«Dietro l’accordo Ue–Mercosur, oltre il mito del libero scambio»

L'ANALISI del professor Maurizio Petrocchi

Maurizio Petrocchi

di Maurizio Petrocchi *

«Dietro l’accordo Ue–Mercosur, oltre il mito del libero scambio. Il paradosso è evidente a chi voglia vederlo. L’Unione Europea approva il più vasto accordo di libero scambio della propria storia nel momento esatto in cui dichiara di voler costruire un’autonomia strategica nelle catene del valore critiche. Proclama la transizione ecologica mentre apre le porte a produzioni agricole incompatibili con i propri standard ambientali. Celebra i diritti dei lavoratori nei trattati mentre ratifica intese con settori storicamente associati a forme di sfruttamento para-schiavistico.

L’accordo con il Mercosur, approvato dal Coreper il 9 gennaio 2026 dopo venticinque anni di negoziati, non è né una vittoria né una sconfitta. È un indicatore. Rivela la natura profonda della competizione geoeconomica contemporanea e le contraddizioni strutturali di un’Europa che non ha ancora deciso cosa vuole essere.
Chi legge l’accordo Mercosur come un semplice trattato commerciale commette un errore di prospettiva. I negoziati iniziati il 28 giugno 1999 si collocano in un arco storico più ampio: quello della globalizzazione post-Guerra Fredda, costruita sull’assunto che l’interdipendenza economica avrebbe progressivamente dissolto i conflitti geopolitici. Era l’epoca del «fine della storia», della presunta convergenza universale verso democrazia liberale e mercato aperto. Tre decenni dopo, quell’assunto è deformato dai fatti. L’interdipendenza non ha eliminato il conflitto, bensì lo ha trasformato.
Le catene di approvvigionamento sono divenute vettori di vulnerabilità strategica.
Gli standard tecnici e sanitari funzionano come barriere non tariffarie. Le classificazioni di rischio ambientale operano come strumenti di politica industriale mascherati. Il commercio internazionale non è mai stato neutro; semplicemente, l’Occidente aveva dimenticato o preferito ignorare che ogni trattato commerciale ridistribuisce potere.
L’accordo Mercosur si inserisce in questa genealogia con una specificità: arriva quando la competizione sino-americana per le risorse critiche ha reso il Sud America un teatro strategico di prima grandezza. Litio argentino, rame cileno, terre rare brasiliane: sono le materie prime della transizione energetica, e chi le controlla, controlla l’infrastruttura industriale del prossimo mezzo secolo. La struttura dell’accordo tradisce le priorità negoziali europee.
I numeri sono eloquenti: le esportazioni tedesche verso il Mercosur ammontano a 15,4 miliardi di euro annui, coinvolgono 12.000 imprese e sostengono 244.000 posti di lavoro. L’Italia, secondo esportatore europeo nell’area, raggiunge circa 5 miliardi, un terzo in meno. L’eliminazione progressiva dei dazi sul 91% degli scambi ridisegna quindi una mappa dei benefici con epicentro a Berlino.
I settori industriali tedeschi ottengono vantaggi strutturali calibrati con precisione. L’industria automobilistica (Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz) vedrà eliminati i dazi attuali del 35% in un arco di 15-18 anni: un “salvagente” per un settore che attraversa una profonda crisi di identità produttiva. I macchinari industriali beneficeranno dell’eliminazione dei dazi del 20%. L’industria chimica (con colossi come BASF e Bayer in posizione dominante) otterrà la rimozione dei dazi del 18%. Il settore farmaceutico vedrà eliminati i dazi del 14%.
Dei quattro miliardi di euro annui risparmiati in dazi doganali, la Germania intercetterà approssimativamente il 40-50%, in proporzione al proprio peso nell’export europeo verso l’area. L’Italia, beneficiario significativo ma secondario, otterrà circa il 14%, con un incremento previsto di 3,5 miliardi di dollari entro il 2036.
Il processo negoziale rivela dinamiche che meritano attenzione: l’attività a favore dell’industria automobilistica non è stata condotta soltanto dalle aziende, ma dalla stessa burocrazia ministeriale tedesca. Il personale del Ministero federale per gli Affari Economici e della Commissione Europea si è rivolto direttamente alle case automobilistiche per raccogliere desiderata e riportarli nei negoziati. È un esempio da manuale di cattura regolatoria istituzionalizzata.
Il costo viene distribuito altrove. Le quote agricole concesse – 99.000 tonnellate di carne bovina, 180.000 di pollame, 190.000 di zucchero – espongono i produttori europei a una competizione asimmetrica. Non asimmetrica per ragioni di efficienza produttiva, ma per architettura normativa. I produttori del Mercosur operano con decine di sostanze attive vietate nell’Unione Europea – le investigazioni documentano almeno 41 tipi di pesticidi proibiti nel mercato comunitario – e utilizzano ormoni della crescita il cui impiego negli allevamenti europei è vietato dal 1981 e la cui importazione è bandita dal 1988, oltre ad antibiotici esclusi dalle normative comunitarie e pesticidi classificati come cancerogeni.
Il paradosso si completa con un dettaglio che merita attenzione: oltre quaranta aziende chimiche europee, per un volume di 33.600 tonnellate annue, esportano verso Brasile e Argentina pesticidi che non possono vendere sul mercato interno. Queste stesse aziende ottengono così un doppio vantaggio: esportare prodotti chimici verso il Mercosur e beneficiare dell’accordo commerciale, mentre i pesticidi vietati rientrano in Europa attraverso le produzioni agricole sudamericane a prezzo ribassato. È un circuito di esternalizzazione del danno che l’accordo Mercosur istituzionalizza.
La geografia del voto in Consiglio Europeo riflette questa distribuzione disarmonica dei benefici: Germania e Spagna favorevoli per interessi industriali; Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda contrarie per tutelare l’agricoltura. L’Italia ha oscillato fino all’ultimo, ottenendo concessioni formali in cambio del voto decisivo.
La presentazione pubblica dell’accordo illustra i meccanismi del conflitto cognitivo contemporaneo. La Commissione Europea lo celebra come “partenariato strategico” che garantisce accesso a materie prime critiche per la transizione verde. Simultaneamente, classifica Brasile e Argentina come paesi a “rischio standard” nel Regolamento sulla deforestazione, e non ad “alto rischio”, riducendo l’intensità dei controlli proprio mentre incrementa le importazioni di prodotti associati alla distruzione dell’Amazzonia. Una scelta da attribuire a pressioni diplomatiche più che a criteri ambientali: il Brasile ha perso 1,14 milioni di ettari di foresta tropicale primaria nel solo 2023, collocandosi tra i maggiori responsabili di deforestazione a livello globale.
Un colosso produttore mondiale di carne bovina, ripetutamente documentato da Greenpeace e Human Rights Watch per pratiche di cattle laundering (riciclaggio di bestiame proveniente da aree deforestate illegalmente) diventa un beneficiario diretto dell’accordo. La stessa Europa che ha costruito il Green Deal come marchio identitario apre le porte a filiere incompatibili con i propri impegni climatici.
Le clausole di salvaguardia, presentate come vittoria negoziale dell’Italia, rivelano a un’analisi ravvicinata la propria natura cosmetica. La soglia di attivazione, inizialmente proposta all’8% a dicembre 2025, è stata ridotta al 5% a gennaio 2026 su richiesta italiana. Ma la sostanza non cambia: procedure lunghe, discrezionali, temporanee. Nessun automatismo, nessuna sanzione vincolante. I dieci miliardi di euro “ottenuti” per gli agricoltori italiani rappresentano un’anticipazione temporale di fondi PAC 2028-2034 – disponibili dal 2028 anziché dal 2031 – non risorse aggiuntive in senso stretto.
Quali scenari si profilano?
Il primo scenario: la normalizzazione. L’accordo viene ratificato dal Parlamento europeo tra aprile e maggio 2026, entra in vigore con applicazione provvisoria. Gli effetti sulla filiera agricola europea si manifestano gradualmente. Le proteste si esauriscono. Il precedente viene consolidato, aprendo la strada a ulteriori accordi costruiti su logiche analoghe.
Il secondo scenario: il blocco parlamentare. La coalizione di circa 145 europarlamentari che hanno richiesto un parere della Corte di Giustizia UE sulla compatibilità dell’accordo riesce a impedire la ratifica. La Francia potrebbe mobilitare un fronte di opposizione. L’accordo verrebbe rinegoziato con l’inserimento di clausole specchio vincolanti. Possibile, ma improbabile: la Commissione ha già segnalato l’intenzione di procedere con applicazione provvisoria anche prima del voto parlamentare.
Il terzo scenario: una crisi differita. L’accordo entra in vigore, ma genera nel medio periodo tensioni sistemiche tra obiettivi climatici dichiarati e flussi commerciali reali. L’incoerenza diventa insostenibile quando gli impegni di neutralità carbonica richiedono misure incompatibili con l’apertura mercosuriana. Rinegoziazione forzata entro un decennio.
Gli indicatori da monitorare sono molteplici, tra questi i volumi effettivi di importazione nei primi ventiquattro mesi; il numero di attivazioni del meccanismo di salvaguardia; l’evoluzione della classificazione di rischio deforestazione; le acquisizioni di asset estrattivi sudamericani da parte di fondi sovrani cinesi; la performance elettorale dei partiti green europei.
L’accordo UE-Mercosur non è un errore di calcolo. È la manifestazione di una scelta implicita: privilegiare l’efficienza allocativa di breve periodo sulla coerenza strategica di lungo periodo; sacrificare la sovranità normativa sull’altare dell’interdipendenza; esternalizzare i costi ambientali e sociali verso attori privi di voce nel processo decisionale europeo.
La domanda strategica che l’accordo pone non riguarda i dazi o le quote, riguarda la natura del progetto europeo. Un’Europa che esporta standard elevati costruisce potere normativo globale. Un’Europa che importa prodotti incompatibili con i propri standard erode la propria credibilità e, con essa, la propria capacità di influenza.
La cecità strategica non è un destino, è una scelta politica ripetuta quotidianamente nelle sale di Bruxelles. L’accordo Mercosur la rende semplicemente più visibile.

* Professore PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat


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