Avere mal di schiena tra i 30 e i 45 anni è una condizione più comune di quanto si pensi. Non riguarda solo chi svolge lavori pesanti o ha avuto traumi importanti, ma anche persone in piena età lavorativa che, nel tempo, iniziano a convivere con rigidità, fastidi o dolori ricorrenti.
Nella maggior parte dei casi il dolore non arriva all’improvviso né in forma acuta: si presenta in modo graduale, con una schiena che al mattino sembra “rigida”, una tensione che aumenta a fine giornata, una fitta durante movimenti semplici come piegarsi o rialzarsi.
Proprio perché non è immediatamente invalidante, tende a essere sottovalutato e gestito continuando ad andare avanti, senza fermarsi davvero a capire cosa stia succedendo.
In questa fase spesso il dolore non è continuo, ma intermittente: va e viene, cambia intensità, sembra migliorare per poi tornare. Ed è proprio questa alternanza a creare confusione. Si tende a rimandare, a pensare che non sia nulla di serio, mentre in realtà il corpo sta già mandando segnali di adattamento e perdita di efficienza nel movimento.
Quando questa situazione va avanti, il problema non è solo il dolore in sé, ma ciò che il corpo inizia a perdere. I movimenti diventano sempre meno spontanei, alcune azioni iniziano a richiedere più sforzo del dovuto e gesti che prima erano automatici diventano “faticosi”. Ci si accorge di evitare certe posizioni, di muoversi con cautela, di sentirsi più rigidi e meno sicuri nei movimenti quotidiani.
È una fase sottile ma decisiva: la schiena diventa meno affidabile, meno capace di sostenere lo sforzo. Ed è spesso da qui che il dolore inizia a limitare anche in situazioni banali, con un impatto crescente sul lavoro, sul riposo e sulla qualità della vita.
Non si tratta di un problema legato esclusivamente all’età avanzata: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la lombalgia è una delle principali cause di disabilità a livello globale e incide in modo significativo sulla popolazione in età attiva, influenzando la capacità di lavorare e di svolgere le attività quotidiane.
In queste situazioni fermarsi del tutto o continuare a sopportare raramente porta benefici; spesso è più utile un’attività fisica strutturata che lavori sul recupero del movimento, sul rinforzo delle strutture che devono sostenere i carichi e sul controllo dei gesti quotidiani, evitando approcci generici o improvvisati.
Senza comprendere come il corpo si muove e dove tende a compensare, anche “fare movimento” rischia di non essere sufficiente.
Nel metodo Atraining questo percorso parte sempre da una valutazione, che permette di osservare il movimento, individuare eventuali compensazioni e capire quali aspetti meritano maggiore attenzione, così da impostare un lavoro mirato e sicuro.
Quando il mal di schiena è presente da settimane o mesi, la valutazione rappresenta il primo modo concreto per fare chiarezza e capire da dove iniziare.
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