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Istantanee dal Ghana,
secondo scatto

martedì 20 settembre 2016 - Ore 11:31
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Ghana

di Marco Renzi

(foto Francesca Renzi)

IL MERCATO – L’Africa riempie, ovunque ti giri è presente e questa sensazione diventa immensa quando si decide di entrare dentro un mercato, grande o piccolo che sia: colori, odori, umanità, clacson, grida, sorrisi, sono gli ingredienti di questi luoghi dove la gente si incontra per vendere quello che può e che possiede. Il mercato africano è unico, non somiglia a nulla di ciò che siano abituati a vedere in Italia, neanche al sud, è un affresco nuovo, fatto con colori che ci riportano ai temi delle origini, quando gli esseri umani si incontravano ed era semplicemente un momento festoso, senza bisogno di comitati e animazioni. Da questo humus forse è nato il bisogno di raccontarsi e con esso i racconti, le storie, quelle che non hanno tempo, che ancora mantengono lo straordinario potere di meravigliarci e che nessuna rete potrà mai sostituire. Il mercato africano sazia, è come il pranzo di nozze di una volta, quello con le portate che non finivano mai, che cominciava a mezzogiorno e finiva alla sera, è come un fiume che scorre, devi lasciarti portare dalla corrente e navigarci in mezzo, è un carico di umanità vociante e sorridente, qualcosa che ha a che fare con le origini, con le sorgenti e, per certi versi, anche con il teatro.

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IL MARE – Arrivare al mare di Katane è un colpo d’occhio speciale, spiagge con sabbia più grande della nostra che si disegnano a perdita d’occhio, verso est vanno nel Togo, distante appena una ventina di chilometri, dall’altra verso la capitale, Accra. Spiagge bellissime, piene di palme e come Dio le ha fatte, neanche l’ombra di uno chalet o struttura che possa essere assimilata a qualcosa di ricettivo, solo poche barche dei pescatori intorno. Barche pesantissime, somiglianti a grandi canoe, fatte di legno robusto che a guardarle viene da chiedersi come avranno fatto a portarle al sicuro dalle mareggiate, visto che non ci sono argani o altri attrezzi. L’acqua non è calda come uno se l’aspetterebbe essendo sulla linea dell’equatore, è piuttosto fresca, il Golfo di Guinea è aperto, si fonde con l’Oceano Atlantico e il sole, pur forte, non fa in tempo a scaldarla. Qui si va al mare tutto l’anno, non ci sono le stagioni come le conosciamo, è sempre estate e non esistono impianti di riscaldamento in nessuna abitazione, sia essa capanna o casa murata. Lo spettacolo dei bambini della missione che arrivano al mare è stupefacente, qualche secondo e sono tutti in acqua, poi le grida riempiono ogni cosa.

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TREMILA ANNI FA – Siamo partiti di buon ora, che tradotto sarebbero le sei del mattino, qui fa notte presto, alle 18 è già buio e di conseguenza alle 5 è giorno fatto. Mezzo, un pick-up, dieci persone e l’attrezzatura per fare il nostro spettacolo, cinque dentro e cinque sul cassone. Dopo qualche decina di chilometri lasciamo l’unica strada
asfaltata, quella che collega il Ghana al Togo e prosegue poi per il Benin e la Nigeria, lungo la carreggiata gente a piedi che viene e che va, una pattuglia della polizia indica di rallentare, hanno un autovelox, del fatto che cinque cristiani sono appollaiati sul cassone nessuno ci fa caso. Una volta svoltato si entra pian piano nel cuore dell’Africa, almeno questa è stata la sensazione comune. L’azzurro del cielo, il verde della sterminata pianura e il rosso della terra che ci fa da strada sono i colori della tavolozza. Quello che chiamiamo paesaggio è unico, alberi di baobab enormi, palme, ananas e tanta altra vegetazione di cui ignoro il nome, spezzati da appezzamenti coltivati dove l’uomo è riuscito a far crescere piante utili alla sua sussistenza. Quando si sente dire del famoso mal d’Africa forse ci si riferisce a questi paesaggi, capaci di entrare diritti nel cuore per poi restarci a lungo. Viaggiamo tra alberi, villaggi di capanne e rara gente che cammina ai lati della strada, per arrivare, dopo circa un’ora e mezzo, alla destinazione finale. Accostiamo davanti ad un muretto di terra e canne alto circa un metro, coperto da una lamiera ondulata traballante, dentro, allineate alcune file di panche ed un tavolo. Questa, chiamiamola struttura, è Scuola e al contempo Chiesa. Padre Jo, il missionario che sta dedicano tutta la sua vita a queste terre e alle sue genti, stende un telo bianco sul tavolo e ci posiziona al centro un crocefisso, ora quel luogo è una Chiesa e tra poco si celebrerà la Santa Messa. Anche per quelli che come me non sono cattolici, l’immagine è potente, il Vangelo qualcosa di molto concreto. La gente pian piano affluisce e subito lo spazio si riempie, la funzione comincia, si canta e si suonano i tamburi, arrivano tanti giovani, mamme con legati i bambini sul retro, piccoli che allattano senza alcun problema durante la Messa. Il missionario parla in lingua locale, non si capisce ciò che dice ma lo si intuisce dal volto eloquente e dalla tonalità delle parole. Qualcosa di tangibile scorre nell’aria calda di questa mattinata e quando tutti si scambiano il segno della pace diventa quasi visibile.Ghana

Dopo la Santa Messa l’altare viene sgomberato e si annuncia l’inizio dello spettacolo. In queste terre, che pur girando attorno al sole si stenta a credere possano appartenere al nostro medesimo mondo, nessuno è mai arrivato a fare alcuno spettacolo, così almeno ci dice Padre Jo. Siamo tutti molto emozionati, non è facile affrontare un pubblico come quello che abbiamo davanti, ci sentiamo nudi e crudi, quasi che quel poco di mestiere appreso in quarant’anni di attività fosse improvvisamente svanito. Quella che chiamiamo attenzione è altissima, gli occhi si incollano addosso e non si staccano, poi la tensione pian piano si scioglie e questa inusuale platea diventa amica. Quelli che facciamo sono numeri diversi, dalle clownerie, alla magia, al teatro dei burattini, tutto è una sorpresa e sgrana mille occhi bianchi sui volti neri.

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Al termine ci invitano a fare un giro nel villaggio, che da dove eravamo non si vedeva, tanto è nascosto dalla vegetazione, andiamo di buon cuore, pian piano si aprono spiazzi e capanne di terra, duecento anime vivono in quel luogo, montagne di dignità e fiumi di sorrisi ci accompagnano. Nelle capanne ci sono donne ed uomini seduti a terra che preparano da mangiare, fanno una farina con un tubero bianco e la tostano sul fuoco acceso, anche se ci sono 35 gradi. La offrono, è molto buona e gustosa. Qui il tempo si è fermato a tremila anni fa, le capanne sono di terra ed hanno un solo spazio dove dormono tutti e tutto, il resto della vita si svolge fuori, senza e iva o altro. Da poco hanno portato l’elettricità ma ancora pochi ce l’hanno perché poi bisogna anche pagarla e non tutti se lo possono permettere.
E’ normale che la testa si riempia di pensieri, non può essere diversamente e le domande si accavallano una sull’altra senza trovare un via d’uscita. Sarà meglio che tutto resti così com’è o invece accelerare un contatto con quello che chiamiamo mondo civile?
Non provo neanche a rispondere tanto sono lontano dalla soluzione.
Per ora guardo, ascolto, allineo, alzo e abbasso.
Lascio che i pensieri vaghino non solo tra le vite che vedo scorrere, ma anche sul senso di quello che stiamo facendo. Anche qui mille domande e nessuna certezza.
Ho visto bambini scalzi sorridere, mamme divertite, uomini allegri, sguardi curiosi e interessati, mi accontento di questo, poi vedremo. Una sola certezza al momento, questo missionario, insieme ai suoi collaboratori, sta facendo qualcosa di troppo grande per essere descritto dalle sole parole.

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