A Fermo due toghe, due visioni: la giustizia si divide sul referendum

FERMO - All'hotel Astoria il faccia a faccia tra Castagnoli (Sì) e Dicuonzo (No): dalla separazione delle carriere all'Alta Corte, un dibattito che non ha lasciato spazio alle mezze misure

Da sin, Bruno Castagnoli, Andrea Braconi e Ruggiero Dicuonzo

di Silvia Ilari

Il referendum giustizia si avvicina e il dibattito si fa sempre più acceso, soprattutto tra gli addetti ai lavori. Ieri pomeriggio all’Hotel Astoria di Fermo, due rappresentanti dei due fronti opposti si sono seduti allo stesso tavolo per difendere posizioni opposte su una riforma che potrebbe riscrivere l’architettura costituzionale della giustizia italiana.

Da un lato Bruno Castagnoli, già presidente del Tribunale di Fermo, convinto sostenitore del Sì e voce del movimento “Magistrati per il Sì”. Dall’altro Ruggiero Dicuonzo, sostituto procuratore della Repubblica di Ancona, coordinatore del comitato “Giusto dire No – Marche”. A moderare, il giornalista Andrea Braconi. Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, riformare il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura), ridisegnare i meccanismi disciplinari: tutto sul tavolo, tutto da decidere con un voto.
Un confronto tecnico, certo, ma non freddo. Perché dietro i commi e gli articoli costituzionali è una riforma che potrebbe andare a incidere sul cittadino che, tra l’altro, è l’unico che può deciderne le sorti.
Dopo i saluti dell’avvocato Andrea Albanesi, della Camera Penale di Fermo che ha organizzato l’incontro, si è subito entrati nel vivo, trattando quelli che sono i cambiamenti che andrebbero a investire la figura del Pubblico Ministero.
Per Castagnoli non ne verrebbe potenziata la figura, mentre per Dicuonzo il rischio è che possa diventare un “super poliziotto”. Il fronte del No, ritiene, infatti, che tutto ciò accentuerebbe il ruolo accusatorio del Pm, a scapito dell’imputato: «Siamo contrari al divide et impera: giudici e pubblici ministeri devono rimanere nello stesso organo perché entrambi appartengono alla stessa cultura. A me non piacerebbe uscire rafforzato per i poteri investigativi, perché vediamo cosa succede in altri casi, cosa può fare un Pm per raggiungere certi obiettivi. Non posso essere ottimista su questo».

Castagnoli, invece, non crede «ci sia questo pericolo insito nella legge. Non capisco perché si paventi, tutto è futuribile. Lo capisco solo se facciamo un discorso storico, sociologico. Se ne facciamo un discorso ancorato alla norma no».

Sull’imparzialità e terzietà del giudice, Dicuonzo non ha dubbi: «Alla luce della mia esperienza di giudice e poi pubblico ministero ritengo che di questa riforma non se ne sentiva la necessità. Il Sì si muove intorno al presupposto di una magistratura giudicante, per dare attuazione all’art 111 che parla di giusto processo. Francamente mi sento offeso, io penso di non aver mai conosciuto un giudice che non sia terzo. Diventa un problema formale, se si pensa che non ci sia terzietà, perché giudici e pm appartengono allo stesso ordine, vuol dire che non conosciamo la realtà processuale, non conosciamo cosa succede nei tribunali».

Dopo una disgressione sul caso Palamara-gate e i messaggi con politici, magistrati e componenti del Csm, con le discussioni riguardati le nomine e con l’invito del moderatore a tornare sui temi strettamente legati all’incontro, si è passati a parlare dell’Alta corte.

Nel mentre, tornando al caso Palamara e alla nota lista dei testimoni, nello spazio dedicato alle domande, ha preso la parola la giornalista Sandra Amurri. A un certo punto la giornalista, nel porre la sua domanda, ha nominato il ministro Antonio Tajani ed è stata repentinamente interrotta da Albanesi, che ha sottolineato lo scopo non politico dell’incontro, ma tecnico. Ne è nata un’accesa querelle tra i due che ha portato la giornalista ad abbandonare la sala.

In chiusura, si diceva, sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, Di Cuonzo ha rimarcato: «Ce n’era bisogno? O mi si dice che ce n’è bisogno con dati concreti o non ne vedo il motivo». Secca la replica di Castagnoli: «Attualmente l’ambito disciplinare è all’interno del Csm, quindi rimangono le mie perplessità sui criteri di selezione dei magistrati. Io ritengo che l’Alta Corte è bene sia svincolata, è sbagliato considerare che il Csm un organo di rappresentanza dei magistrati, è un organo di alta amministrazione».

Cosa cambierebbe con l’attuazione della riforma

Durante l’incontro, sono stati distribuiti documenti che mostrano il “prima” e l’eventuale “dopo” dell’articolo 104 e dell’articolo 105 della Costituzione.

Cerchiamo di fare chiarezza. Oggi esiste un solo Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), l’organo che governa i giudici italiani: li assume, li promuove, li trasferisce e li disciplina. Con la riforma, questo organo verrebbe sdoppiato: ci sarebbe un Csm per i magistrati giudicanti (i giudici che decidono le sentenze) e uno per i magistrati requirenti (i pubblici ministeri, cioè chi indaga e accusa).
Oggi giudici e Pm fanno parte dello stesso Ordine e possono cambiare ruolo nel corso della carriera. La riforma punta a separarli nettamente, come se fossero due professioni distinte.

Chi siede nel nuovo Csm? Non più gli eletti, ma sorteggiati.  Questa è forse la novità più radicale. Attualmente i membri del Csm vengono eletti dai magistrati stessi. Con la riforma, una parte verrebbe invece estratta a sorte da un elenco compilato dal Parlamento. I sostenitori della riforma dicono che così si elimina il correntismo, cioè il sistema di correnti interne alla magistratura che orientano le nomine. I critici rispondono che il sorteggio riduce la rappresentatività e introduce l’elemento del caso in una funzione così delicata.

La disciplina passa a una nuova Corte. L’articolo 105 riformato prevede che i procedimenti disciplinari contro i magistrati non vengano più gestiti dal Csm, ma da una nuova Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici con mandato di quattro anni non rinnovabile. Contro le sue sentenze si potrà fare ricorso, ma solo davanti alla stessa Corte, con una composizione diversa di giudici.

Bruno Castagnoli, già presidente del Tribunale di Fermo

Ruggiero Dicuonzo, sostituto procuratore della Repubblica

Al centro l’avvocato Andrea Albanesi, della Camera penale di Fermo

Da sinistra: Castagnoli, Braconi, Dicuonzo

 

L’avvocato Francesco De Minicis

L’assessore Maria Antonietta Di Felice in sala

La sala

Accesa discussione tra Albanesi e Amurri


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