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Psichiatria e abitare solidale: a Casabianca
funziona la convivenza tra tre donne

FERMO - Il progetto è partito ad inizio anno grazie al lavoro del Dipartimento di Salute Mentale. Venerdì in programma un aperitivo per festeggiare i primi 6 mesi
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di Andrea Braconi

A Casabianca è nata Casablanca. Nessuna trasformazione urbanistica o toponomastica, ma soltanto un gioco di parole per caratterizzare un progetto di convivenza protetta con tre donne tra i 40 e i 50 anni, attivato nel gennaio scorso nel quartiere costiero della città di Fermo dal Dipartimento di Salute Mentale.

“Più che una struttura o servizio Casablanca è un ‘modo dell’abitare’ – ha rimarcato la dottoressa Mara Palmieri, direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria (che nell’autunno scorso ci aveva raccontato le caratteristiche dello stesso Dipartimento, ndr) – che partendo dall’obiettivo della domiciliarità, attraverso l’attivazione di percorsi individualizzati garantisce opportunità alle persone, per arrivare all’ inclusione sociale. Un progetto che nasce per l’uscita di alcuni pazienti dalle strutture residenziali o per esigenze abitative nei territori, situazioni prive di adeguati riferimenti familiari e socialmente svantaggiate. La realizzazione si caratterizza per una modalità integrata di operare dove Ambito Sociale XIX, Area Vasta 4 e Comuni collaborano strettamente, attraverso l’azione educativa, il sostegno e l’aiuto alla gestione della coabitazione”.

Per approfondire le caratteristiche del progetto, abbiamo intervistato gli operatori che ne hanno seguito la genesi e lo sviluppo che, insieme ai vertici dell’Area Vasta 4 e dell’Ambito XIX, parteciperanno all’aperitivo di venerdì 29 giugno, alle ore 12.30, ideato per festeggiare i primi 6 mesi di convivenza.

“È una convivenza che si è scelto di chiamare protetta perché deve essere tutelante per le persone. Abbiamo stimolato a prendere un appartamento autonomo per delle pazienti di Grottazzolina, Monte San Pietrangeli e Fermo: due di loro hanno fatto dei percorsi nelle strutture, una terza viene dal territorio. Sono persone che non riescono ad avere un’autonomia economica, sono titolari di una pensione d’invalidità civile di 290 euro al mese”.

Andare a vivere “da soli” senza l’appoggio di una famiglia, quindi, è praticamente impossibile.

“Per questo abbiamo pensato di metterle insieme, di fare un progetto per più persone in modo da dividersi le spese. Però, oltre al discorso dell’autonomia economica, c’è l’aspetto dell’autonomia personale, di gestirsi sul lavoro e socialmente. Quindi, abbiamo attivato un progetto con un’educatrice che va a casa per un tot di ore settimanali e che le aiuta ad organizzarsi per i progetti individualizzati. Due di loro hanno già attivati tirocini di inclusione sociale, le vecchie borse lavoro. La terza frequenta ancora un centro diurno. L’educatrice le accompagna perciò sia nelle attività che fanno insieme, sia in quelle che fanno individualmente”.

Come è stata individuata l’abitazione?

“Ci è stato dato in comodato un appartamento, per il quale rimborsiamo solo le utenze. Le donne spendono circa 300 euro ciascuna al mese per alimenti ed utenze. Qualcuna ha l’aiuto della famiglia, qualcun’altra no. Sono comunque tre persone che vengono da tre contesti diversi, ma è un lavoro sull’abitare, un abitare solidale. Un po’ anche una ricostruzione di uno stare insieme solidale. Stiamo lavorando tanto su questo tema, per ragionare in maniera diversa sulla convivenza.”

Con quali criteri sono state scelte queste tre donne?

“Intanto erano persone che stavano in struttura, oltre che con una capacità residua di autonomia abbastanza consistente. Tra i criteri c’è anche la volontà di affrontare la vita esterna, anche con dei supporti. C’è anche la disponibilità a condividere con altri, aspetto questo niente affatto facile. Loro sono molto contente di questa esperienza, si sono trovate bene insieme pur non conoscendosi prima del dicembre 2017. Adesso siamo a 6 mesi di convivenza, c’è stato un bel rodaggio e vediamo che si trovano molto tra loro.”

La linea è tracciata, quindi.

“Noi andremo sempre di più verso queste scelte, date le scarse risorse non riusciamo ad aiutare le persone singolarmente. Economicamente queste persone non sono in grado di vivere con la loro pensione, né di garantirsi un reddito. Quindi, quali alternative hanno?”

Lei ha sottolineato come oltre al Dopo di noi per persone con disabilità intellettiva, occorra anche per la psichiatria prevedere percorsi abitativi e di gestione di vita protetti.

“E questo progetto va esattamente in questa direzione. Fino a che vengono aiutati dai genitori, va bene. Ma poi dopo? Non sempre sono autonomi. Vivere è veramente difficoltoso, se poi parliamo di un disoccupato con disabilità, i problemi si acuiscono. Invece, noi pensiamo che questa sia la via da percorrere. Abbiamo altre tre gruppi appartamento nel territorio, che però hanno caratteristiche diverse. Ce n’è uno sanitario a Porto Sant’Elpidio, mentre a Fermo abbiamo una casa famiglia femminile ed un gruppo appartamento maschile, due strutture del Comune. Ma per me il passaggio successivo è la casa popolare. Da non dimenticare, però, l’importanza del nostro sostegno ed affiancamento nel contesto sociale, un aspetto sempre determinante.”

 

Salute Mentale, massima attenzione ai giovani e sostegno alle famiglie (FOTO E VIDEO)


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