
Benedizioni delle Ceneri (Messale Card. Pucci, se. XVI)
di Gabriele Vecchioni
Nel precedente articolo, dedicato alle festività del Carnevale, abbiamo visto come una festa laica dipenda, almeno dal punto di vista delle date della celebrazione (inizio e fine), dal calendario liturgico. In questo, invece, andremo ad analizzare, sempre brevemente, una delle feste religiose più significative, quella delle Ceneri.
Si tratta della ricorrenza religiosa cristiana che il mercoledì dopo le fine delle festività carnascialesche (il Martedì grasso) segna l’inizio della Quaresima. Ricordiamo che la Quaresima è il periodo liturgico che indica i quaranta giorni di penitenza e di preghiera che precedono la celebrazione della Pasqua [la parola “quaresima” deriva dal latino ecclesiastico «… quadraginta dierum tempus liturgicum paenitentiae»]; la festività ricorda i quaranta giorni che Gesù passò nel deserto e subì le tentazioni di Satana.
LE CENERI – La Quaresima inizia il mercoledì, quando i fedeli che partecipano alla messa vengono segnati dal sacerdote sulla fronte con la cenere benedetta, ottenuta dalla combustione dei rami d’ulivo della Domenica delle Palme dell’anno precedente, con un gesto che riecheggia un’antica tradizione della chiesa orientale (depositare le ceneri sulla testa del fedele per indicare il pentimento davanti a Dio, come narrato nella Bibbia).
Durante la cerimonia, il celebrante utilizza una formula derivata da frasi del Vangelo. Nel Vangelo di Marco, il più antico dei quattro canonici riconosciuti dalla Chiesa, sta scritto: «Dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato, Gesù venne in Galilea, predicando il Vangelo di Dio. Diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto: convertitevi e credete al Vangelo”». Da questo brano deriva la formula che ancora oggi accompagna l’imposizione delle Sacre Ceneri e dà inizio al periodo quaresimale, mettendo in risalto l’aspetto penitenziale e quello della conversione e della preghiera.

Imposizione delle Sacre Ceneri (F. Meli, secc. XV-XVI)
ORIGINI DELLA CELEBRAZIONE – Anticamente, il momento della penitenza era pubblico e dava inizio al “percorso di contrizione” dei fedeli; l’assoluzione sarebbe avvenuta nella celebrazione del Giovedì Santo, giorno in cui si ricorda l’istituzione dell’Eucaristia.
In seguito, il gesto dell’imposizione delle Ceneri da parte del sacerdote celebrante fu applicato a tutti i fedeli presenti alla celebrazione, dopo la lettura del Vangelo e al termine dell’omelia, accompagnato da una espressione rituale. In origine, la frase pronunciata dal sacerdote era: «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris [Ricordati, uomo, che sei polvere e polvere ritornerai]», tratta dal libro della Genesi: è la frase finale con la quale il Padreterno scaccia Adamo (ed Eva) dall’Eden, condannandolo al lavoro e alla morte.
La riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II permette di usare un’altra formula, meno drammatica: «Poenitemini, et credite Evangelio [Convertitevi (pentitevi) e credete al Vangelo]».

Il sacerdote si prepara all’imposizione
L’uso rituale delle ceneri è legato alla penitenza, come si legge già nell’Antico Testamento: «… disponendomi alla preghiera e alla supplica con il digiuno, con sacco e cenere».
A proposito di penitenza, il primo concilio di Nicea (325), caldeggiava un digiuno di quaranta giorni per prepararsi alla Pasqua.
Nel cristianesimo dei primi tempi, quello che veniva messo da parte da quelli che digiunavano era (ri)distribuito ai poveri.

Il rito penitenziale in una incisione del Pontificale romano, Venezia 1561)
Fu Papa Gregorio I (grande riformatore della liturgia, passato alla storia come Gregorio Magno) che, intorno all’anno 591, istituì la consuetudine, in quello che sarebbe diventato il Mercoledì delle Ceneri, di consacrare dei rami di palma (ulivo) dell’anno precedente per il servizio divino e di segnare i fedeli con le ceneri, tracciando una croce sulla fronte.
Con questo gesto simbolico, i cristiani avrebbero dovuto prendere coscienza della loro fragilità e questo avrebbe portato alla conversione. A quei tempi, era ancora usato, tra gli appartenenti alle classi cólte (e i religiosi, almeno quelli in posizioni gerarchiche preminenti, lo erano) il greco antico: la parola usata per definire la conversione era una parola greca: metanoia, pentimento.
Se il rito è molto antico, la prima preghiera specifica per la benedizione delle ceneri risale al sec. XI; nel sinodo di Benevento (1091), poi, Papa Urbano II raccomandò di spargere ceneri benedette per tutta la chiesa.
SIGNIFICATO – Un gesto relativamente semplice come quello dell’imposizione delle ceneri sulla fronte del fedele da parte del sacerdote celebrante ha diversi, profondi significati.
Vediamo la lista completa: le ceneri sulla fronte del penitente costituiscono l’evocazione simbolica della morte, la chiamata alla conversione, sono un simbolo di rinascita, un’immagine della povertà dell’essere umano e il segno della misericordia di Dio. Tutto è però legato alla penitenza che deve preparare alla celebrazione della Pasqua e che si può riassumere in tre azioni: la preghiera, l’elemosina e il digiuno.
La penitenza del fedele richiama quella di Gesù Cristo che, dopo essere stato battezzato nel Giordano da Giovanni il Battista, si ritirò nel deserto, digiunando e preparandosi alla sua missione (la morte in croce e la sua resurrezione).
Il digiuno non va interpretato in senso letterale: nessuno è in grado di digiunare per quaranta giorni e nessuno chiederebbe una privazione così estrema; va inteso come la rinuncia, anche parziale, al superfluo e a quello che può allontanare dal “divino”. Rinunciare consapevolmente a qualcosa è un cammino di umiltà che permette di prendere coscienza delle difficoltà che altri esseri vivono nella quotidianità e di rinnovare un atteggiamento di apertura nei confronti dell’ “altro”.

Miniatura raffigurante l’imposizione delle ceneri sulla testa di una fedele (da Riv. Bas. San Francesco, PD)
CONCLUSIONI – In estrema sintesi, il valore profondo della celebrazione delle Ceneri è quello di far riflettere sulla fragilità (precarietà) della vita umana e riconoscere (e correggere) i propri errori, un concetto che travalica i limiti della liturgia ed è stato ripreso da filosofi e pensatori di ogni epoca.
Anche compositori di musica rock si sono interessati al problema; nei versi di Dust in the wind, uno dei pezzi più famosi dei Kansas, una band statunitense di progressive rock (degli anni ’70, l’epoca d’oro del genere ma ancora attiva!), piuttosto nota tra gli appassionati, c’è un’interessante sintesi dell’assunto: «Chiudo gli occhi solo per un attimo e l’attimo è passato/ Tutti i miei sogni passano davanti ai miei occhi/ Polvere nel vento, tutto ciò che sono è polvere nel vento/…/ Niente dura per sempre tranne la terra e il cielo/ E tutti i tuoi soldi non potranno comprare un altro minuto».
Il testo dell’acoustic ballad di Kerry Livgren è ispirato a diversi riferimenti biblici (Ecclesiaste) e usa una metafora semplice: tutto passa, niente dura per sempre e quello che ci sembrava importante, un giorno scomparirà.
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