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Un superbo Jake Gyllenhaal interpreta un sopravvissuto all’attentato di Boston: “Stronger – Io sono più forte”

Per gli appassionati di cinema, la recensione di Giuseppe Di Stefano
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Stronger – Io sono più forte” non è il primo film sull’attentato alla maratona di Boston del 2013. Il patriottico dramma d’azione di Peter Berg, “Boston – Caccia all’uomo” con Mark Walhberg, lo ha battuto sul tempo di quasi un anno. Ma “Stronger” non soffre affatto il fatto di essere “secondo”, perché l’obiettivo del regista David Gordon Green è radicalmente diverso da quello di Berg: ridurre una tragedia su larga scala al punto di vista, intimo e doloroso, di un sopravvissuto.

Nella pellicola, Jake Gyllenhaal interpreta Jeff Bauman, un ragazzo che divenne improvvisamente un simbolo nazionale – non per scelta – quando perse le gambe mentre era in attesa al traguardo.

 

Jeff è un ragazzo qualunque che ha il suo fortunato posto di lavoro da Costco e una grande passione per i Sox. Questo lo porta spesso a discutere con la sua fidanzata Erin (Tatiana Maslany), un’assistente sanitaria che ha ormai imparato a non fare affidamento sul ragazzo. Ma quando Erin passa dal suo locale in cerca di donazioni per la sua maratona, Jeff intravede la possibilità di dimostrare che lui può essere il tipo di uomo che lei vuole che sia. Così si presenta alla gara con un cartellone e si unisce alle orde celebrative per incoraggiarla; una figura incappucciata si spinge da lui, la sua attenzione chiaramente focalizzata altrove. Poi arriva l’esplosione e una foto di Bauman aiutato da sconosciuti e con le gambe spezzate, diventa un simbolo di Boston “forte”.

La celebrità non si adatta bene a Jeff e la sua famiglia di Bauman non è neppure minimamente preparata per le esigenze emotive e fisiche del ragazzo. Attraverso un estenuante processo di riabilitazione in cui dolore e disperazione si mescolano all’angoscia di essere dotato di gambe protesiche, Jeff non riesce a convivere con l’etichetta dell’eroe incollata su di lui. Per il resto, lui si affida a Erin, che probabilmente agisce un po’ per amore e un po’ per senso di colpa. Quando è traumatizzato da quello che dovrebbe essere un sogno diventato realtà – effettuare il primo lancio ad una partita dei Sox – lei è lì a spingere la sua sedia a rotelle. In realtà, come suggerisce anche il film, questo incidente è accaduto ad entrambi.

Jake Gyllenhaal ci recapita una performance fortemente vissuta che permette di non stancarsi nel seguirlo in ogni momento: l’orribile istante in cui un amichevole incontro in un pub si trasforma in una brutta situazione, i terrificanti flashback che lo scuotono mentre viene portato fuori per salutare la folla entusiasta ad una partita di hockey, gli sforzi debilitanti solo per utilizzare il bagno autonomamente.

Per fortuna, tutto il film è attraversato da un sottile filo di umorismo nero che conferisce movimento anche alcuni dei passaggi più desolati. Per il regista David Gordon Green, il modo per onorare veramente Jeff è non trasformarlo in un martire, ed è questo che fa la differenza. Basato sul bestseller di Bauman e Bret Witter e dotato della sceneggiatura sfumata di John Pollono, “Stronger” fa sì che le lacrime, quando arrivano, siano pienamente guadagnate.

di Giuseppe Di Stefano


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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