Ruben Dario Bolzan: «L’ennesimo flop della Nazionale italiana evidenzia le problematiche di sempre»

CALCIO - Ex difensore centrale di origine argentina, ma italiano d'adozione, nel territorio provinciale in campo nei lustri scorsi tra le fila della Fermana e della Folgore Falerone Montegranaro, da tecnico sulla panchina dei canarini e degli stessi veregrensi uniti ai faleronensi. Davanti alla rinnovata e triste mancata qualificazione degli Azzurri ad una fase a gironi del Campionato del Mondo non ha dubbi: «Ora si cercano nuovamente le opportune regole per tutelare i giovani, ma in realtà rappresentano la normalità in tutti gli angoli del pianeta, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti»

Ruben Dario Bolzan alza al cielo la Coppa Italia nazionale di Eccellenza, trofeo conquistato con l’allora U. S. Fermana, nel 2013, in quel di Rieti ai danni del Cerignola

di Redazione

FERMO – La storia, purtroppo, si ripete.

Per la terza volta consecutiva, come tristemente noto a tutti gli sportivi connazionali, gli Azzurri non prenderanno parte alla competizione mondiale in programma in estate tra Stati Uniti, Messico e Canada. Francia 2018 e Qatar 2022 le edizioni a non vedere ai nastri di partenza la Nazionale italiana, e risalendo a ritroso spiccano fragorose le pessime performances nelle fasi a girone (non superate) tra Sudafrica 2010 (da campioni in carica) e Brasile 2014, relegando quindi all’angolo dei ricordi (seppur indelebili) le gesta di Pirlo, Totti, Del Piero & soci nel 2006 in Germania.

Ad analizzare la cronica malattia italiana Ruben Dario Bolzan, nato nel maggio del 1975 a Nogoya, Argentina, ma da decenni in Italia. Dal 1999 protagonista dei campionati di casa nostra, a partire dalla Cnd della Sestese, contesto dove ha inaugurato una carriera praticamente sviluppata e chiusa all’interno dei confini patriottici. Nelle Marche a vestire le casacche di Fossombrone, Civitanovese e Recanatese, in provincia eccolo nella retroguardia della Fermana e della Folgore Falerone Montegranaro, prima di virare sulla panchina come tecnico, nella stessa Folgore prima ed all’ombra del Girfalco della Fermana in seguito.

Mentre la nazionale d’origine, l’Argentina, in estate oltre l’Atlantico difenderà il titolo iridato da campione uscente, l’ex difensore centrale che fu non ha dubbi nel tracciare la diagnosi del male nazionale. «Possiamo parlare per ore di governance federali, riforme, qualità e quantità delle strutture sportive, programmi di allenamento nei vivai e di tutto quello che volete, ma il principale problema del calcio italiano, oggi come ieri, è la scellerata gestione, o meglio la non gestione, dei giovani – le decise parole di Bolzan -. Davanti a danni senza precedenti, come la rinnovata eliminazione dell’Italia dalla fase finale del campionato del Mondo per la terza volta consecutiva, si cercano regole per tutelare e valorizzare il talento emergente. Prassi che in tutte le altre parti del mondo sono, praticamente da sempre, la normalità quotidiana».

«Quando sento dire che bisogna cambiare e cercare nuove lungimiranti norme, quindi, mi viene da ridere. L’Italia è un apparato trita-giovani, se ne parla ora con marcato accento davanti alla rinnovata eliminazione dal mondiale, ma lo sanno tutti da sempre. Basta osservare un undici titolare dalla Serie A a scendere, dove spiccano stranieri o giocatori per lo più già formati e con un’età matura. Un’alta percentuale di giovani si perde per strada perché, si sente dire quasi con orgoglio, se non fanno la gavetta non sono buoni. Solo in Italia si rende necessaria la gavetta, ma in realtà, cosa significa? – l’inciso di Bolzan -. Si perde tempo e non si valorizzano talenti, le occasioni per formare il giocatore emergente dove andrebbero cercate secondo questo modo di pensare? Bisogna avere il coraggio di buttare nella bagarre un ragazzo che vale. Subito. Nessuno ha il coraggio di azzardare un giovane italiano nei contesti che contano, si preferisce prendere lo straniero già pronto, ed è ovvio che lo sia se arriva in Italia a 20 anni con in curriculum tre o quattro stagioni da titolare nella propria Serie A. Scendendo nei campionati vicini alle nostre logiche quotidiane, quali vantaggi ha portato negli anni la fantomatica regola degli Under? Non dovrebbe esistere questo concetto, si gioca a calcio da giovani se sei bravo. Se non lo sei vai a fare altro. Non conta la carta d’identità, ed è questa la vera problematica italiana. Gavetta? Quattro-cinque tornei tra Serie C o cadetteria e forse qualcuno arriva ai massimi livelli della A non prima di 24-25 anni. Quanto tempo si è perso? Ai giocatori emergenti bisogna dare l’occasione di giocare subito con i grandi. Questa è la miglior strada per la crescita e la consacrazione, se non l’unica, e quindi portare alla formazione di un giocatore vero».

Le norme che ora si cercano con affanno di mettere in auge con decisione «nel resto del mondo sono la normalità da anni – riprende Bolzan per concludere -. Mi ripeto ma è così. Anche per questo, negli ultimi tempi, la Nazionale italiana non vale la Svezia del 2018, la Macedonia del Nord quattro anni dopo e la Bosnia, come recentemente dimostrato. L’ultimo successo risale all’Europeo del 2020, disputato l’anno dopo causa Covid, dove ha trionfato una generazione di giocatori sulla via del tramonto, senza aver cioè valorizzato all’orizzonte un degno ricambio generazionale. Tornando ai tornei dilettantistici di casa nostra, parlo per diretta esperienza, sono fortemente convinto che chi gioca da under viene modificato nella personalità, o meglio, non viene considerato alla pari di un adulto, e per ciò che concerne la logica del campo, privato di responsabilità. E questo è un vero danno per i ragazzi. Sono pochi i cosiddetti under restati, in Serie D o Eccellenza che sia, sugli stessi palcoscenici dopo aver terminato il percorso tutelato per loro. Risalendo la china verso la Serie A, per come già affermato, la situazione non migliora di certo, anzi, riprendendo il ragionamento per come è iniziato, è da lustri sotto gli occhi di tutti ma paradossalmente ci si stupisce ancora, rimanendo nuovamente amareggiati, quando all’atto pratico l’epilogo delle tappe decisive nazionali risulta inevitabilmente sempre lo stesso».


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