«Iran: chi vince davvero questa guerra?» I tre scenari possibili nell’analisi del prof. Petrocchi

GEOPOLITICA - Il docente di storia del giornalismo e media digitali all'università di Macerata, storico ed esperto in conflitti, violenza, politica e terrorismo: «Una campagna presentata come contro-proliferazione ha colpito relativamente poco il programma nucleare. Una campagna che avrebbe dovuto indebolire gli avversari strategici di Washington ha prodotto vantaggi misurabili per Mosca e Pechino. E il materiale fissile - la ragione dichiarata di tutto - rimane non contabilizzato, nei tunnel di Isfahan»

* di Maurizio Petrocchi

Iran: chi vince davvero questa guerra? L’operazione contro l’Iran è stata presentata come contro-proliferazione nucleare. I fatti raccontano qualcosa di diverso: una campagna per la disarticolazione di uno Stato. Ma mentre Teheran resiste, Mosca guadagna, Pechino si consolida e il materiale fissile rimane nei tunnel di Isfahan. La domanda vera è un’altra.

C’è un paradosso al cuore di ogni grande campagna militare moderna: quanto più essa si afferma come operazione di sicurezza, tanto più rivela la sua natura di strumento di trasformazione sistemica.
La guerra contro l’Iran che si consuma in queste settimane non fa eccezione. Presentata, si diceva, come operazione di contro-proliferazione nucleare, si è rapidamente dispiegata come qualcosa di più ambizioso e, insieme, di meno definito: un tentativo di riscrivere gli equilibri di potenza nel Medio Oriente allargato attraverso la disarticolazione dello Stato iraniano.
La domanda che ci dovremmo porre non è se l’Iran sopravviverà militarmente, probabilmente sì, ma chi guadagna potere strutturale da questa crisi, e attraverso quali leve invisibili.

La storia non mente: efficienza tattica non è strategia

Chiunque abbia studiato la proiezione di forza americana dalla prima guerra del Golfo in poi riconosce immediatamente le proporzioni: oltre novecento attacchi statunitensi nelle prime dodici ore, tremila obiettivi colpiti in sette giorni, tassi di sortita che si avvicinano a quelli del 1991 con una frazione degli assetti impiegati allora. La macchina bellica è diventata più efficiente. Ma la storia insegna che l’efficienza tattica e la coerenza strategica sono grandezze indipendenti. Nel 1991 si sapeva cosa si voleva ottenere: la liberazione del Kuwait. Nel 2003 si sapeva cosa si voleva distruggere: un regime. In entrambi i casi, la fase successiva al successo militare si rivelò il problema irrisolto. Oggi il quadro è ancora più opaco.
L’obiettivo dichiarato – neutralizzare il programma nucleare – è già contraddetto dai fatti: gli attacchi agli impianti nucleari sono stati relativamente limitati rispetto all’intensità complessiva della campagna. I siti di Natanz, Fordow, Isfahan sono stati colpiti durante la “guerra dei dodici giorni” di giugno. Ciò che si fa adesso è altro.
Si colpiscono le Guardie Rivoluzionarie, la Marina, i sistemi missilistici balistici, la leadership, i centri del potere politico. Non è una campagna di contro-proliferazione: è una campagna per la disarticolazione dello Stato iraniano.

Il collo di bottiglia che nessuno nomina

Il vero indicatore militare della campagna non è il numero di bombe sganciate, ma lo stato dei lanciatori missilistici mobili iraniani. Le cifre diffuse da fonti israeliane indicano circa centocinquanta lanciatori residui, con un trend di logoramento che al ritmo attuale avrebbe dovuto azzerarli entro giorni. Questo è il “collo di bottiglia” reale: non gli impianti fissi, non i siti nucleari sotterranei, ma la capacità di risposta mobile.
Parallelamente, quattrocentoquaranta chilogrammi di uranio altamente arricchito al sessanta per cento risultano ancora non contabilizzati, presumibilmente nei tunnel dell’impianto di Isfahan. La comunità d’intelligence americana ha parzialmente confermato questa ipotesi.
La soglia della weaponization, l’ulteriore arricchimento al novanta per cento, realizzazione della testata, integrazione con un vettore, rimane distante ma non impossibile.
Il paradosso nucleare è questo: l’operazione presentata come contro-proliferazione potrebbe aver creato le condizioni per un’accelerazione clandestina del programma, qualora il regime sopravviva sufficientemente coeso e con sufficienti capacità tecniche residue.

Il regime non crolla: l’illusione della diaspora

La nomina di Mojtaba Khamenei a nuovo Guida Suprema è un atto che gli strategic studies definirebbero di “continuità sistemica sotto pressione”. Il regime non si è sfaldato, ha attivato piani di contingenza predisposti a cinque livelli di profondità nella catena di comando, sia civile sia militare. L’esercito regolare ha dichiarato fedeltà al governo. Le Guardie Rivoluzionarie mantengono controllo quasi totale sui processi decisionali critici, compreso il dossier nucleare. Occorre fare attenzione alle narrazioni della diaspora. Reza Pahlavi che rivendica un “mandato iraniano” dall’estero, il Mek che si posiziona come successore: sono fenomeni che obbediscono alla logica dei contendenti esterni, non alla realtà interna. Il rally around the flag che si registra dentro l’Iran, non per amore della Repubblica Islamica, ma per il timore della disgregazione nazionale in un paese multietnico è un indicatore di resilienza sistemica che gli analisti ottimisti tendono a sottovalutare.

La guerra che si vede e quella che non si vede

C’è una variabile che i briefing militari non catturano facilmente. Il cielo annerito sopra Teheran, la pioggia di idrocarburi sui marciapiedi, l’acqua inquinata, le scuole colpite, i bambini morti nelle prime fasi della campagna: la popolazione iraniana non si attendeva questo tipo di guerra. Il distacco viscerale dall’America che si sta formando non è propaganda, è esperienza corporea e collettiva di una violenza che supera i confini della legittimità percepita. Questo produce un brusco incremento dell’antiamericanismo e una frattura profonda tra la diaspora e chi si trova all’interno del paese. La guerra cognitiva non si vince con le bombe. Si vince, o si perde, nella memoria collettiva delle popolazioni. E quella memoria si sta formando adesso.

Chi guadagna davvero: Mosca, Pechino e la grammatica dell’opportunismo

Mosca e Pechino non sono attori sentimentali in questa crisi: sono potenze che massimizzano l’utilità strategica delle disgrazie altrui.
Per la Russia il conflitto produce tre vantaggi simultanei: il prezzo del petrolio sale, le scorte di munizioni americane si assottigliano, e la narrativa della “guerra elettiva imposta dagli Stati Uniti” acquisisce ulteriore credibilità nel Sud globale. La Cina ha saggiamente costruito riserve energetiche strategiche nei mesi precedenti, ammortizzando l’esposizione alla perdita del petrolio iraniano. Entrambe le potenze presenteranno questa guerra come prova della propensione americana alla destabilizzazione unilaterale, un argomento non privo di fondamento, che raccoglierà consensi in Africa, Asia e America Latina. La reputazione internazionale degli Stati Uniti, già deteriorata, subisce un ulteriore colpo difficilmente recuperabile nel breve periodo.

Tre scenari, un solo materiale fissile

Il primo scenario è quello della degradazione prolungata senza resa: il regime sopravvive politicamente, le capacità militari convenzionali sono gravemente ridotte, il programma nucleare procede in forma clandestina e distribuita. L’Iran diventa uno Stato indebolito ma non trasformato.
Il secondo scenario è quello della negoziazione minima: Mojtaba Khamenei, una volta stabilizzato il potere, trova nel dossier nucleare la moneta di scambio per un cessate il fuoco. L’accesso dell’Aiea agli impianti, misura diplomaticamente accessibile ma che Teheran ha finora rifiutato, potrebbe diventare la chiave di volta.
Il terzo scenario , il meno probabile ma non trascurabile, è quello della frammentazione: la pressione prolungata, le tensioni etniche latenti e la crisi economica producono una disgregazione dell’autorità centrale, non un cambio di regime ordinato, ma un collasso disordinato con effetti imprevedibili sullo Stretto di Hormuz e sull’intera architettura di sicurezza regionale.

Gli indicatori da monitorare

La capacità di Mojtaba Khamenei di apparire pubblicamente e consolidare il consenso delle Guardie Rivoluzionarie; i movimenti di uranio arricchito dall’impianto di Isfahan; le decisioni del Gcc sulla nuova architettura di sicurezza; le posizioni di Larijani come broker di potere interno; i segnali di disponibilità all’accesso Aiea.

Il paradosso che rimane

Si ritorna al punto di partenza. Una campagna presentata come contro-proliferazione ha colpito relativamente poco il programma nucleare. Una campagna presentata come limitata ha assunto i contorni di un tentativo di disarticolazione statale. Una campagna che avrebbe dovuto indebolire gli avversari strategici di Washington ha prodotto vantaggi misurabili per Mosca e Pechino. E il materiale fissile – la ragione dichiarata di tutto – rimane non contabilizzato, nei tunnel di Isfahan, a disposizione di chiunque sopravviva con sufficiente autorità e competenza tecnica.
La domanda aperta non è se l’Iran avrà un’arma nucleare. È chi, nella catena di potere iraniana post-bellica, avrà l’incentivo e la capacità di perseguire quella soglia in clandestinità, in assenza di qualsiasi meccanismo di verifica internazionale.

 

* docente di storia del giornalismo e media digitali all’università di Macerata, storico ed esperto in conflitti, violenza, politica e terrorismo


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