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Fossili marini sui Sibillini, l’appello del Cai: “Proteggere e valorizzare la Cengia delle ammoniti”

SIBILLINI - Le considerazioni di Marco Ceccarani, presidente della sezione Cai di Macerata dopo la scoperta del fossile. Di grande interesse la relazione curata dal geologo Andrea Antinori
lunedì 22 ottobre 2018 - Ore 16:58
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La scorsa estate due soci del Cai (Club Alpino Italiano) di Macerata, Emanuele Cecoli e Luigi Vitali, hanno fatto la scoperta di un fossile di particolari dimensioni in un’area non a caso chiamata dagli escursionisti Cengia degli Ammoniti. Il presidente del Cai maceratese, Marco Ceccarani, consapevole dell’importanza del ritrovamento, evidenzia in una nota come queste aree montane, oggi più che mai, abbiano bisogno di tutelare e promuovere le proprie specificità ed eccellenze naturalistiche.

Per rimarcare questo aspetto, Ceccarani ha diffuso una relazione curata da Andrea Antinori (che pubblichiamo a seguire), geologo e docente di scienze al liceo, che ha praticato per molti anni attività alpinistica e speleologica. Antinori è anche stato presidente della stessa sezione Cai di Macerata e responsabile della tutela dell’ambiente montano in qualità di operatore nazionale della Tam. Ha pubblicato libri ed articoli sulla natura, la cultura e la spiritualità nelle montagne dell’Appennino e si dedica alla divulgazione della conoscenza naturalistica delle sue montagne.

Per illustrare e promuovere la conoscenza geologico-naturalistica dell’area, la sezione di Macerata ha deciso di inserire una serata ed un’escursione all’interno del proprio calendario escursionistico 2019.

 

LA CENGIA DELLE AMMONITI

di Andrea Antinori

Uno degli itinerari più belli nei monti Sibillini si svolge nell’alta valle del fiume Tenna, sulle pendici meridionali del Monte Priora. Non corre sul fondo valle dell’Infernaccio, come quello noto a tutti, ma si sviluppa in quota sfruttando l’aerea cengia che inizia a Colle i Grottoni e corre lungo il precipite bordo dei paretoni rocciosi che delimitano tutto il versante sinistro della valle del Tenna. La si raggiunge salendo dall‘eremo di San Leonardo con il sentiero che conduce alla Banditella della Priora e ai pascoli del Casale della Priora. Usciti dalla faggeta il sentiero traversa salendo verso l’aereo balcone dei Grottoni (quota 1619) e qui, lasciando il sentiero che sale a destra, si prosegue per tracce sull’evidente terrazza che si affaccia aerea sulla sottostante valle del Tenna a che permette di ammirare le vaste pareti rocciose della Sibilla e l’incisa forra del Fosso le Vene. Si nota che la morfologia del versante sud della Priora ha una sua certa corrispondenza con quella dell’antistante versante della Sibilla, dall’altro lato del canyon dell’Infernaccio. Questo infatti è formato dalla stretta incisione fluviale che ha tagliato verticalmente le possenti bancate che costituiscono il Calcare massiccio, formazione rocciosa giurassica, la più antica che affiora nel nostro Appennino. Esse precipitano verticalmente verso l’alveo fluviale sul fondovalle, per oltre seicento metri di spessore. Alla loro sommità, sotto i nostri piedi, affiorano invece dei calcari, a giacitura orizzontale, di colore nocciola chiaro che a festone seguono il bordo del canyon a formare la nostra ampia e poco pendente terrazza sulla quale stiamo avanzando. In una nicchia di tale stratificazione è stato costruito, davanti a noi, il casaletto pastorale di Colle dei Grottoni (1609 m), da tempo inutilizzato; esso è edificato in conci di pietra facilmente ottenuti dalla roccia circostante, che per la sua fitta stratificazione, si può agevolmente ridurre in lastre.

La morfologia qui si fa ampia, con pendenze meno accentuate che salgono gradualmente verso la cima della Priora. Se si osserva il profilo della valle nella sua interezza, si potrà notare che tra la la Priora e la Sibilla esso appare come un solco molto ampio dalla generale forma a U, il cui fondo improvvisamente appare inciso dalla stretta e verticale incisione del canyon del Tenna. Si tratta delle forme lasciate dagli antichi cicli erosivi che a più fasi hanno modellato l’Appennino, mano a mano che le sue masse rocciose venivano spinte in alto dall’orogenesi terziaria. Le rocce a stratificazione orizzontale sulle quali stiamo camminando, se si osserva con attenzione, contengono molti resti di fossili marini: le ammoniti, dal caratteristico guscio avvolto a spirale (come le corna di un montone). In genere è facile imbattersi in calchi di gusci o impronte, ma vi si possono rinvenire anche esemplari completi e di dimensioni notevoli, come quelli recentemente segnalati al Parco da alcuni soci del CAI di Macerata (L.V. e E.C.), venuti a giorno probabilmente a seguito del terremoto.

Questo tratto di percorso che prosegue lungo il bordo del canyon per poi confluire sul sentiero che dal Casale dei Pantanelli scende ripidamente verso Capotenna, è stato infatti denominato dagli escursionisti la cengia delle ammoniti. Questa particolare evidenza geologica suggerirebbe una particolare attenzione da parte dell’ente Parco che dovrebbe valorizzare l’importanza naturalistica e didattica del sito, evitando come molte volte è già avvenuto, che i fossili siano estratti e portati via. Si tratta di un geosito di particolare importanza e bellezza, perché se anche i fossili, di per sé, non siano così rari, il contesto in cui li si trova è unico e degno di particolare conservazione. Gli strati fossiliferi, che appartengono alla formazione geologica del Bugarone (nome che deriva dalla località dell’Appennino Marchigiano pesarese in cui affiora la sezione stratigrafica tipo), testimoniano una complessa e antichissima vicenda dell’evoluzione geologica che portò alla formazione di queste meravigliose montagne. La formazione del Bugarone è costituita da calcari fittamente stratificati, dolomitizzati, di aspetto nodulare, il cui colore varia dal grigio al nocciola, in cui si possono intercalare strati marnosi di colore grigio verdastro con numerosi aptici (opercoli di ammoniti). Anche gli interstrati sono caratterizzati da sottili staterelli di marne verdi. Qui ai Grottoni tale formazione si trova in continuità stratigrafica con il sottostante Calcare massiccio e quindi testimonia l’evoluzione paleogeografica che caratterizzò tra i 160 e i 150 milioni di anni fa l’antica costa dell’oceano scomparso della Tetide, nell’era Giurassica. Il Calcare massiccio, infatti è una formazione rocciosa la cui genesi rimanda ad antiche ed estese piattaforme carbonatiche di ambiente marino con acque basse, caratterizzato da estese lagune di mare tropicale con vaste piane di marea, delimitate verso l’oceano da possenti barriere coralline. Esse delimitavano ampiamente l’antico bordo del supercontinente Gondwana (in parte Africa attuale) che andava evidenziandosi a causa della frammentazione del continente e dell’apertura di un nuovo oceano, la Tetide appunto). I calcari del Bugarone, invece, ricchi di faune ad ammoniti, ( molluschi cefalopodi, estinti, che similmente agli attuali nautilus, vivono in ambienti di mare aperto, in condizioni prevalentemente pelagiche e considerati in genere buoni nuotatori che posso spingersi fino a profondità di circa 200 metri) testimoniano il passaggio piuttosto brusco da un ambiente di piattaforma a mari bassi ad uno di mare più aperto (variabile dal nectonico ad epipelagico). Ciò a causa della frammentazione tettonica delle grandi piattaforme carbonatiche giurassiche i cui frammenti, per il progressivo approfondirsi del fondo marino, “affogarono” e furono così seppelliti da nuovi tipi di sedimenti. Ma mentre la successione stratigrafica delle rocce che affiorano tra San Leonardo e il Colle delle Murette (versante est della Priora) testimoniano che il processo fu rapido e più esteso, qui al Colle dei Grottoni ciò avvenne molto più lentamente e molto più tardi. Il Colle dei Grottoni, caratterizzato da una serie stratigrafica detta condensata, testimonia la persistenza di un “alto strutturale”, ovvero un atollo il cui fondo marino rimase sopraelevato, poche decine di metri al di sotto del livello marino, almeno per altri venti o trenta milioni di anni, fino al Cretacico. Al di sopra dei calcari del Bugarone, infatti mancano tutti i termini stratigrafici del bacino profondo adiacente, fino alla deposizione della Maiolica,i cui calcari bianchi sottilmente stratificati con selce, che salgono verso la cima della Priora, testimoniano ormai un ambiente marino francamente oceanico di mare vasto ed aperto. Tutte queste informazioni i geologi in gran parte le desumono dai fossili marini contenuti nelle rocce, perché le faune che li hanno prodotti sono importanti indicatori delle condizioni paleoambientali e grazie alla conoscenza dell’evoluzione delle forme viventi, permettono anche di datare indirettamente le rocce stesse.“.

Si chiude così la nota con cui il Cai di Macerata raccomanda al Parco Nazionale dei Sibillini di divulgare didatticamente tali conoscenze facendo emergere, con sempre maggior intensità, le peculiarità naturalistiche di tale importante territorio.


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