
di Sandro Renzi
Sempre più vetrine spente nelle città italiane: tra il 2012 e il 2025, sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale. E’ quanto emerge dal report dell’Ufficio Studi della Confcommercio che ha preso in esame 122 città di cui 107 capoluoghi. Situazione assai critica nelle Marche dove ben 3 province, ovvero Ancona, Pesaro ed Ascoli, rispettivamente al secondo, quarto e nono posto della classifica nazionale fanno registrare i cali più significativi. Ad Ancona è andato perso il 35,9 delle imprese attive, a Pesaro il 34,9 e ad Ascoli il 33,4%. Ma non finisce qui. Basta scendere un pò più in basso nella classifica ed ecco arrivare anche Fermo al 30° posto con un taglio del 29,4% di negozi in oltre due lustri. La crisi non risparmia nessuno. Macerata si ferma al 57° posto registrando chiusure definitive per il 26,4% delle attività commerciali. Insomma, le Marche nel suo complesso ne escono piuttosto malconce. «Il fenomeno della desertificazione commerciale, dunque, accelera (a un tasso medio annuo del 3,1% nel 2025 contro il 2,2% osservato nelle precedenti analisi), con il rischio che da qui al 2035 avremo città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e anche l’ipotesi di un maggior degrado delle città» rileva lo studio dell’associazione di categoria.
Crescono solo le imprese del comparto alloggio e ristorazione (+19mila) e aumenta il numero di locali commerciali sfitti. L’analisi “Città e demografia d’impresa” realizzata dall’Ufficio Studi Confcommercio fotografa l’andamento di 18 categorie di attività economiche, distinguendo tra centri storici e resto del territorio urbano. A pesare su questo andamento ci sono l’e-commerce e il cambiamento dei consumi. «Nel 2019 il valore delle vendite online era pari a 31,4 miliardi, nel 2025 è arrivato a 62,3 miliardi. Questo processo, insieme alle trasformazioni socio-economiche e demografiche, tende a innescare un circolo vizioso: la riduzione del numero di negozi riduce l’attrattività commerciale delle aree urbane e alimenta ulteriormente la contrazione dell’offerta» rileva ancora il report.
Sempre più esercizi passano di mano agli stranieri (+134mila, contro un calo di 290mila per quelli italiani nel periodo 2012-2025), che svolgono anche una importante funzione di integrazione economica e occupazionale (+194mila occupati). Allo stesso tempo, però, cresce la dimensione media delle imprese italiane, che passa da 2,4 addetti per impresa nel 2012 a 3 addetti nel 2025, mentre quelle guidate da imprenditori stranieri restano generalmente più piccole e diffuse. Crescono, come detto, le attività legate al turismo, in particolare alloggi per affitti brevi e si espandono ristorazione con e senza somministrazione. Diminuiscono invece le attività commerciali tradizionali (negozi e commercio ambulante). «Il dato più evidente è il calo diffuso delle attività commerciali tradizionali, in particolare nei settori legati ai beni non alimentari, come edicole (-51,9%), abbigliamento e calzature (-36,9%), mobili e ferramenta (-35,9%), libri e giocattoli (-32,6%). Anche bar e commercio ambulante risultano in diminuzione, segno di una contrazione dell’offerta commerciale tradizionale nei centri urbani. In controtendenza crescono, invece, alcune attività legate ai servizi e alla domanda turistica: ristoranti (+35%), l’aggregato rosticcerie, gelaterie, pasticcerie (+14,4%) e soprattutto gli altri alloggi (+184,4%), categoria in cui rientrano gli affitti brevi» si legge nel report.
Le proposte del progetto Cities di Confcommercio per combattere la desertificazione sono diverse, tra queste: riconoscere le imprese di prossimità come attori del governo urbano. «Includere formalmente le imprese di prossimità e le Associazioni territoriali di Confcommercio come portatori di valore civico tra i soggetti che possono sottoscrivere Regolamenti per l’Amministrazione Condivisa e Patti di Cittadinanza; integrare politiche di sviluppo economico e urbanistica. Attribuire le deleghe a un’unica figura politica o a una cabina di regia inter-assessorile in modo da favorire il raccordo tra gli strumenti di pianificazione urbanistica e la programmazione commerciale, costruendo una “mappa delle polarità di prossimità” e adottando un documento programmatico pluriennale che garantisca continuità e coerenza agli interventi; dotarsi di strumenti di conoscenza. Costruire un Osservatorio permanente sul tessuto economico urbano, integrando le fonti amministrative tradizionali con fonti innovative, gestire attivamente i locali sfitti. Attraverso forme strutturate di governance locale, che vedono la partecipazione attiva delle Associazioni territoriali di Confcommercio, come ad esempio i Distretti del Commercio, si possono avviare importanti percorsi di cambiamento: censimenti degli spazi sfitti per iniziative mirate, abbellimento e digitalizzazione delle vetrine vuote, alleanze tra proprietà e imprenditori per favorire il mercato delle locazioni, temporary store finalizzati alla riqualificazione».
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