
Giuseppe Fedeli
di Giuseppe Fedeli*
«Adesso riposa e poi vola, sempre più in alto…(al piccolo Domenico).
Un trapianto di cuore fallito su un bambino di Napoli ha polarizzato l’attenzione mediatica per una serie di presunti errori logistici e procedurali che avrebbero messo a rischio la vita del piccolo Domenico, deceduto il 21 febbraio, poiché non ritenuto idoneo a un secondo trapianto.
Oggi, con le conoscenze che si hanno in campo medico, non è accettabile lo sbaglio, fatale, di conservare un cuore da trapiantare nel ghiaccio secco, invece che nel ghiaccio naturale.
L’organo, che è stato trasportato senza le dovute precauzioni, sarebbe arrivato a Napoli danneggiato: non sarebbe stato mantenuto a 4 gradi, come previsto dalle normative, ma sarebbe stato esposto a temperature molto più basse, circa -78 gradi.
Alle 14:30 del 23 dicembre inizia l’espianto del cuore malato. I medici avrebbero iniziato l’operazione senza prima verificare se il nuovo cuore da impiantare fosse sano. Quando i medici si sono resi conto che l’organo era danneggiato, era ormai tardi per tornare indietro.
* *
Al di là di ogni polemica, che pure ci sta tutta, continuo a domandarmi, ammutolito: come è potuto mai succedere che gli addetti al trasporto dell’organo vitale, che avrebbe salvato la vita al bimbo, non abbiano allora usato le più elementari cautele, nel rispetto dei protocolli di quelle che sono le prassi (le regole) medico-nosologiche?
Puntare l’indice contro una équipe, o contro il medico, responsabile “più” degli altri, è uno sterile quanto stolido gioco al rialzo, né è compito di chi scrive. Nell’esprimere tutto il cordoglio ai genitori di Domenico per gli esiti di una vicenda, cui si stenta a credere (non si è trattato di eutanasia, poiché i genitori, di fronte all’ineluttabile, hanno detto di no all’accanimento terapeutico, optando per la Pianificazione Condivisa delle Cure (PCC): il percorso prevede che i genitori e il loro medico legale di parte collaborino con i sanitari per pianificare una terapia incentrata esclusivamente sulla gestione del dolore, per accompagnare il bambino fino all’ultimo respiro), mi voglio raccontare, voglio raccontare un pezzo di me, il fatto che ha segnato per sempre la vita mia e quella della mia sposa.
Alla età di 17 mesi, per una tragica fatalità, si spegneva il sorriso del mio primogenito, Alessandro.
Nessuno può dire a parole -nemmeno chi ha patito la pena più atroce- cosa si provi nel momento della perdita. Si vorrebbe morire al posto del figlio. Si vorrebbe morire, morire e basta. Anche di morte volontaria. Il tempo che separa il “ritorno” alla vita dall’ora della tenebra, che avvolge come un sudario corpo e anima, induce a guardare avanti: non c’è altra scelta.
Ma la vita non è vero che continua. Ovvero continua, ma con una mutazione, che può dirsi anche amputazione.
E chi ha visto quello che nemmeno un dio sopporterebbe di vedere, si porterà quella tremenda e a un tempo dolcissima istantanea fino all’ultimo. Ora, forse perché increduli davanti a un destino così crudele, nessuno ci informò che gli organi di Alessandro, integri e funzionanti, potevano essere espiantati, e così salvare la vita di altri bambini.
Ma così è stato, e c’è ancora chi piange. Per questa omissione, probabilmente non voluta, ripeto: tanto sconvolgente fu il fatto.
Due fiumi destinati anzitempo a confondersi col mare, due percorsi diversi, e a loro modo uguali, quelli che ho raccontato.
In questa valle di lacrime, mi sento particolarmente vicino ai genitori, che vegliano questo corpicino senza vita: non è ancora compiuto il tempo del lutto.
E, da una memoria spezzata e ancora sanguinante, mi tornano immagini, chiuse nel bagaglio della mia storia.
Adesso riposa, Domenico, e poi vola, vola sempre più in alto…
So che Alessandro ti verrà a prendere per mano Dove non ci saranno più lacrime, ma solo Gioia».
* giudice
P.S.
Va da sé che, se qualcuno dovrà pagare per gli errori commessi, la giustizia faccia il suo corso.
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