Giovani e violenza, la lettera di una madre/insegnante: «Nell’educazione la salvezza, chiedo una sicurezza diversa»

LETTERA AL DIRETTORE «Non chiedo meno sicurezza, chiedo una sicurezza diversa. Chiedo che le risorse vengano investite non solo in telecamere di sorveglianza, ma in educatori di strada, in potenziamento dei consultori, in progetti scolastici che vadano oltre il programma ministeriale per toccare le corde dell'empatia e far finalmente capire loro il valore dell' essere umano e della sicurezza affinché la tutela di sé e degli altri diventi una priorità etica condivisa, non solo una regola da rispettare per evitare sanzioni»

(foto Cristiano Ninonà)

Riceviamo da una nostra lettrice, di professione insegnante, e pubblichiamo:

Scrivo queste righe con il cuore pesante, sospesa tra due mondi che oggi sembrano crollare: la mia cucina, dove guardo i miei figli crescere in un mondo incerto, e la mia aula, dove ogni giorno cerco di insegnare che la parola è l’unica arma degna di un essere umano.

I fatti di cronaca che hanno scosso il nostro paese — le aggressioni in piazza, le risse organizzate fra gruppi di adolescenti, quel clima di tensione che si taglia col coltello appena cala il sole — non sono semplici “ragazzate”. Sono il sintomo di un’emorragia di senso che noi adulti non stiamo riuscendo a tamponare.
Allora mi chiedo: cosa manca davvero? Sembra che i ragazzi abbiano perso la capacità di gestire la frustrazione e siano completamente privi di alfabetizzazione emotiva. Di chi è la responsabilità? Fuori da scuola vedo un paese che offre loro solo centri commerciali o panchine buie. Mancano spazi di aggregazione sani dove il conflitto possa diventare confronto sportivo, artistico o sociale. Anche a casa manca l’ascolto, non quello condiscendente, ma quello che pone limiti senza umiliare. E manca l’esempio: se noi adulti usiamo un linguaggio violento sui social e nelle relazioni interpersonali, se non siamo più in grado di sostenere un confronto costruttivo, come possiamo pretendere che i nostri figli siano ambasciatori di pace?
Solo l’educazione può salvare una generazione quindi non insegniamo loro a colpire più forte, insegniamogli a percepire se stessi come individui solidi e capaci di autodeterminazione. Solo così il gruppo smette di essere un padrone e torna a essere uno spazio di confronto e crescita. Insegniamo loro che chi usa le mani ha già finito le idee. Non chiedo meno sicurezza, chiedo una sicurezza diversa. Chiedo che le risorse vengano investite non solo in telecamere di sorveglianza, ma in educatori di strada, in potenziamento dei consultori, in progetti scolastici che vadano oltre il programma ministeriale per toccare le corde dell’empatia e far finalmente capire loro il valore dell’ essere umano e della sicurezza affinché la tutela di sé e degli altri diventi una priorità etica condivisa, non solo una regola da rispettare per evitare sanzioni.
Una madre, un’insegnante, una cittadina preoccupata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page


Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati




Gli articoli più letti