
Gaetano Piermarocchi ad Abu Dhabi
di Silvia Ilari
Doveva essere il giorno del rientro. Invece sabato 28 febbraio, mentre le prime operazioni militari contro l’Iran rimescolavano gli equilibri del Golfo, l’amandolese Gaetano Piermarocchi si è ritrovato fermo al gate dell’aeroporto di Abu Dhabi con la compagna Alice e il nipotino di dieci anni e il volo cancellato. Da allora è una lunga attesa. Ce lo racconta dall’albergo in cui è ospite, raccontando sensazioni e la vita della città che, in qualche modo, cerca di andare avanti: «La speranza è quella di tornare presto alla normalità»
Piermarocchi, cosa è successo sabato scorso all’aeroporto?
«Le operazioni militari contro l’Iran erano iniziate da poche ore e, fino a quel momento, la vita dell’aeroporto scorreva frenetica come al solito. Anziché farci salire a bordo, però, ci hanno informati della chiusura temporanea dello spazio aereo, con la promessa di fornirci ‘maggiori informazioni a breve’. Improvvisamente tutti i cellulari dei passeggeri hanno cominciato a suonare, a volume alto: era un messaggio di allarme, uno dei sette o otto che avremmo poi ricevuto, che ci invitava a raggiungere gli shelter di sicurezza o almeno a stare lontani dalle finestre. Cosa non semplice all’interno di un aeroporto pieno di vetrate…Successivamente abbiamo sentito qualche esplosione, lontana ma preoccupante. Poi, ancora, un paio di jet militari che hanno preso il volo».
Avete ricevuto assistenza sul posto?
«Nel giro di un’ora, il volo è stato definitivamente cancellato e ci hanno assegnato, direttamente al gate, un hotel dove saremmo rimasti per il tempo necessario. Il trasporto è stato organizzato con bus navette e taxi, tutto a spese della compagnia. Nel frattempo, tutti i bagagli ci sono stati resi disponibili in ordine ai nastri di ritiro. Non so dire quante migliaia di passeggeri fossero in queste condizioni, ma posso affermare che l’organizzazione è stata impeccabile per efficienza e cortesia».
Com’è ora la situazione? Cosa si percepisce?
«La vita in città scorre in apparente tranquillità; la sera i locali si riempiono di persone che celebrano il Ramadan mangiando e bevendo, acqua e soft drinks, dopo la giornata di digiuno. Abbiamo sentito alcune esplosioni, ma direi piuttosto lontane dalla città. A detta della stampa, pressoché tutti i missili e i droni lanciati contro gli Emirati – principalmente Abu Dhabi e Dubai – sono stati intercettati e neutralizzati. Ora, alcuni voli vengono comunque fatti partire nelle ore centrali riuscendo ad assorbire, lentamente, i viaggiatori “spiaggiati” come noi. Ogni sera, meglio, ogni notte, quando la lista dei pochi voli confermati viene definita, ci viene chiesto se intendiamo accettare delle destinazioni alternative, dopodiché si apre una “lotteria” che, fino ad oggi, non abbiamo vinto».

Il messaggio ricevuto da Piermarocchi da un sedicente tour operator
Piermarocchi racconta anche il tentativo di alcuni tour operator di speculare sulla situazione e ci mostra un messaggio. «Ovviamente l’Unità di crisi menzionata non è quella della Farnesina, lo fanno nel tentativo di vendere» sottolinea.
«Tra l’altro, da Mascate, in Oman, arrivano notizie che parlano di code chilometriche alle biglietterie e non c’è la stessa assistenza che stiamo avendo noi. In altre parole, non è una soluzione utile se non per chi vende i transfer fino all’aeroporto e i biglietti aerei. È un girone dantesco» aggiunge.
L’ambasciata vi sta supportando?
«La nostra Ambasciata ha aperto alcune linee telefoniche per l’help desk, ma più di tanto non può fare. Ha ben gestito il rimpatrio di un gruppo di quasi 200 giovani studenti. Abbiamo scaricato l’app “Viaggiare Sicuri” che, per le poche funzionalità, mi sembra abbastanza inutile nella gestione delle crisi: una semplice segnalazione su dove siamo che, forse, qualcuno, da qualche parte non leggerà…».
Come state vivendo l’attesa?
«Emotivamente, ognuno di noi vuole essere riportato a casa il prima possibile. Però bisogna riconoscere che ci vuole del tempo e che ci si deve mettere in fila. Parlando in albergo con i compagni di sventura di ogni parte del mondo, ci siamo fatti l’idea che abbiamo tutti ricevuto la stessa assistenza, sia dai locali che dalle rispettive sedi diplomatiche. Poi qualcuno riesce a rientrare prima e qualcun altro dopo, ma questo è nelle cose. Siamo ai margini di un conflitto, e non è una bella situazione per definizione. Non c’è la necessità di un’evacuazione rapida e massiva. E non dimentichiamoci: per tanti che devono uscire da qui, ce ne sono altrettanti, dispersi nel mondo, che stanno cercando di arrivare».
Vuole fare un appello?
«Nessun appello. Solo la speranza che si torni presto alla normalità. E una preghiera per chi sta davvero sotto le bombe».
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