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“Vicini ai pazienti, vicini alle famiglie”:
in 14 anni oltre 200 casi
di Alzheimer per il Centro Diurno

MONTEGRANARO - L'età media va dai 65 agli 85 anni, come ha spiegato a Cronache Fermane la coordinatrice Laura Mariani. L'equipe del Centro è composta da neurologo, infermiere coordinatore, neuro psicologo, 1 o 2 infermieri, 2 educatori professionali e 5 operatori socio sanitari, che ruotano nei turni tra mattina e pomeriggio
giovedì 8 Febbraio 2018 - Ore 10:04
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di Andrea Braconi

foto Simone Corazza

Attivo dal 2004, il Centro Diurno Alzheimer di Montegranaro, ad oggi, ha accolto più di 200 pazienti di varie fasce di età. “L’età media va dai 65 agli 85 anni – sottolinea la coordinatrice Laura Mariani -. Ciò non toglie che abbiamo anche assistito pazienti 90enni e ultra90enni, così come rari casi sotto ai 50 anni”.

Collocato all’interno del presidio ospedaliero in quella che è stata classifica come Casa della Salute ed incentrato sull’accoglienza di pazienti con demenza di grado medio grave, il Centro vede la responsabilità organizzativa gestionale in capo al direttore del distretto, Vincenzo Rea (leggi la nostra intervista), mentre quella clinica fa riferimento all’Unità Operativa Complessa di Neurologia, diretta dal dottor Mario Signorino.

“Siamo aperti dal lunedì al sabato dalle 8 alle 18” spiega la dottoressa Mariani, che evidenzia poi gli step per i pazienti: “Viene fatto un colloquio preliminare e che serve per sondare i requisiti generali di ammissibilità. Dopodiché, se questo filtro è ok, viene pianificata una visita neurologica e lì vengono verificati i requisiti clinici, quindi lo stadio della demenza. È importante dire come la nostra struttura non sia per pazienti con demenza allo stadio iniziale”.

A seguire c’è la fase dell’idoneità del paziente e del suo inserimento. “È una fase delicatissima, che viene gestita in modo graduale ed in collaborazione con le famiglie. Questo perché si deve far sentire il meno possibile il distacco tra l’ambiente familiare, quindi la propria casa, ed il nostro centro”.

Un lavoro d’equipe, quello guidato dalla Mariani, con un approccio multidisciplinare e multiprofessionale:“Il gruppo è composto da neurologo, infermiere coordinatore, neuro psicologo, 1 o 2 infermieri, 2 educatori professionali e 5 operatori socio sanitari, che ruotano nei turni tra mattina e pomeriggio, turni spesso rimodulati anche in base ai pazienti che abbiamo. Un esempio riguarda il percorso di inserimento, dove due operatori devono essere dedicati al nuovo ospite e, perciò, viene incrementato il turno mattutino”.

L’obiettivo principale è quello di di prolungare il più possibile il periodo dell’autosufficienza e le autonomie cognitive e funzionali. “Lavoriamo anche per ritardare l’istituzionalizzazione di queste persone, dove per istituzionalizzazione intendo h24, residenze protette, etc. Così come è importante ritardare anche disturbi tipo la depressione e l’isolamento: quando il paziente si ritrova nel proprio domicilio senza tanti stimoli, sono complicanze che spesso possono insorgere. D’altronde parliamo di persone che non hanno un’autonomia tale da frequentare contesti socialmente stimolanti”.

Tra i casi di frequenza, non sono mancati quelli pluriennali. “Non diamo limiti alla frequenza, finché la famiglia vuole e finché ci sono i requisiti possono rimanere. Valutiamo sempre le condizioni. Il requisito indispensabile è la deambulazione autonoma ed un discreto equilibrio, oltre allo stadio della demenza”.

La Mariani ribadisce come questi servizi funzionino quando si è in presenza di un’alta motivazione del personale e di competenza. “Nel nostro caso posso testimoniare passione, competenza e motivazione di tutti gli operatori. Un ruolo importante lo gioca la formazione, che deve essere continua, permanente ed in collaborazione con gli altri servizi, principalmente con l’Afma (Associazione Familiari Malati Alzheimer), con la quale abbiamo organizzato diversi eventi aperti alla cittadinanza e gruppi di auto mutuo aiuto per dare sostegno alle famiglie. Non dimentichiamo che questa è una patologia familiare, quindi noi abbiamo l’obiettivo del benessere dei pazienti che inseriamo in struttura, ma anche quello di dare sollievo alla famiglie, che sono sottoposte ad un forte stress psicofisico”.

 

E numerose sono le attività svolte dal Centro. “Sono di vario genere, come la stimolazione cognitiva attraverso la Rot, la terapia di riorientamento temporale, incentrata su domande per orientare la persona nel tempo e nello spazio (che giorno è oggi, dove siamo, chi sei, chi sono). Poi facciamo la terapia della reminiscenza, il rivivere i ricordi della persone dirottandoli al presente. Ci sono anche attività di tipo ludico ed occupazionale, che vanno sia dall’igiene e alla cura della persona, passando per l’alimentazione. Non mancano attività ludiche anche sotto forma di gioco, con la palla, con la cyclette per chi può, percorsi guidati, canto, ballo, tol theraphy, quest’ultima molto apprezzata dalle pazienti di sesso femminile. Abbiamo una tabella di attività settimanali strutturata, che poi rimoduliamo in base al contesto quotidiano. Nel pomeriggio, per fare un esempio, c’è quella che viene definita la sindrome del crepuscolo, dove i pazienti sono molto più agitati che al mattino e c’è questa necessità di riordinare tutto e di ritornare a casa. Quindi, paradossalmente il pomeriggio è ancora di più difficile gestione. Una delle complessità che abbiamo è quella della gestione dei disturbi comportamentali, come l’aggressività, sia verbale che fisica. Ma il nostro obiettivo resta sempre quello di utilizzare una terapia non farmacologica”.

 

 

Dentro la Casa della Salute, Vincenzo Rea: ‘Con la Rsa integrato il percorso demenze’ (VIDEO)


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