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Gli eroi dei Teatri senza Frontiere
tornano a casa portando
volti e voci del Kenya nel cuore

ESPERIENZE - Ultima puntata del diario di Maurizio Stammati ospitato in queste settimane da Cronache Fermane. Appuntamento al prossimo anno con il progetto di Marco Renzi
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di Maurizio Stammati

foto di Fabrizio Ferracuti

Ultimo appuntamento con il diario dall’Africa del progetto Teatri senza Frontiere, ospitato in queste settimane da Cronache Fermane.

28 settembre

Dopo l’esaltante giornata sui Matatu ci voleva una partenza soft, oggi andiamo a fare spettacolo in una scuola dell’infanzia vicino al centro dove siamo ospiti, decidiamo di arrivarci in parata, con costumi e strumenti, una surreale e felliniana camminata sulla lingua rossa di terra battuta, fatta di buche e dossi che anche farla a piedi non è cosa da poco. Allora questo pugno fragile di sognatori si incammina dove le auto e i pick-up viaggiamo a 20 allora e i carretti degli asinelli trasportano acqua senza che nessuno li guidi. Che meraviglia poter avere la certezza di non servire proprio a nulla e al contempo la sensazione che per qualcuno sei importante, un po come le stelle di Majakovsky, se qualcuno tutte le sere le accende vuol dire che ce n’è bisogno.

La scuola è una specie di fattoria con alcuni capanni di lamiera, essendo però una scuola per i piccoli, sono tutti dipinti di azzurro, pochissimi i banchi e alle pareti qualche cartellone sul corpo umano che naturalmente riproduce un bianco, donazione chissà di quale paese. I piccoli sono una meraviglia che nemmeno il paradiso li ha mai visti così, un mare di occhi dove si può navigare e scoprire quanta meraviglia possa esserci in un solo bambino. Lo spettacolo è come l’arrivo del luna park: una giostra di suoni, giochi, magie, colori, strani personaggi che si alternano e un burattino dalla faccia nera che canta, spernacchia e combatte senza paura con la Morte!

Oggi è l’ultima prova che abbiamo con i ragazzi che hanno frequentato corso di teatro, ci sono da limare molte cose e siamo un po’ preoccupati ma… inizia la prova e come per incanto assistiamo ad una meraviglia: pronti, preparati, concentrati, con una gestione dei tempi e dello spazio straordinari e sopratutto con una sequenza di numeri acrobatici da far invidia agli attori del Cirque du Soleil. La sera, dopo cena, senza che nessuno lo avesse chiesto, hanno provato per un evento che evidentemente per loro ha un’importanza in più; ringraziare per l’opportunità che hanno avuto e proprio per questo non vogliono deludere. Ci sono due ragazzi del gruppo, avranno 12/13 anni, che suonano i tamburi che a Tullio De Piscopo gli cadrebbero le bacchette dalle mani a stargli dietro e se solo pensiamo da dove vengono e cosa hanno passato, abbiamo la giusta dimensione dell’opera realizzata da Padre Kizito. La storia la racconta uno di loro, ma appartiene più o meno a tutti: figlio non voluto di madre e padre sedicenni, lasciato a se stesso, preso in custodia da uno zio che li teneva in quindici in una stanza senza niente da mangiare, scappa, va in strada per trovare cibo e riparo, di notte dorme sotto le macchine per non farsi vedere dalla polizia che picchia chi una casa non ce l’ha, poi la droga per non avvertire i morsi della fame e finalmente l’incontro con gli operatori dei centri di Padre Kizito che lo restituiscono alla vita, la sua vita, fatta di scuola, di cibo caldo, di affetti e progetti. I più grandi, quelli che escono per andare all’università, o a lavorare, non dimenticano la comunità di Padre Kizito, continuano ad andarci, aiutano i più piccoli, danno ‘esempio e dimostrano che nulla è scritto, che il destino è aperto e che insieme si possono fare tante cose utili.

29/30 settembre

Ultimi giorni, ultimi fuochi. E’ davvero difficile avviarsi a chiudere un cammino così profondo, tanto profondo che se non si hanno ali possenti non rimangono impronte, qui di impronte ce ne sono tante, fuori e dentro, come se l’immaginario fosse fatto di argilla e mano a mano che si sale sulla montagna delle esperienze vissute in questi luoghi, le impronte si solidificano più velocemente e i piedi rischiano di restarci intrappolati dentro, quasi a non voler uscire, e restare in una terra scavata da solchi millenari.

Vorresti imprigionare ogni cosa dentro di te, per paura che il tempo possa far evaporare l’intimità di un mondo che hai abitato e che ha lasciato dentro di te: capanne di lamiere, strade di polvere, terra rossa, visioni, luci, tenebre, suoni, richiami, voci, colori, rumori, odori pungenti come scalpelli, riflessi, occhi, sorrisi, lacrime, smorfie, mani e piedi, teste rasate, buche, fossi e strade battute da un popolo in cammino. Padre Kizito secondo me, oltre ad aver studiato presso i padri missionari comboniani nella sua Lecco, ha preso lezioni di fuochi d’artificio dalla ditta Garibaldi di Castellammare di Stabia, conosce a perfezione l’arte dello stupore perché ti fa conoscere a poco a poco la meraviglia della sua azione, lasciando per ultimo i fiori più luminosi e belli. Il centro di Kivuli, prima radice di Kizito in Nairobi, è un esempio di azione diretta e concreta per la salvezza di centinaia di bambini abbandonati, per le famiglie in difficoltà, per quanti possono sperare di affrancarsi da un mondo che li costringe a vivere di niente, così recita la pagina del loro sito ed è tutto vero, anche di più!

“Kivuli Centre” è anche luogo di aggregazione e centro servizi, mette a disposizione di tutti un dispensario medico, una biblioteca, un pozzo che vende acqua sicura a prezzi contenuti, una scuola di computer, una di lingue, un campo sportivo e spazi comunitari per sedi di varie associazioni di quartiere. Ci sono anche una sartoria, i laboratori artigianali dei rifugiati ruandesi e burundesi che lavorano il legno e un piccolo negozio. Kivuli non è solo un rifugio: un letto, cibo tutti i giorni, la possibilità di andare a scuola, un gruppo di amici, degli educatori che si prendono cura di te, una struttura che ti accoglie, Kivuli è anche il momento dell’accettazione del passato, dei traumi e al contempo creazione di basi per un nuovo futuro. Un vero miracolo, fatto da uomini che hanno deciso di dedicarsi agli altri senza interessi e con l’anima chiara.

Lo spettacolo finale del corso tenuto con i ragazzi del centro “Tone la Maji” è un esempio di come il Teatro possa essere una lancia incandescente capace di entrare nel tessuto delle culture, anche quando sono diversissime tra loro, ci vuole onestà, esperienza, tecnica, studio, istinto, amore e rigore. Martin Stigol, Noemi Bassani, Andrea Mariani, Simona Ripari, Fabrizio Ferracuti, Paolo Comentale, Anna Chiara Visaggi e Giovanni Mangini ne hanno portato un boeing intero e su questo aereo di effimere meraviglie è salito anche Marco Renzi, che, seppure costretto a distanza, ha guidato, previsto, organizzato, stressato e portato a conclusione una scalata su sentieri impervi e vette irraggiungibili, ma del resto, grazie al progetto Teatri senza Frontiere, abbiamo imparato che “…solo le montagne conoscono il cielo”. Appuntamento al prossimo anno.


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