
di Sandro Renzi
L’impressione è che l’ex silos debba restare così com’è per molti anni ancora, finché magari qualche parete non verrà giù e pioggia e vento avranno la meglio sull’edificio che non ha nulla di vincolato ed il cui valore, negli anni, è sceso vertiginosamente. Nel 2024, quando l’Amministrazione Vesprini lo inserì tra i beni da alienare -si trattava dell’ennesimo tentativo fatto negli ultimi venti anni- aveva stimato un valore di 1.700.000 euro. Adesso si è passati a 850 mila euro dopo che gli uffici di via Veneto hanno definitivamente stabilito che la destinazione catastale dell’ex silos è solo commerciale, quindi uffici, e non residenziale. Tre piani, come noto, sono di proprietà del Comune, altri due, invece, sono in mano alla curatela fallimentare. Almeno 2 o 3 aste nel tempo sono andate deserte, mai nessuna offerta è stata presentata. La domanda sorge spontanea. Chi si accolla l’onere di acquistare un immobile che andrà demolito? Quale imprenditore, in questa fase contraddistinta dagli elevati costi di costruzione, può pensare di tenere fermo magari 1 milione e mezzo di euro prima di poter ricostruire qualcosa? Il degrado nel frattempo avanza tanto da spingere l’assessore al patrimonio, Fabio Senzacqua, a lanciare un allarme segnalando la pericolosità dell’edificio, registrata pure in occasione di un sopralluogo congiunto con la Sovrintendenza alcune settimane fa. L’unica strada, dunque, sembra quella della demolizione.
«Con il nostro ufficio tecnico dobbiamo effettuare dei rilievi più approfonditi nella struttura -spiega il sindaco Vesprini- per capire cosa realmente fare. Non dimentichiamoci che due piani non sono di proprietà comunale quindi ogni decisione va valutata tenendo conto anche del privato». Ammesso e non concesso che si possa arrivare ad una alienazione dell’intero ex silos, chi lo acquisterà dovrà poi spendere altri soldi per la demolizione e chiedere una variante urbanistica. Già, perché nessuno investe a Porto San Giorgio per realizzare uffici. L’interesse primario sono gli appartamenti il cui valore, tuttavia, non sarà paragonabile a quello che può garantire ad esempio una palazzina in prima file mare. E qui entra in gioco il ruolo della politica. L’iter di una variante, di per sé, è piuttosto lungo. Se a questo si sommano i tempi necessari per la realizzazione di un “tot” di appartamenti o palazzine (tutto da decifrare), ecco che l’operazione potrebbe tranquillamente richiedere anche un periodo di tre anni prima di essere completata. Ed è una previsione ottimistica.
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