del 2009 si contavano a Porto San Giorgio 1.759 attività economiche (il 28,6% è rappresentato dal commercio all’ingrosso ed al dettaglio); alla stessa data di quest’anno 1.550. Sul campo, dunque, sono rimaste circa 200 attività che non hanno più riaperto i battenti.

Il commercio è quello che ha subìto le conseguenze più pesanti. In 15 anni hanno definitivamente chiuso i battenti 173 negozi passando da 628 a 455 (dato al 31 marzo 2025). Un altro sguardo ai numeri e la realtà è ancora più allarmante. Al 30 novembre il numero dei negozi è sceso a 435 e non tiene conto delle chiusure di alte attività storiche (un paio su viale Roma ed una in via Verdi solo per citarne alcune). Le cose non vanno meglio per un altro settore basilare per l’economia sangiorgese, vale a dire quello fondato sulle attività di ristorazione ed alloggio riunite nello stesso codice Ateco dalla Camera di Commercio. Eccezion fatta per un paio di picchi nel 2016 e poi a cavallo tra il 2018 e il 2019, il grafico mostra un andamento in calo pressocché costante. Si è così passati da 188 attività a 165. Specchio dei tempi l’incremento, comunque numericamente contenuto, delle attività di noleggio e agenzie di viaggio che da 40 sono passate a 54, soprattutto dopo la pandemia. Segno meno pure per le imprese di costruzione (-59) e quelle manifatturiere (-27). Profondo rosso, ed è sotto agli occhi di tutti, per il settore della pesca gravato da una crisi (ma anche dal mancato cambio generazionale) che non ha lasciato scampo agli operatori della marineria sangiorgese. Da 135 si è passati a 86 attività. La conseguenza  di questo è stata la chiusura del mercato ittico, ovvero della sala asta. In crescita, invece, le attività immobiliari che da 88 (dato 2015) sono passate a 97. E’ questo, forse, l’unico settore ancora vivo in una contesto nel quale gli spazi per costruire non ci sono più, e dove si demolisce e si ampliano le volumetrie grazie al piano casa. Ma dove l’edilizia residenziale convenzionata resta fuori dai radar delle Amministrazioni comunali.

(fonte – opendata CCIAA Marche su dati InfoCamere)

 

Fermo, oltre 680 attività economiche hanno chiuso in tre lustri. Commercio, agricoltura e manifatturiero i settori più esposti


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