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Salute Mentale,
massima attenzione ai giovani
e sostegno alle famiglie
(FOTO E VIDEO)

FERMO - Intervista a Mara Palmieri, dirigente facente funzione dell'area territoriale
mercoledì 8 Novembre 2017 - Ore 10:53
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di Andrea Braconi

È una storia importante, quella del dipartimento di Salute Mentale di Fermo. Una storia che lo vede sede del vecchio manicomio ma anche prima sede nelle Marche da cui è partita l’attivazione della Legge 180 del 13 maggio 1978, la cosiddetta Legge Basaglia sugli “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”.

È un vedere il paziente non come malato ma come persona che ha bisogno di cure – rimarca la dottoressa Mara Palmieri, dirigente facente funzione dell’area territoriale -. Un approccio diverso, con un aiuto a livello territoriale per quanto riguarda la nascita di strutture riabilitative. La nostra è stata la prima Area Vasta che ha fondato le comunità alloggio: quella maschile di Fermo è nata più di 20 anni fa e subito dopo è stata la volta di quella femminile. C’è una tradizione nella cura del paziente che va oltre la cura farmacologica e che vede la presa in carico del paziente con progetti terapeutici individualizzati seguiti da un’equipe multidisciplinare”.

Nella sua panoramica sulle attività del DSM – collocato nella palazzina adiacente l’entrata dell’Ospedale “Murri” di Fermo, strutturata su 3 livelli (piano terra con una sala d’attesa, un day hospital psichiatrico e un ambulatorio medico; primo piano con ambulatori; secondo piano con amministrativi) – la Palmieri tocca anche temi di stretta attualità come le consulenze nei confronti dei migranti e soprattutto i sintomi su persone toccate direttamente dalla crisi economica e sociale.

 

L’EQUIPE

È costituita da medici, psicologo, infermieri, educatori professionali ed assistenti sociali – spiega la Palmieri – che insieme collaborano e hanno la finalità di aiutare il paziente nel suo progetto di riabilitazione territoriale”.

Forte è l’integrazione tra le varie strutture.

“Un lavoro d’equipe significa condivisione del progetto e delle finalità, cioè il bene del paziente portatore di bisogni complessi. E quindi l’equipe è molto importante nell’integrazione ospedale territorio e nella continuità assistenziale. Noi lavoriamo molto sulla presa in carico precoce del paziente anche all’interno del ricovero perché è importante la conoscenza degli operatori che andranno poi a seguire la sua evoluzione clinica a livello territoriale. E questo lo facciamo da sempre, prima che diventasse prassi, per evitare una cronicizzazione ma anche per una riduzione dei ricoveri che, con questa modalità, abbiamo visto in effetti ridursi. In sostanza, lavorare bene sul territorio significa ridurre il ricovero ospedaliero.”.

 

I DATI

Secondo i dati forniti dalla sociologa del Dipartimento di Salute Mentale, dottoressa Sabrina Petrelli, quest’anno sono state 57.000 le prestazioni infermieristiche multidisciplinari che comprendono visite mediche specialistiche, psicoterapie, trattamenti educativi e sociali di integrazione.

“Abbiamo in carico circa 2.300 pazienti – rimarca la Palmieri – seguiti costantemente con cartella aperta sul territorio. Come accesso abbiamo 2.500 pazienti che non hanno bisogno della presa in carico.

Di questi il 6% sono pazienti molto giovani, tra i 17 e i 24 anni. Vediamo un aumento della patologia giovanile e diamo molta attenzione alla presa in carico precoce per evitare la disabilità e la cronicizzazione. Questo significa anche una rete territoriale di collaborazione con medici di base e neuropsichiatria infantile e significa riuscire a capire precocemente i sintomi per aiutare il paziente e la sua famiglia che deve essere messa al corrente e sostenuta. Soprattutto negli esordi giovanili, la famiglia fa molta fatica ad accettare la patologia, quindi la conoscenza ed il sostegno che un servizio può dare alla stessa famiglia è molto importante. Quello che facciamo sono incontri con i familiari degli utenti, attraverso gruppi che hanno molto aiutato la famiglie a confrontarsi tra di loro su come superare l’impatto iniziale con la patologia.”

 

LA DISLOCAZIONE TERRITORIALE

Il dipartimento di Salute Mentale è costituito da:

– un’area ospedaliera con il “Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura” che offre un trattamento intensivo per pazienti in fase di scompenso psicopatologico che necessitano di ricovero ospedaliero (con 14 posti letto) e un “Day Hospital” (costituito da 2 posti letto) dove vengono effettuate prestazioni diagnostiche e terapeutico-riabilitative a breve e medio termine e riduzione dei ricoveri;

– un’area territoriale che è costituita dal “Centro Salute Mentale” (CSM) che è la sede organizzativa dell’equipe degli operatori e la sede del coordinamento degli interventi di prevenzione, cura, riabilitazione, inclusione sociale, nel territorio di competenza, con ambulatori nelle sedi distrettuali di Porto Sant’Elpidio, Montegranaro, Montegiorgio e Petritoli, ognuna con una propria equipe.

Abbiamo anche un’area riabilitativa costituita dall’SRR (Struttura Riabilitativa Residenziale) con 15 posti letto con lo scopo di permettere all’utente di riacquisire le proprie abilità all’interno di specifiche attività riabilitative. Sul territorio sono inoltre presenti, sempre con funzione terapeutico riabilitativa, dei centri diurni localizzati a Petritoli, Porto Sant’Elpidio e Fermo”.

A questi, sempre nell’ambito dell’area territoriale, si aggiungono due comunità alloggio, una maschile e una femminile, con 4 posti ciascuno, ed un gruppo appartamento con valenza sanitaria a Porto Sant’Elpidio.

Stiamo cercando di aprire un gruppo appartamento autonomo, gestito da pazienti che hanno una discreta autonomia ma che ancora necessitano del supporto degli operatori” – spiega la dottoressa Palmieri. 

E’ inoltre presente una struttura residenziale “Casa Protetta”, sita a San Girolamo di Fermo, gestita in convenzione, destinata ad ex degenti dell’ospedale psichiatrico e alla nuova utenza che manifesta particolari difficoltà nell’inserimento in programmi socio-riabilitativi territoriali.

Infine, un’attività innovativa è quella della domiciliarità protetta:“È un trattamento intensivo in collaborazione con comuni e ambiti territoriali – chiarisce – che permette di fare in modo che una famiglia multiproblematica possa rimanere nella sua abitazione con l’utilizzo di personale messo a disposizione”.

 

I TRATTAMENTI SANITARI OBBLIGATORI

Sono quei trattamenti che avvengono contro la volontà del paziente – sottolinea la Palmieri – e a Fermo abbiamo numeri in linea con la tendenza nazionale. Purtroppo avvengono laddove il paziente presenta condizioni psicopatologiche gravi senza la consapevolezza di malattia e quindi dobbiamo optare per il ricovero, per evitare che il paziente faccia male a se stesso o agli altri. Spesso si tratta di pazienti cronici con uso di sostanze. Nei giovani tendiamo ad evitare queste situazioni, anche perché sono traumatiche. Non c’è una statistica in merito, ma normalmente è la fascia di età media.”

 

L’IMMIGRAZIONE

Abbiamo un flusso di consulenze per migranti molto elevato e questo mette a dura prova gli operatori in quanto abbiamo limiti di tipo culturale, linguistico e religioso, per cui a volte interpretiamo male alcuni sintomi. Quello che vediamo sono ragazzi con esperienze molto traumatiche, vediamo molti disturbi post traumatici da stress che portano poi ad agire in maniera anche violenta o impulsiva, che non è dato da una patologia grave ma dall’angoscia che hanno vissuto e che noi facciamo fatica a riconoscere”.

Accanto a questo, però, ci sono anche patologie gravi, “che necessitano di cure e trattamenti per acuti e quindi anche di ricoveri ospedalieri”.

 

GLI EFFETTI DELLA CRISI

In seguito alla crisi sociale ed economica che abbiamo vissuto in questo periodo – conclude – c’è stato un aumento di quelli che sono stati i sintomi depressivi, ansiosi e insonni, cioè la traduzione clinica di quella che è un’angoscia legata alla perdita di un’identità, di un ruolo sociale: mi viene in mente il padre di famiglia che perde il posto di lavoro e che si sente di non esser più all’altezza del suo ruolo, perché non riesce ad accudire in maniera adeguata la sua famiglia e questo sicuramente a livello clinico richiede un supporto farmacologico e anche psicoterapico per recuperare le abilità e la necessità di progettualità, perché poi bisogna guardare avanti e cercare nuove soluzioni.”

 


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