di Giuseppe Fedeli *
Il narcisismo, male del secolo
“E ora parliamo un po’ di te. Mi ami?” (Maria Luisa Spaziani)
Dilaga il narcisismo, non solo fra chi ha voce in capitolo, ma anche fra gli strati in condizione di minorità: vale a dire fra chi, se si eccettua la cronaca rosa, non ha letto -sovente per indolenza- in vita sua nemmeno uno stampato. Evidentemente, dobbiamo le magnifiche sorti e progressive, amplificate dai social, alla presenza sempre più massiva e invadente di individui, ciascuno dei quali vuole dire la sua. Fondata o meno che sia l’opinione che viaggia per l’etere (poi trasferita nei discorsi al bar), l’importante è dire-per-esserci. Sì, una parafrasi a buon mercato del motto cartesiano. Sfilano manichini su una passerella virtuale, l’importante – è il loro credo, il loro fine, la loro ragione di vita- è collezionare follower; ovvero, podio ancor più ambito, essere influencer, anche se questa neo-categoria sur-reale annovera soggetti, che forse neanche sanno cosa significhi il denotativo, di cui vestono le loro nudità: influencer, appunto. Ascoltavo ieri l’altro una psicologa, che spiegava che le persone che hanno una cultura molto ristretta, di parrocchietta, credono di sapere tutto, perché, fuori della circonferenza che disegna il cerchio della loro presunta e arrogante “conoscenza”, c’è altrettanto poco di incognito, da conoscere. Chi, invece, possiede il dono della sapienza, e che, sovente, se ne rimane appartato, al di là della circonferenza del suo sapere, trova una regione vastissima: ed è per questo che sa di non sapere.
Ma quest’epoca decerebrata e sommamente ignorante, non riesce più, per ciò stesso, a distinguere il guitto dal saggio, la persona di stile da chi bercia nei media e compagnia bella, per avere un posto al sole, o per stupire i simili della sua acclamata pochezza. Ma dalle labbra dello stolto pende la platea affezionata dei follower, ed è questo che lui conta: I like, l’ “apriti sesamo!” del terzo millennio! Personalmente, non mi sento più parte di questo mondo fasullo, fumogeno, allucinato: ciò che mi circonda non mi somiglia. E vedo la difficoltà che hanno le persone che ho più a cuore ad inserirsi in un tessuto sfilacciato, unidirezionale, tessuto ad arte dai Big, dai padroni della terra: che vogliono sempre più isolare i -presunti- simili. Al nemmeno tanto malcelato scopo di controllare in maniera sofisticata il loro pensiero. E chi la pensa come la pensavamo noi, chi ha ancora un’integrità di sentimenti, le persone hors de la melée ne soffrono, patiscono una sorta di straniamento. E non so se ne verranno fuori, costretti a “condividere” i loro spazi con la pletora di coloro i quali, fra una smargiassata e un’altra, non capiscono che più sono i dati che mettono in rete, più sono spiati da chi li tiene in scacco.
Ma contro l’ignoranza non c’è cura che valga.
Ps
Ho tralasciato, per ragioni di spazio, le derive del narcisismo overt o covert, su cui mi spenderò in altra occasione
*giudice
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