
di Maurizio Petrocchi *
Gli scontri di Torino non sono gli anni Settanta. Perché il parallelo è storicamente falso e politicamente rischioso. Il 31 gennaio 2026, durante una manifestazione a Torino per il centro sociale Askatasuna, 108 agenti delle forze dell’ordine sono rimasti feriti. È un bilancio grave, che giustamente ha suscitato allarme e condanna. Nell’informativa alla Camera del 3 febbraio, il ministro dell’Interno ha evocato esplicitamente il parallelo con gli anni Settanta, parlando di una strategia che richiamerebbe dinamiche “squadristiche e terroristiche” del passato.
Ma questo richiamo regge a un confronto rigoroso con i dati e con la storia? Un’analisi empirica suggerisce di no. E la differenza non è solo accademica: incide direttamente sulla proporzionalità delle risposte politiche e giuridiche.
La violenza contemporanea, pur preoccupante nei numeri dei feriti, presenta caratteristiche strutturali profondamente diverse da quella degli anni di piombo. Equiparare fenomeni qualitativamente distinti rischia di produrre una distorsione pericolosa: legittimare strumenti eccezionali per situazioni che richiederebbero invece una gestione ordinaria, seppur rafforzata dell’ordine pubblico.
I dati ufficiali del Ministero dell’Interno mostrano un andamento chiaro. Nel triennio 2023-2025 il numero complessivo delle manifestazioni è rimasto elevato, ma quelle con criticità sono diminuite. Parallelamente però è aumentato il numero dei feriti tra le forze dell’ordine. Meno episodi, dunque, ma più concentrati e violenti. Questo modello non è quello del terrorismo organizzato, che negli anni Settanta mostrava una crescita simultanea di frequenza, intensità e letalità. È piuttosto un fenomeno di concentrazione episodica della violenza, che resta confinata entro limiti non letali.
Il confronto storico è istruttivo. Nel solo scontro di Valle Giulia del marzo 1968 si contarono 148 poliziotti feriti, più di quanti se ne siano registrati a Torino. Ma soprattutto, tra il 1969 e il 1980 almeno 56 appartenenti alle forze dell’ordine furono uccisi in attentati terroristici. In quegli anni, l’eliminazione fisica dei rappresentanti dello Stato non era un effetto collaterale, era un obiettivo strategico dichiarato. Oggi, a fronte di centinaia di feriti, il numero delle vittime è per fortuna pari a zero. Non si tratta di una differenza quantitativa, ma qualitativa: la violenza odierna non persegue la letalità come fine politico.
Negli anni Settanta esisteva un vero ecosistema insurrezionale. Organizzazioni armate strutturate, basi logistiche, catene di comando, collegamenti internazionali, aree di reclutamento tra la piazza e la clandestinità. La violenza visibile delle manifestazioni e quella invisibile del terrorismo erano due facce di uno stesso processo di escalation. Oggi questo ecosistema è assente. La violenza di piazza è episodica, frammentata, priva di un progetto di sovversione dell’ordine costituzionale. Non alimenta strutture clandestine, non produce sigle armate, non si inserisce in una strategia rivoluzionaria coerente.
Anche la dimensione tematica è diversa e spesso sottovalutata. Una quota significativa delle manifestazioni più conflittuali degli ultimi anni è legata a mobilitazioni su temi geopolitici esterni, in particolare la guerra a Gaza e la fornitura di armi da parte del Governo a Isralele. Si tratta di una violenza reattiva, generata da dinamiche di polarizzazione internazionale, non di un conflitto interno volto a trasformare l’assetto politico italiano. Negli anni di piombo, al contrario, la violenza aveva obiettivi interni precisi: “colpire il cuore dello Stato”, delegittimare le istituzioni democratiche, imporre un’alternativa rivoluzionaria.
Il parallelo con gli anni Settanta non è quindi neutro. È politicamente funzionale. Trasformare un problema grave di ordine pubblico in una minaccia di tipo insurrezionale consente di spostare il terreno del dibattito: dall’efficacia degli strumenti esistenti alla necessità di nuovi poteri straordinari. È una dinamica già vista, non solo in Italia. L’emergenza evocata precede la definizione tecnica delle misure, costruendo consenso prima ancora del confronto democratico.
In questi giorni si discute infatti di un “pacchetto sicurezza” che includerebbe nuove forme di fermo preventivo. Ma strumenti di questo tipo furono introdotti in un contesto radicalmente diverso, segnato da terrorismo armato, sequestri, omicidi mirati e organizzazioni clandestine operative. Applicarli oggi, in assenza di una minaccia comparabile, solleva seri problemi di necessità e proporzionalità rispetto ai diritti fondamentali.
L’ordinamento italiano dispone già di un ampio arsenale preventivo come divieti di manifestazione, fogli di via, Daspo urbani, sorveglianza speciale. Negli ultimi anni questi strumenti sono stati utilizzati in modo estensivo. Se non hanno prodotto i risultati attesi, la domanda da porsi è preliminare: il problema è davvero la mancanza di nuove norme, o piuttosto l’efficacia dell’applicazione di quelle esistenti? Rafforzare l’intelligence preventiva, migliorare il coordinamento tra questure, monitorare con continuità i soggetti ad alto rischio e gestire in modo selettivo gli eventi più critici appaiono risposte più coerenti con la natura reale del fenomeno.
C’è infine una lezione storica che merita di essere ricordata. Molte delle misure introdotte negli anni Settanta come temporanee sono rimaste stabilmente nell’ordinamento. È il fenomeno dell’“emergenza permanente”: l’eccezione che si normalizza e diventa regola. Ogni nuovo parallelo improprio contribuisce ad abbassare la soglia di accettabilità delle restrizioni, anche in assenza di una minaccia equivalente.
Centootto agenti feriti sono senza dubbio troppi. Ma non sono gli anni di piombo. Confondere i due piani non rende lo Stato più forte, anzi lo rende più fragile, perché lo spinge a rispondere a problemi reali con categorie sbagliate. La sicurezza si tutela con il rigore dell’analisi, con la distinzione dei fenomeni e con strumenti adeguati alla loro reale natura, non con analogie storiche che alimentano l’illusione di un ritorno al passato.
* Prof. Maurizio Petrocchi, PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat
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