«La esecrabile tendenza social a puntare il dito (ancora sulla strage di Crans Montana)»

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

La esecrabile tendenza social a puntare il dito (ancora sulla strage di Crans Montana)
“E allora sì: è molto più facile puntare il dito che guardare in faccia la fragilità umana. Ma farlo sulla pelle di ragazzi morti e genitori distrutti non è lucidità. È disumanizzazione. E quando perdiamo la capacità di riconoscere l’innocenza del dolore altrui, il problema non è più la tragedia. Il problema siamo noi”.

«Quello che emerge da frasi come “se la sono cercata”, “potevano scappare”, “i genitori dove erano?” non è lucidità. È difesa psicologica. Ed è una delle più primitive».  Spesso le persone, per difendersi, gettano sull’altro le proprie paure, le proprie omissioni, i propri dubbî, nonché i meriti che si auto-attribuiscono. Nel caso dell’incendio divampato nel Crans Montana, che da giorni tiene tristemente banco in tutti i mezzi di comunicazione, annidandosi nelle nostre coscienze, si fa presto a criminalizzare la condotta dei giovani, molti dei quali minorenni, stigmatizzando, come se non bastasse quello che è successo…la culpa in vigilando in capo ai genitori. Lo si fa perché non si regge all’urto del pensare che identica sorte poteva toccare ai figli di chi punta il dito accusatore; lo si fa per rovesciare i ruoli, perché il pensiero di essere i genitori di un figlio che poteva essere lì, a festeggiare quel nefasto San Silvestro, porta con sé un carico di colpa insostenibile. E lo si fa, perché perdere un figlio è un qualcosa, che la mente rifiuta: per esorcizzare il quale, si addossano a dei poveri disgraziati, che patiranno per sempre il lutto di una morte assurda, colpe che non hanno. È il gioco di rifrazione fra specchi, uno dei quali ustorio. Colpa, e conseguente responsabilità, di non aver vigilato, mandando i figli a quella maledetta festa?…colpa di non essere stati accorti nell’assentire a un comprensibilissimo slancio di vita, di gioventù?…
«Se “se la sono cercata”, se “hanno sbagliato”, se “i genitori erano irresponsabili”, allora il mondo torna ad avere un ordine rassicurante». È talmente forte l’altrui disagio, da mettere all’indice loro, i “colpevoli”. Poveri cristi, che da vittime diventano carnefici. Gioco facile per gli altri. Gioco che, se condito da anafettività e mancanza totale di empatia, diventa deflagrazione, divampando come quel fuoco maligno. Terribile per chi lo subisce da una parte, certa gente ha mai riflettuto sull’abisso in cui sono sprofondati gli orfani di un così crudele destino?…, cartina di tornasole della povertà umana di chi trancia sentenze, dall’altra. I catoni non hanno provato quello che hanno provato i genitori di chi è bruciato nel rogo. Fra questi mi ci posso mettere anche io, e scusate l’intrusione. Perché anch’io, sia pure in circostanze diverse, ho subito un affronto simile da parte del fato. La gente “per bene” ti scansa, ma scrive sentenze, destinate a rimanere incise per sempre nel cuore di chi è stato condannato, senza una ragione, prima della sorte, e poi da chi si pasce delle altrui disgrazie, a tacitarie atavici sensi di colpa. Purtroppo per “loro”, verranno i giorni, non dico del pentimento, ma in cui i balordi si renderanno conto dell’abominio commesso, ma sarà troppo tardi. Parlo per loro:
“Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro” (G. Leopardi).

* giudice


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