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Nuova recinzione e nuovi ricoveri per gli animali, un sabato di festa per Montepacini

FERMO - Inaugurazione domani mattina a partire dalle ore 11.30, lunedì incontro sul tema dei rifugiati in famiglia. La lettera di Don Franco Monterubbianesi
venerdì 17 marzo 2017 - Ore 15:09
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Verranno inaugurati domani mattina, sabato 18 marzo a Montepacini, la nuova recinzione per l’allevamento a terra di galline ovaiole ed i nuovi ricoveri donati dall’associazione Dokita di Roma. Un momento importante, per la struttura fermana, duramente colpita dai terremoti degli scorsi mesi.

L’iniziativa sarà preceduta da una conferenza stampa che vedrà la presenza di Ilaria Signoriello del Forum Nazionale Agricoltura Sociale, Irene Tognella della Dokita, i parlamentari Paolo Petrini e Francesco Verducci, l’assessore regionale Fabrizio Cesetti, il consigliere regionale Francesco Giacinti, i rappresentanti della Fattoria sociale delle ragazze e dei ragazzi di Montepacini, dello CSER Montepacini, della cooperativa Talea e del Soccer Dream Montepacini.

Lunedì sera, inoltre, si terrà a Fermo un incontro all’interno della parrocchia di Santa Petronilla per presentare alla cittadinanza il progetto dello SPRAR di Fermo, finalizzato ad accogliere in casa un richiedente asilo per un periodo di sei mesi. Parteciperanno anche i genitori delle associazioni di persone disabili o con problematiche psichiche, tra queste Fattoria Sociale delle ragazze e dei ragazzi di Montepacini, Psiche 2000, Anffas fermana e Soccer Dream.

E sul tema è intervenuto Don Franco Monterubbianesi, con una lettera indirizzata ai responsabili di Montepacini.

“Mi unisco sempre più alla vostra organizzazione – scrive -e ci porto dentro il movimento di Capodarco, che io cerco di rappresentare, che a partire dalle Marche per il ‘dopo di noi’ voglio portare avanti anche nella sensibilità della Chiesa, portata avanti da Papa Francesco nella sua novità. Siamo stati all’udienza del Papa il 25 febbraio con tutta Capodarco, e abbiamo detto che noi saremo il suo popolo, che nel valore delle ‘Tre T’ che lui ci ha insegnato a vivere c’è anche quella della Casa, il Techo in spagnolo, quella iniziativa con cui la casa diventa casa aperta a chi ha bisogno di un tetto, come valore di accoglienza che la famiglia sa dare, soprattutto le famiglie dei disabili. Il Papa si è riservato nel nuovo Dicastero che ha messo in piedi per il Servizio allo Sviluppo umano integrale dei Poveri la sensibilizzazione e l’azione per l’accoglienza dei profughi, che gli stanno particolarmente a cuore. Lo sta dimostrando in tante maniere, ma è solo nel mondo a difenderli. Aiutiamolo a farla nelle nostre famiglie, potrà essere un segno della Chiesa di Fermo che ci darà il pregio di seguirlo per primi”.

Nella sua missiva, il fondatore della Comunità di Capodarco tocca, ovviamente, anche il tema dei profughi e dei rifugiati accolti in famiglia. “Facciamola anche a Fermo. Sproniamo queste nostre famiglie, già provate nell’accoglienza dei figli disabili, a dimostrare che un mondo nuovo sta nascendo proprio da loro, che hanno sperimentato la misericordia di Dio, agente nella storia, proprio nell’accoglienza che Dio ha dato di vivere a loro con questi figli speciali. Speciali anche nella voglia di vivere che l’altra sera esternavano. Così come la partecipazione viva delle loro famiglie. Dall’accoglienza vera fatta con amore, e i nostri rifugiati fuggono le guerre, persecuzioni, costretti ad abbandonare i propri legami affettivi e familiari, e cercano protezione in Italia. Sono proprio loro da accogliere, trovando accoglienza vera, dove invece regna solitudine, chiusura, ed invece potrebbe nascere senz’altro la condivisione reciproca di chi, accogliendo, si sente a sua volta accolto, dall’Amore che unisce tutti.

Nascerebbero così vere relazioni, e nascerebbe la progettualità comune di sentirsi appartenenti ad uno stesso destino di fratellanza, con quello di dover insieme cambiare questa società egoista, su cui anche i nostri figli “speciali” vengono emarginati. E perché allora non possono anche i migranti, opportunamente preparati, condividere con le loro sensibilità le nostre progettualità per il “durante noi” che le nostre famiglie hanno? Non solo è possibile, ma io sento che può essere una cosa meravigliosa che potrà nascere senz’altro.

Le relazioni di accoglienza, lo so per mia esperienza, si trasformano in realtà di condivisione e di progettualità comune. Solo che dobbiamo avere tanto coraggio e tanta forza di cambiamento, per osare.

Tutto questo lo dobbiamo vivere con i nostri giovani normali che hanno bisogno del nostro esempio, per crederci anche loro e osare a loro volta coinvolgersi con noi, coi nostri progetti, dato il loro smarrimento”.


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