
Porto Sant’Elpidio (foto dal Comune)
di Sandro Renzi
Per una realtà come quella di P.S.Elpidio, che per decenni ha fatto della manifattura, legata al settore calzaturiero, l’elemento trainante dell’economia cittadina, leggere i dati della Camera di Commercio sullo stato di salute delle sue imprese è come ricevere un pugno nello stomaco. Le cause sono ormai note a tutti, crisi economica e finanziaria, concorrenza spietata, mancato ricambio generazionale, burocrazia, costi di produzione elevati, solo per citarne alcune, ma trovarsi di fronte ai numeri nudi e crudi lascia comunque di stucco. Dal 2009 ad oggi sono sparite oltre 200 aziende, più precisamente si è passati da 738 a 512. Una parabola costantemente discendente che non sembra arrestare la sua traiettoria. Non a caso, negli ultimi sei mesi, altre dodici attività manifatturiere hanno optato per la chiusura. E dire che proprio questo comparto copre il il 20,6% dell’attività economica complessiva elpidiense. Non vanno meglio le cose nel commercio al dettaglio ed all’ingrosso. Se tre lustri fa si contavano 790 attività, oggi sono 594 (ma scese a 565 al 30 novembre). Un quarto, occhio e croce, ha scelto di abbassare le saracinesche e di non aprire più. Come per Fermo e Porto San Giorgio, si tratta di un fenomeno che interessa sostanzialmente tutti i Comuni dove negli anni il commercio aveva messo solide radici (nel caso di Porto Sant’Elpidio una grossa mano era arrivata anche dalla comunità cinese che prima della crisi economica aveva investito rilevando tanti locali chiusi ed aprendo decine di attività). Ma dove le Amministrazioni, per quanto di competenza ovviamente ed al netto di quello che è il rischio d’impresa che grava sul privato, non hanno saputo gestire la situazione credendo erroneamente che il commercio avesse in sé gli anticorpi per resistere alla crisi ed all’arrivo dell’on line. Così non è stato.
Chi regge il colpo è il settore dell’edilizia. Contrariamente ad altri Comuni vicini, infatti, si registra un incremento di 40 nuove imprese in sei anni nel comparto della costruzioni. Dal minimo storico di 300 del 2019 si è dunque passati a 340. Segno che dal punto di vista immobiliare la città è diventata più attrattiva, come peraltro conferma proprio l’incremento delle attività immobiliari che hanno raggiunto quota 107 al 31 marzo di quest’anno. Segni meno pure per trasporti ed agricoltura, ma i servizi di alloggio e ristorazione (stesso codice Ateco) con 185 attività riescono ancora a difendersi. In calo anche noleggi e agenzie di viaggio, ed anche in questo caso in controtendenza rispetto ad esempio a Fermo o Porto San Giorgio. Le imprese attive sono 69 mentre alla fine del 2021 erano 83. C’è un altro settore in cui Porto Sant’Elpidio sembra aver preso una strada opposta a quella di altri enti. Riguarda le attività artistiche, sportive e di intrattenimento: erano 55 nel 2013, sono 37 nel 2025.
Anche agricoltura e pesca segnano il passo lasciando sul terreno ben 53 attività. Assai più contenuto il calo per le attività finanziarie e assicurative: 5 in meno nel 2025. In termini assoluti, dunque, il totale delle attività economiche registrate a Porto Sant’Elpidio ammonta a 2.386 al 31 marzo dello scorso anno; erano 2.755 nel 2009. Mal comune mezzo gaudio, si potrebbe dire, visto il calo generalizzato. Ma per correre ai ripari c’è anche un pò di tempo. Vuole dire mettere in campo azioni di sostegno all’imprenditoria privata, agevolare l’iter burocratico per aprire un negozio, continuare nella strada già intrapresa di pedonalizzare vie e piazze per creare una alternativa ai centri commerciali tradizionali, prevedere sgravi fiscali magari nei primi anni di avvio di una attività commerciale. Almeno su questi fronti un Comune ha margini di manovra, molto meno se si ha a che fare con industrie o imprese di medie dimensioni che intendano investire in un territorio. In questo caso è richiesto che Comuni, Provincia e Regione facciano squadra per non perdere il treno.
(fonte – opendata CCIAA Marche su dati InfoCamere)

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