Tra gli anni ’50 e ’60, milioni di persone hanno abbandonato le campagne per cercare lavoro nelle fabbriche del Nord o all’estero, provocando un massiccio spopolamento delle aree rurali, complice l’introduzione dei macchinari agricoli, che ha reso obsoleti i metodi di lavoro tradizionali, riducendo la necessità di manodopera manuale. Al crepuscolo della civiltà contadina ha contribuito la ricerca di uno stile di vita “moderno”, fatto di maggiori comodità, salari più alti e l’accesso ai consumi di massa (il sogno industriale), che ha reso la vita nei campi poco attraente per le nuove generazioni. E così, la cultura contadina, basata sull’avvicendarsi delle stagioni, sulla solidarietà e sulla autosufficienza, è stata sostituita dalla cultura industriale e del consumo.
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È sera. Intorno alla tavola nonni e nipoti, padri e figli, una stratificazione di generazioni che simboleggia la continuità della genealogia familiare. Tutti insieme, a consumare quello che il duro lavoro dei campi offre, in cambio di una fatica improba. Dopo il rito della cena, seduti a semicerchio davanti all’arola(1) -padrona di casa la “vergara”, con accanto la nuora, affaccendate a sbrigare le ultime “masciate”(2), il nonno, sorta di sciamano, a raccontare le scantafavole: storie raccapriccianti di fantasmi e incontri ravvicinati con visioni, che Dio ce ne scampi. Un tempo, il mondo contadino non era oro fuso, diciamo le cose come stanno. Ma la grande famiglia, che una intelligenza rara come Pasolini non si stancava mai di cantare come il mondo più vero e terragno, umorale e sanguigno, portatori di valori indistruttibili, garantiva la genuinità dei sentimenti: e, specialmente, la solidarietà, una mano a chi, vicino di contado, bussava all’uscio, a chiedere un tozzo di pane.
La mensa era sempre frugale, ma pregna dei sapori di casa. Pur nelle ombre che gravavano su questa dimensione troppe volte idealizzata come “mondo immacolato”, essa aveva sempre un posto da aggiungere a tavola. Dicevo, nel cerchio della gens rustica c’era più genuinità del sentire. Un senso di fratellanza, dovuto anche alla povertà, talora estrema, in cui versavano in particolare i numerosi figli, unica ricchezza del “proletariato”. Di una delle tante stirpi, disseminate nello Stivale, i cui primi attori (padre da una parte, madre dall’altra) consumavano le loro fatiche l’uno nei campi, l’altra nel campare la famiglia.
Oggi non è più così. Questo quadretto naif è stato cancellato dall’urbanizzazione, dalla “meccanizzazione” delle attività agricole, e ciò ha portato a un radicale cambiamento di mentalità: un abito che non si attaglia bene alla gente di campagna, creando una sorta di “snaturamento”, di dissonanza.
Il contadino di una volta era custode di una sapientia, tramandata di generazione in generazione, e custodita gelosamente: il genius loci.
Sennonché, l’industrializzazione crescente, dal dopoguerra in poi, unita alle ambizioni delle nuove leve di “conquista” dello spazio urbano hanno giocoforza tradito la figura del contadino di una volta. Se poi vi aggiungiamo i soldi, il motto “scarpe grosse, cervello fino” la dice lunga. Ora, come laudator temporis acti (con molte riserve, cui ho sopra accennato), non posso non dolermi del fatto che certe consuetudini, certi riti, la festa del ritrovarsi tutti insieme attorno al desco, magari celebrando il sacrificio di sua maestà il maiale, sono tradizioni, se non tramontate, in declino. Che, se da una parte dicevano la fatica dei giorni, dall’altra narravano di gioie e stupori, e incanti. Ma anche di sudori, disperazioni silenziose, ribellioni sorde alla miseria e a una condizione grama, ma, nella sua crudezza, nelle sue luci e nelle sue ombre, autentica.
(1) il camino, un tempo unica fonte di calore e intimità domestica nei freddi mesi invernali
(2) cose da sbrigare