L’entroterra appenninico tra abbandono e speranza di rinascita

REPORTAGE - L’articolo fa il punto su una situazione diffusa in queste zone del Paese. Per ogni luogo e per la sua popolazione sono importanti anche la memoria (e quindi le radici, l’identità) e il futuro, quello che si può costruire ancora

 

Già negli anni ’40 del Novecento, un artista (della parola) come Cesare Pavese aveva intuito il disagio dell’uomo moderno di vivere in un mondo urbanizzato, lontano dalla natura

 

di Gabriele Vecchioni

 

(foto dell’autore, di Claudio Ricci e di Domenico Cornacchia)

 

L’articolo fa il punto su una situazione diffusa nelle zone dell’entroterra del Paese: quella dello spopolamento e dell’abbandono dei centri appenninici, una condizione che colpisce anche le nostre zone e quelle limitrofe.

Tra le nebbie autunnali galleggia il borgo di Montadamo, gravemente danneggiato dagli eventi sismici

È sotto gli occhi di tutti il processo di spopolamento che ha colpito, ormai da tempo, i comprensori appenninici, un andamento che si è accentuato dopo gli eventi sismici di dieci anni fa e che ha portato, oltre all’abbandono e al prevedibile deterioramento di un considerevole patrimonio edilizio, anche alla perdita di capitale umano, con consequenziale compromissione di sviluppo futuro.

 

Nonostante interventi vari – tra Pnrr e altri, ciclicamente annunciati – è difficile immaginare anche solo la rinascita dei borghi e un ritorno alla vita di un tempo. È recentissima la dichiarazione di un ministro che suona come un De profundis per le aree interne, giudicate “senza speranza” di sviluppo futuro.

Ma essere fatalisti è un atteggiamento poco costruttivo, non bisogna demordere: in diverse aree dell’Appennino centrale sono previste iniziative per rivitalizzare l’economia e la vita sociale delle comunità colpite, per renderle di nuovo attrattive, favorendo così la restanza.

 

Per decenni «si è favorito soltanto lo sviluppo industriale, urbano e turistico delle aree costiere, dimenticando quelle interne […] Il recupero dell’entroterra, con i suoi spazi scarsamente abitati, ma ricchi di risorse dalla forte valenza ambientale, è tuttavia indispensabile anche per quelle coste e quelle città ormai invivibili, densamente abitate e devastate. Queste diverse realtà non si possono più leggere in una chiave di netta contrapposizione, bensì di forte interdipendenza e compenetrazione… (A. Ciuffetti e altri, 2025)».

 

Questo è il presente. Ma per ogni luogo e per la sua popolazione sono importanti anche la memoria (e quindi le radici, l’identità) e il futuro, quello che si può costruire ancora.

«L’uomo è un costruttore, segna lo spazio che riempie. Crea luoghi caratterizzati dalla contemporanea presenza di presente e passato. In ogni orizzonte paesaggistico lo spettatore può cogliere storia e cultura e il rapporto con la natura e la memoria. […] Trasmette il patrimonio culturale da una generazione all’altra. Consegna un bene vitale, arricchito man mano da presenze successive, di qualità. Ogni paesaggio è, infatti, un’opera d’arte di un intero popolo dalla lettura profonda aperta al futuro. Senza memoria non c’è prospettiva di vita (M. Venturi Ferriolo, Il paesaggio tradito, 2006)».

 

Luci di festa sulla vela di un campanile, parzialmente danneggiata dal sisma

Qualunque cosa succeda, la memoria di un posto, cioè la sua storia, rimane e va salvaguardata.

Ci si deve preoccupare del fatto che lo spo­po­la­mento dei siti montani, accelerato da una serie sfavorevole di concause come il terremoto e la scomparsa di soggetti in una popolazione sempre più anziana e, quindi, senza il necessario ricambio generazionale, ha provocato condizioni gravi di de­ca­di­men­to sociale e ambientale.

Quello della perdita del capitale umano per lo spopolamento è il problema più grande, comune a molti centri dell’entroterra appenninico.

Per evitare o almeno ridurlo, sarebbe opportuno lavorare per il miglioramento della vivibilità con agevolazioni fiscali e assicurare anche alle aree interne i diritti essenziali di cittadinanza (trasporti, istruzione, servizi socio-sanitari), favorendo così lo sviluppo economico.

Il problema riguarda un po’ tutta l’Italia anche se è più accentuato nelle aree centro-meridionali.

 

Le potenzialità ci sono: si tratta di posti dove si trovano emergenze storiche e naturalistiche interessanti, eccellenze gastronomiche; c’è spazio anche per il turismo esperienziale e per attività ludico-sportive.

 

Il nucleo di case abbandonate dà un senso di straniamento a chi vi giunge, perché il prolungato non-uso ha permesso la penetrazione della natura nei posti dell’uomo e la riconquista di spazi che le appartenevano: rovi ed erbe sono cresciuti nelle crepe dei muri, aprendo la strada a cedimenti delle strutture e all’insediamento di arbusti negli spazi interni, favoriti dal crollo dei tetti.

E’ è possibile portare l’attenzione su alcuni punti essenziali.

Le caratte­ri­sti­che geomorfologiche differenti hanno creato am­bien­ti di­versi, con una grande varietà paesaggistica e cultu­rale. L’azione secolare dell’uomo ha modificato in profondità l’am­biente, ma è ancora possibile ritrovare le tracce del passato: sono proprio i segni dell’uomo che raccontano il territorio e fanno conoscere il patrimonio naturale e cul­tu­rale dell’area appenninica.

Tipologia dei centri. Nel paesaggio italiano delle aree interne è caratteristica la presenza di piccoli centri distanti dalle città, borghi e villaggi che vivono di vita autonoma, pur facendo parte di realtà amministrative più grandi. Si tratta di nuclei appartenenti a tre diverse tipologie di urbanizzazione, che analizziamo brevemente qui di seguito.

Il primo modello è quello dei centri d’altura, spesso “arrampicati” su rupi e poggi, soprattutto per motivi difensivi (la loro origine si fa risalire al fenomeno alto-medievale dell’incastellamento); un secondo tipo è quello dei borghi fortificati, centri storici protetti da mura difensive; infine, i centri dispersi sul territorio, isolati e senza comunicazioni dirette; che trovano origine nelle fare longobarde.

A quest’ultimo tipo di borgo appartengono diversi centri dell’entroterra appenninico, ormai abbandonati, specialmente nel vicino Abruzzo.

 

Case di Tallacano, nell’Acquasantano

La struttura. Lo studio della struttura dei borghi porta a individuare alcune peculiarità distintive ricorrenti, quali le dimensioni minime (legate alla dislocazione) e la presenza di vie strette, spesso dal percorso disagevole, soprattutto per motivi difensivi (nel passato).

Si nota, poi, un’alta densità abitativa a causa delle costruzioni ravvicinate (come gli “aggregati” dei paesi dell’Arquatano), per motivi economici e difensivi e per non occupare spazio coltivabile; infine, la completa “immersione” nell’ambiente (in un contesto naturale fondamentalmente integro).

 

Le occupazioni principali della popolazione residente erano spesso di pura sussistenza, legate alla coltivazione di appezzamenti minimi e al piccolo allevamento, attività praticate nelle immediate vicinanze e fortemente influenzate dai fenomeni naturali.

La vita sociale della comunità era ridotta, limitata alla dimensione del borgo. Gli abitanti dei borghi vicini erano spesso considerati estranei (“forestieri”, nel senso etimologico del termine, perché si avvicinavano uscendo dalla foresta che circondava le case).

 

Basto, un borgo della Laga immerso nel verde

Il fenomeno dell’abbandono. La prima fase dello spopolamento più recente risale agli anni del Secondo Dopoguerra ed è legata al fenomeno migratorio. Dagli anni ‘50 del Novecento, si attivano dinamiche demografiche pregiudizievoli per la sopravvivenza dei villaggi (esodo rurale, ridistribuzione della popolazione, urbanizzazione diffusa, sviluppo dei trasporti). Un’altra fase rimonta agli anni 1960-70 (boom economico, fenomeno dell’inurbamento). Si assiste così a un progressivo abbandono del patrimonio abitativo (case) storico e architettonico (chiese, passaggi pubblici, muri e fontane).

 

I borghi hanno subìto diversi tipi di dismissione: si incontrano centri completamente abbandonati (disabitati, spesso in rovina); altri sono parzialmente abbandonati (evidente segno di un disagio insediativo); altri ancora sono stati abbandonati per la fondazione di un centro “nuovo”.

La desertificazione sociale ha colpito soprattutto i piccoli abitati di montagna dove i cittadini si sono spostati verso le più comode aree pianeggianti.

 

Le rovine sembrano opporre un’ostinata resistenza all’azione devastatrice del tempo, ma lo sviluppo della vegetazione tra le crepe degli edifici lascia presagire una fine imminente: anche quei luoghi saranno riconsegnati al dominio incontrastato della natura

I segni che l’uomo ha lasciato sul paesaggio non sono scomparsi, ma sono stati fissati dall’abbandono: le case, le stalle, le chiese in rovina, i sentieri che la natura sta riconquistando raccontano una storia marginale e guidano l’escursionista nella scoperta di una cultura diversa, quella della “montagna minore”.

In molti casi, si potrebbe definire l’abbandono come “conservativo”: il vecchio incasato resiste per diversi anni, sfidando l’inclemenza del tempo e l’azione della vegetazione, fino a quando una trave del tetto o un architrave crollano, aprendo la strada alla rovina.

 

Geografia dell’abbandono. Secondo l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) in Italia ci sono circa 6000 paesi abbandonati o in avanzato declino demografico, dei quali 2800 sono comuni che rischiano di scomparire: circa il 34% di tutti i comuni italiani, una porzione del Paese dove vive poco meno di un sesto della popolazione nazionale, all’incirca dieci milioni di persone.

I piccoli centri alpini si sono salvati grazie all’industria del turismo, che nel nord del Paese ha contribuito alla loro sopravvivenza, per la vicinanza alle grandi città industrializzate e per le infrastrutture tali da consentire agli abitanti di raggiungere le città in poco tempo e in modo confortevole.

Nell’Italia centro-meridionale la situazione è invece molto diversa e migliaia di paesini sono spopolati; la densità maggiore delle dismissioni si ha nell’area appenninica.

La regione Marche è quella che presenta il minor rischio di abbandono, favorita dal modello abitativo e produttivo locale, anche se non mancano casi di una possibile evoluzione (negativa) del fenomeno.

 

Nel territorio dell’Italia centrale la tendenza alla formazione di paesi-fantasma si è accentuata con i terremoti del 2016-17 che hanno creato un paesaggio distopico che, nonostante le promesse e l’impegno di pochi, ancora è lontano dal risolversi: non è ancora evidente la ricostruzione delle infrastrutture necessarie alla ricostituzione del tessuto sociale.

 

Paesaggio collinare della valle del Tronto; sullo sfondo, le colline abruzzesi (ph G. Vecchioni)

Conclusioni. Per la maggior parte delle persone, il rapporto con i luoghi è cambiato. L’atteggiamento non è più quello di “sentirsi a casa”, di riconoscersi nell’appartenenza a un àmbito preciso; la fruizione dei luoghi è spesso turistica, poco profonda.

Là dove sarebbe necessaria l’osservazione partecipata, l’approccio antropologico, c’è la fretta dell’ospite, lo sguardo superficiale che non “scava” nella cultura e nelle tradizioni caratteristiche dei luoghi.

 

Spesso, i paesi dell’entroterra sono letteralmente disabitati e chi vuole rimanere sul posto (la cosiddetta restanza) deve ingegnarsi e farlo senza poter contare sull’aiuto dello Stato.

In realtà, si comincia a parlare del problema… per esempio, c’è una legge della Regione Abruzzo che prevede un incentivo economico per i nuovi residenti in borghi con meno di 200 abitanti o per chi decide di fare figli in questi borghi: è un contributo pari a 2500 euro all’anno per cinque anni. Non sono molti ma può essere un inizio positivo.

Sarebbe bello veder rinascere i paesi dell’Appennino, poter godere di nuovo del patrimonio di bellezza, storia e cultura, di poter contare sulla resilienza delle popolazioni e sulla voglia di restanza. Speriamo sia possibile realizzarlo, prima o poi.


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