«L’uso della forza come strumento politico: il Venezuela e il nuovo volto della guerra giuridica»

L'ANALISI del professor Maurizio Petrocchi

di Maurizio Petrocchi *

«Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno condotto raid aerei su Caracas catturando Nicolás Maduro. Dietro la retorica antidroga emerge una strategia di lawfare totale che ridefinisce sovranità, diritto internazionale e guerra. La fragilità del regime post-Maduro si rivela in un incidente imbarazzante.

Dal 2013 il Venezuela attraversa un collasso senza precedenti: PIL crollato dell’80%, inflazione del 1.7 milioni % nel 2019, oltre 7,3 milioni di persone fuggite (il 25% della popolazione). Il paradosso: il paese possiede le maggiori riserve petrolifere mondiali (303 miliardi di barili, 17% del totale globale), ma la popolazione soffre carenze alimentari ed energetiche. La produzione petrolifera è crollata dai 3 milioni di barili giornalieri degli anni Novanta agli attuali 860.000-1,1 milioni.
Le elezioni del luglio 2024 hanno segnato la rottura definitiva. Maduro è stato proclamato vincitore con percentuali perfettamente rotonde fino al quinto decimale (probabilità una su cento milioni). L’opposizione ha documentato la vittoria di Edmundo González Urrutia, poi costretto all’esilio. Il Centro Carter ha dichiarato che le elezioni «non hanno rispettato gli standard internazionali».
Tra agosto e dicembre 2025, Trump ha raddoppiato a 50 milioni di dollari la taglia su Maduro, ha designato il Cartelle de los Soles come organizzazione terroristica e ha dispiegato tre navi da guerra inclusa la portaerei Gerald Ford. L’operazione Southern Spear ha condotto 35 raid contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico con oltre 80 morti, senza arresti né sequestri.
Il 3 gennaio 2026, sette esplosioni hanno colpito Caracas: basi militari, quartier generale, mausoleo di Chávez. Poche ore dopo è arrivato l’annuncio della cattura del Presidente venezuelano.
Maduro è detenuto al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, la Guantanamo di New York, in isolamento 23 ore al giorno. Durante la prima udienza si è identificato come «presidente del Venezuela e prigioniero di guerra», invocando le Convenzioni di Ginevra. Rischia tra 20 anni e l’ergastolo per narcotraffico e narcoterrorismo.
Ma il caso di Juan Orlando Hernández svela il doppio standard. L’ex presidente honduregno, condannato nel 2024 per aver facilitato l’importazione di 400 tonnellate di cocaina negli USA, è stato graziato da Trump il 1° dicembre 2025. Il senatore repubblicano Cassidy ha chiesto: «Perché graziamo Hernández e perseguitiamo Maduro per narcotraffico?». La risposta è geopolitica, Hernández servirebbe gli interessi USA in Honduras; Maduro no.
L’operazione rappresenta il paradigma del lawfare totale – l’uso strategico del diritto come arma bellica. Trump ha declassato Maduro da Capo di Stato a narcoterrorista, aggirando il diritto internazionale: nessuna dichiarazione di guerra, nessun mandato ONU, nessuna protezione per prigionieri di guerra.
Alla conferenza stampa di Mar-a-Lago, Trump ha dichiarato: «Gestiremo il Venezuela in attesa di una transizione sicura. Gestiremo il paese fino a quando potremo farlo». Ha confermato che «le compagnie petrolifere americane si insedieranno» mentre «l’embargo rimane in vigore». Il petrolio venezuelano potrà essere estratto solo da aziende americane sotto controllo di Washington.
Ha invocato la Dottrina Monroe aggiornata: Russia, Cina, Iran e Cuba devono essere espulsi dall’emisfero occidentale e le minacce si estendono ad altri paesi latinoamericani.
La sera tra il 5 e 6 gennaio, intense raffiche di armi automatiche hanno squarciato il silenzio a Caracas nei pressi del Palazzo di Miraflores. Per oltre un minuto, traccianti nel cielo notturno e mezzi blindati hanno fatto temere un secondo attacco americano. La realtà è stata più imbarazzante, droni di sorveglianza lanciati da alcune unità di sicurezza senza coordinamento con il personale di terra. Le guardie presidenziali hanno aperto il fuoco credendo di fronteggiare una minaccia ostile.
L’incidente rivela la destrutturazione dell’apparato di sicurezza chavista. Secondo l’Atlantic Council, nei giorni successivi all’attacco americano il regime «non è stato in grado di montare alcuna efficace azione militare difensiva» e «le catene di comando e controllo militare erano chiaramente interrotte». L’episodio di fuoco amico espone tensioni latenti, lealtà frammentate e protocolli inadeguati.
Con Maduro detenuto, il potere si concentra in una triade composta da Delcy Rodríguez (presidente ad interim e interlocutrice di Washington), Vladimir Padrino López (ministro della Difesa), Diosdado Cabello (ministro dell’Interno e anima nera del regime, accusato di guidare il cartello dei narcotrafficanti).
Marco Rubio, ribattezzato il nuovo viceré del Venezuela, ha ottenuto la piena cooperazione da Caracas con richieste brutali: espulsione di agenti iraniani e cubani, interruzione delle vendite petrolifere ai rivali degli USA, elezioni libere.
Il caso venezuelano crea un precedente letale. Se gli USA possono attaccare uno stato sovrano catturando il leader semplicemente riqualificandolo come narcoterrorista, cosa impedisce ad altre potenze di replicare?
La riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza ONU si è conclusa senza risoluzioni. Lula e Petro hanno condannato l’aggressione, ma l’UE ha assunto una posizione ambigua. Il sistema multilaterale appare paralizzato.
Dietro il narcotraffico (il Venezuela rappresenta meno dell’1% del traffico mondiale) emergono obiettivi strategici come ricondurre il petrolio venezuelano nell’orbita del dollaro; contrastare Russia e Cina in America Latina; controllare le rotte caraibiche vitali.
Il diritto internazionale è diventato strumento di dominio, designazioni legali trasformate in armi, giurisdizione universale applicata selettivamente, sanzioni extraterritoriali. La sovranità statale diventa privilegio revocabile. Il Venezuela rischia di essere il primo capitolo di una distopia giuridica globale, la guerra mascherata da operazione di polizia, l’invasione presentata come autodifesa, il diritto trasformato da vincolo in strumento del più forte».

* Professore PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat


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