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Subire violenza e riprendersi la propria vita grazie (anche) alla scrittura: l’incontro con Nadia Nunzi IL VIDEO

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di Andrea Braconi

Scrive da sempre, perché la scrittura è per lei una casa riscaldata ma anche un rifugio. E con le parole è riuscita a raccontare una violenza lunga tre anni, alla quale ha posto fine andandosene.

Con “Ti amo anima mia”, edito da Psiconline, Nadia Nunzi, 37enne fermana, aveva squarciato un silenzio che portava dentro. E aveva incuriosito il pubblico, scegliendo l’anonimato e lo pseudonimo di Najaa.

Poi la vittoria a un premio letterario internazionale a Sarzana ha cambiato tutto, è uscita allo scoperto caricandosi degli onori ma anche degli oneri: la popolarità da un lato (con tanto di intervista in Rai), l’essere quasi un elemento di disturbo, arrivando anche a perdere il lavoro, dall’altro.

Perché questa storia è diventata un libro?

“Perché da sempre mi trovo a mio agio con le parole scritte. Quando è accaduta questa vicenda ero abbastanza traumatizzata, anche perché, per assurdo, ero uscita di casa io e non lui. Sono stata diversi mesi dai miei genitori e quando sono rientrata da me ho avuto l’esigenza di esorcizzare il tutto.”

È stato complicato?

“No, ho scritto il libro, a caldo, concludendolo in pochi mesi e mi è venuto abbastanza naturale. Sicuramente ho sofferto, perché narravo qualcosa che mi aveva ferita, mentre ero ancora sconvolta. Mi ha fatto male, ci piangevo sopra perché rivivevo le scene, ma più lo scrivevo e lo rileggevo, più quel male andava via ed era come se la storia, mano a mano, non mi appartenesse più. Alla fine sono riuscita ad averne un risvolto terapeutico. Poi ovviamente non c’è stato solo quello, ho dovuto prendermi i miei tempi, guardarmi dentro e rielaborare ogni cosa, scavando fino al passato.”

Proviamo a sintetizzarla, questa storia, senza “bruciare” parti del libro.

“Racconta tutto quello che mi è successo, partendo dall’atto di violenza fisica, che ho subito dopo tre anni di quella psicologica. Lui era una persona possessiva e mi teneva sotto chiave, diciamo così. Successivamente, quando ho deciso di lasciarlo perché la situazione era diventata insostenibile, ha dato in escandescenza ed è arrivato alle mani. Il libro parte da qui e va a ritroso, dall’innamoramento fino a scorrere nelle varie tappe, in sequenze, come in un film.”

Come mai sei partita dal finale?

“Perché la vicenda estrema è quella. È il fondo che mi ha permesso poi, finalmente, di liberarmi. E mi sembrato il modo migliore, e sicuramente d’impatto, per farlo.”

Hai affrontato questo passaggio con l’aiuto di qualcuno?

“Mi avevano consigliato lo psicologo, ma in realtà dopo neanche due sedute ho capito che non trovavo alcun beneficio e che non serviva. Ero convinta di riuscire a capire da sola i motivi di questo problema e me lo sono studiato e affrontato. Poi sono anche ritornata nella casa dove era successo il tutto, nonostante sia stato molto pesante. È stato un lavoro in più, ma necessario.”

Ti sei rivolta al centro antiviolenza?

“No, ho solo fatto delle denunce alle autorità competenti.”

Oggi qual è la situazione?

“Sono riuscita a fare prima la separazione e poi il divorzio. Ho rivisto lui solo in quest’ultima occasione e sembrava tranquillo, come se niente fosse accaduto. Da quel momento non abbiamo più avuto alcun contatto.”

Finora hai fatto diverse presentazioni di “Ti amo anima mia”.

“Sì, con varie associazioni, un po’ nelle scuole, sia a Bari che a Roma, poi mi hanno chiamato da Napoli. Insomma, l’interesse c’è.”

(foto di Rossano Tozzi)

E la risposta del pubblico?

“Non sono bravissima nella comunicazione verbale, è una cosa che ho dovuto imparare a fare. Nelle scuole avevo un po’ di timore, anche per il mio passato turbolento, dove ho subito sempre il giudizio degli altri, anche con piccole forme di bullismo che mi hanno creato parecchia insicurezza. Nel mio percorso psicologico, che ho fatto per capire come mai ero arrivata a questo punto, c’è tanto di quello che ho vissuto nel passato. Ritornarci mi creava quindi dei problemi e pensavo a come avrei dovuto parlare ai ragazzi. Invece, devo dire che è stata un’esperienza molto bella perché il riscontro è stato addirittura maggiore rispetto a quello degli adulti, con i quali comunque ho avuto esperienze interessanti in base al tipo di evento e al dove.”

Rimanendo su queste tue difficoltà, spiegami come hai fatto ad affrontare le telecamere della Rai partecipando a “Storie vere” di Unomattina.

“Ho pensato che dovevo superare anche quello, era parte del percorso e mi sono messa in gioco. Quindi ho iniziato a dire sì, scuole comprese. Mi sono imposta di superare ogni timore e a non privarmi più di niente. Devo dire comunque che la tv sembra meno terrorizzante, diciamo così, rispetto ad una platea normale.”

E tu, Nadia, adesso come stai?

“Sto bene, felice di aver realizzato un sogno che avevo da piccola, cioè scrivere (o meglio pubblicare), e di aver, in un certo senso, tramutato una vicenda drammatica in qualcosa di bello e utile. Riguardo alla storia, oramai l’ho superata e sono abbastanza tranquilla. Quando ne parlo, ora riesco a farlo con distacco.”


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