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Primarie Pd, scontro Petrini-Cesetti:
“C’è chi non vuole perdere il potere”
“No ad un referendum su Ceriscioli”

POLITICA - L'iniziativa organizzata dal Circolo di Altidona, Campofilone e Pedaso, supportato da Monterubbiano e Ortezzano. Crisi, post terremoto, sanità e soprattutto il ruolo del partito al centro della discussione
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di Andrea Braconi

Un partito che vuole rilanciarsi, che deve farsi trovare pronto per le prossime sfide elettorali (in particolare per le Regionali del 2020) non può non discutere. E soprattutto non può rinviare i problemi. Al di là delle singole scelte che verranno fatte domenica in occasione delle Primarie per l’elezione del nuovo segretario regionale, iscritti e militanti di lungo corso del Partito Democratico sono concordi sugli obiettivi: o il partito c’è e svolge il proprio ruolo, oppure quanto visto lo scorso 4 marzo, con l’impetuosa ascesa di Cinque Stelle e Lega, è solo l’inizio della fine.

Delle due ore di confronto svoltosi a Pedaso tra Paolo Petrini, candidato alla segreteria regionale del Pd, e Fabrizio Cesetti, assessore regionale che per una sera ha indossando i panni del competitor dell’ex deputato sostituendo l’altro candidato Giovanni Gostoli, rimangono tante sollecitazioni, ricostruzioni di dinamiche interne, riflessioni e numerosi temi affrontati. Temi le cui analisi e strategie di azione connesse rimangono prerogative di un’aggregazione politica che, nelle Marche, continua a governare numerose istituzioni e a gestire tavoli di cruciale importanza.

Ecco perché l’iniziativa voluta ed organizzata da Alessio Acciarri e dal Circolo di Altidona, Campofilone e Pedaso, supportato da Alberto Di Blasio per Monterubbiano e Gaetano Sirocchi per Ortezzano, assume un valore che travalica il semplice voto di domenica 2 dicembre. Un “duello” all’insegna della correttezza, ma non privo di affondi e rivendicazioni.

CRISI E SVILUPPO

Non poteva che essere la situazione economica del Fermano il primo elemento di discussione. A partire dal quel riconoscimento di area di crisi complessa per il calzaturiero che il partito ha rivendicato con forza.

“L’area di crisi complessa – ha però spiegato Petrini – non è un elargizione o un privilegio, viene concessa in base ad una legge se e soltanto se un territorio ha determinati parametri economici. Come parlamentari avevamo dato un preallarme, incontrandoci con l’associazione calzaturieri, ma il lavoro vero lo ha fatto la Regione Marche. Se qualcuno però spera che questo ci salverà da un futuro cinico e baro è meglio che cambi idea. Sarà uno strumento utile per accompagnare una ristrutturazione, però per il rilancio dell’economia bisogna fare uno sforzo in più. Qui non c’è mai stata la cultura dell’aggregazione e insieme a questo strumento dovremo ripensare allo scenario nel quale collocheremo le Marche nei prossimi anni. Perché oggi quello che ha fatto la nostra fortuna non basta più. Se non attrezziamo anche le piccole imprese con livello di conoscenze tecnologiche non ce la facciamo. E non basterà neanche tradurre al meglio gli input dei programmi europei. Dovremo fare scelte di territorio per far sì che le risorse possano essere maggiormente concentrate. Anche attraverso l’università di Ancona possiamo fare significativi passi avanti”.

Ma per far questo, ribadisce, c’è un bisogno di una politica regionale. “Oggi la nostra politica è la somma delle politiche territoriali, ma non credo che l’assemblaggio possa risolvere i problemi. Vediamo il sud delle Marche, dove lo sviluppo ha avuto altre traiettorie. Per questo il Pd va riorganizzato”.

“Questo governo appena insediato si è trovato davanti a crisi enormi – tiene a ricordare Cesetti – Parlo della crisi del credito, della crisi di Aerdorica, della crisi dei distretti produttivi e della crisi istituzionale, con una credibilità della politica ai minimi termini e il problema del riordino delle Province. Tutte crisi che hanno avuto incidenza determinante in questi anni. Ma mentre il precedente governo regionale guardava alle Marche per singoli territoriali, questo ha cercato di creare una visione d’insieme. Nell’area di crisi Piceno – Val Vibrata, il Fermano era rimasto fuori ma noi da subito ci siamo attivati, consapevoli che la questione delle aree di crisi non poteva essere limitata soltanto ad alcune parti. Era inspiegabile separare i territori e prenderli per pezzetti”.

Su un punto Cesetti è d’accordo con Petrini. “L’area di crisi non risolverà i problemi e se non gestita con oculatezza sarà un danno. Per questo abbiamo chiesto una rimodulazione dell’impianto normativo. Ma per affrontare i problemi reali bisogna anche muoversi verso altre direzioni, attraverso strumenti di programmazione. Ecco perché nel bilancio di previsione 2019-2021 per la prima volta confluirà la progettualità del patto per la ricostruzione e lo sviluppo: in campo ci saranno 94 progetti per oltre 1,5 miliardi di euro. Se questa non è la grande progettualità della Regione, che cosa è? Altro progetto fondamentale è quello della banda ultra larga, con 106 milioni di euro investiti che ci permetteranno di arrivare a coprire il 99% del territorio regionale”.

UN TERREMOTO SENZA PARTITO

Le scosse che hanno colpito il centro Italia, in particolare le Marche, simboleggiano un cambiamento di prospettive di proporzioni molto forti. Ne è convinto Petrini, che però insiste sull’assenza del partito. “Dal 2015 ad oggi il Pd marchigiano non ha fatto niente, si è deciso di lasciare le cose come stavano. E qualcuno, cioè Ceriscioli, ha surrogato le funzioni del segretario regionale. Oltre a fare il presidente ha fatto il segretario del partito e anche l’assessore alla sanità. Non è mai utile vedere un presidente che si occupa del partito quando ci sono importanti urgenze. Non c’è quindi solo il contesto negativo nel quale viviamo, perché quello che stiamo facendo ci farà perdere le elezioni: non diamo la sensazione di occuparci con determinazione e serietà dei problemi e Ceriscioli sbaglia anche adesso pensando che c’è un’autosufficienza territoriale. Questo, invece, è un congresso per far sì che il Pd torni ad essere un punto di riferimento nella comunità marchigiana. Sappiamo che questo terremoto è stato inedito ma non è questo il punto: un partito se funziona riesce ad inquadrare questi problemi, rimanendo vicino a comunità e sindaci. Perché noi ci dobbiamo far carico delle aspettative dei cittadini. Il problema vero, però, è quello della ricostruzione e qui serve tornare ad essere un punto di riferimento, a partire da questo congresso”.

“Sono l’unico che dice questo da qualche anno – replica Cesetti -. L’ho detto io, da solo. Gli altri dove stavano? Eppure quando il partito ci ha lasciato soli Paolo era un autorevole deputato della Repubblica. Allora dovevamo dire queste cose, quanto è stato fatto un congresso monco. Noi perderemo le elezioni soltanto se non saremo capaci di raccontare le tante cose buone fatte in questa regione e se non saremo in grado di indicare la via anche per una correzione, in positivo, delle cose da fare. Questo ruolo compete proprio al partito, è il suo ruolo principe, quell’essere entità di collegamento tra il popolo ed i livelli istituzionali e di governo. Questo partito non ha rivendicato che dopo i terremoti dove la nostra regione ha pesato per il 62% dei danni meritavamo che venisse nominato commissario il presidente della Giunta regionale. Ma quando è stato nominato Errani dove è stato il partito? Sono convinto che abbiamo gestito bene l’emergenza e che le difficoltà della ricostruzione nascano da una miriade di ordinanze che si sono succedute. Qui serve una semplificazione normativa, non questa confusione enorme”.

SANITÀ, LA DELEGA “IMPOSSIBILE”

A riecheggiare maggiormente è però la vicenda della delega alla sanità, che il presidente Ceriscioli continua a mantenere. Sul tema Cesetti mantiene il punto nel corso di tutto il suo intervento. “Certo che darla ad un altro sarebbe stato l’ideale, ma Ceriscioli era impossibilitato a cedere la delega. Nella prima fase l’ha tenuta su di sé perché doveva completare una riforma delineata da altri, riforma che altrimenti sarebbe fallita, mentre lui ha tenuto il punto grazie all’autorevolezza che ne deriva dalla carica di presidente”.

Neanche le conseguenze del terremoto e i gravosi impegni successivi, però, hanno spinto verso quello che ci si attendeva. E uno dei motivi, per Cesetti, resta lo scarso numero di assessori: “Ne abbiamo solo 6, mentre nella Giunta in cui c’era anche Petrini erano 10. Siamo tutti carichi di deleghe importanti, a chi dare anche quella della sanità?”. Ceriscioli avrebbe pensato allo stesso Cesetti, che avrebbe però declinato perché impossibilitato a sommarla a quella del bilancio.

Posizione, quella di Ceriscioli, che Petrini contesta.In Italia non c’è alcuna Regione dove il presidente assume questa delega, quindi la ritengo ancora più grave. E sebbene giustificata in un primo momento, dopo il terremoto non esiste più alcuna giustificazione. Ceriscioli che mantiene la delega è un errore enorme, la sanità è senza guida. La sanità marchigiana, che ha gli stessi problemi delle altre regioni, non affronta le questioni se non c’è un punto di riferimento. E un presidente non può avere tempo disponibile, soprattutto in una fase di crisi e dopo un terremoto come quello che c’è stato. Non c’è giustificazione a tutto questo, è incomprensibile. Ma se ci fosse stato un partito non sarebbe accaduto”.

Immediata la replica di Cesetti, che ripercorre in parte anche la nascita dell’esecutivo regionale. “La soluzione era semplice: la delega alla sanità andava a Cesetti, ma non avrei mollato il bilancio. E se faccio l’assessore al bilancio lo debbo anche a Petrini, che mi ha consigliato in tal senso e lo ringrazio. La Giunta si stava formando, la sanità la teneva Ceriscioli dopodiché l’assessore alla sanità dovevo essere io, con deleghe iniziali minori”.

Per Cesetti c’era, quindi, “l’impossibilità oggettiva di assegnare quella delega a qualcun altro”. “Ma siamo sicuri che in questo territorio la sanità non funziona? – domanda ai presenti in sala -. Dal 2015 abbiamo assunto 1.207 persone in sanità, abbiamo finanziato l’ospedale di Fermo con 70 milioni, di cui 35 regionali che la precedente Amministrazione aveva tolto. Abbiamo finanziato il Salesi, fatto ripartire l’Inrca, messo 205 milioni per attrezzature, numero di risposta unico e centrale logistica del farmaco. Abbiamo aumentato anche i posti letto: è vero che il Fermano è ultimo in questo, ma il governo regionale 50 posti letto li ha aumentati nella prima programmazione rispetto a quella del 2013. Ci saranno 362 posti letto nel nuovo ospedale, con ambulatori e sale operatorie. Certo, c’è il problema liste d’attesa ma è l’effetto di una gestione sbagliata che viene da prima di noi, conseguenze di quella programmazione”

“Non stiamo facendo il processo a Ceriscioli – tiene a precisare Petrini – ma stiamo facendo delle critiche ad una gestione di queste vicende in cui gli amministratori sono stati lasciati soli anche quando hanno sbagliato. Quanto alla sanità, nelle classifiche nazionali stiamo scendendo non perché sia precipitata la qualità, ma perché gli altri vanno più avanti di noi: gli altri migliorano, noi no. E la forbice si allarga. Ci vuole tempo e qualcuno che governi questi processi quotidianamente. Non basta un presidente superman, serve un assessore che si dedichi a questo. Non è solo una questione organizzativa, ma anche politica. Ma vedo che non c’è fiducia nel dare ad altri questo tipo di delega. Se il partito ci fosse stato avrebbe governato forse anche questi processi”.

Perché sulla sanità, sottolinea, il Partito Democratico si gioca molto. “La gente è spazientita e ha sempre meno fiducia nella capacità della politica di risolvere i problemi, oltre ad una grande sfiducia nelle istituzioni. Un partito deve farsi carico di tutto questo. Ecco perché pensando a Gostoli mi chiedo: con quale equilibrio, equidistanza e serenità di vedute questo segretario regionale potrà inquadrare queste questioni?”.

Sul punto Cesetti ricorda la sua insistenza “in diverse sedi” per spingere il partito verso un cambiamento. “Avremmo dovuto cambiare tutti i vertici della sanità regionale – spiega – e tutti avrebbero titolato che Ceriscioli aveva fatto una vera rivoluzione. Ma così purtroppo non è stato”.

QUALE CONGRESSO, QUALE PD

Per Petrini quello che sta accadendo testimonia una differenza molto forte, “un vulnus che si sta aprendo nel partito”. Parla di un’organizzazione del congresso “assolutamente inedita, sopra le righe per non dire scorretta, con un presidente di regione che convoca i segretari provinciali e qualcun altro per proporre un congresso unitario”. Un tentativo andato a vuoto, che spinge altre figure a proseguire nel loro proposito di affrontare un vero congresso. “Ma lì è accaduto qualcosa di strano – rimarca -. A Pesaro, quello che per noi di sinistra era il luogo da cui apprendere, dove come sindaco andavo ad imparare le pratiche amministrative, in questo congresso non hanno fatto neanche un’assemblea congressuale. È accaduto anche ad Ascoli, ma qui non mi stupisco. Di Pesaro, invece, mi stupisco. Vedo una visione della politica come pura gestione del potere, ma questo non mi va bene. Oggi sono convinto di aver fatto la scelta giusta a candidarmi, perché questo sistema deve cambiare. Ricci e Gostoli verso la gestione del partito e quelli che questa aveva determinato erano molto ma molto più severi di me, prima che intervenisse questo accordo di necessità”.

Qualunque sia l’esito del voto di domenica, Petrini afferma che riuscirà a trovare le ragioni per proseguire lealmente un cammino, ma i suoi dubbi sul meccanismo che si è innescato dopo la candidatura di Gostoli restano. “Come può Ceriscioli pensare di proseguire il suo cammino buttando fuori Ancona? Anziché cercare condivisione e partecipazione si è preferito trincerarsi e rinchiudersi dentro un bunker. Oggi qui doveva esserci Gostoli, ma non ha mai tempo per venire. Mi chiedo: cosa dovrà fare se non confrontarsi con il suo unico avversario? Certo, di fronte a determinate situazioni è difficile ribattere. E lui su questo è in forte disagio. Ma chi ha trasformato questo congresso in una mozione di fiducia su Ceriscioli è stato lo stesso Ceriscioli. Invece abbiamo bisogno di ricominciare da capo, di ripresentarci con umiltà e anche con la capacità di arrossire se qualcuno ti dice hai sbagliato, come afferma il sindaco Carancini. E le Primarie o ci sono o non ci sono, non le fai quando ti pare”.

Ma Cesetti non ci sta a far diventare l’elezione del nuovo segretario in una sorta di referendum sull’operato della Regione. “Credo sia nell’interesse di tutti creare le condizioni di un partito a sostegno dell’azione del governo regionale, che valorizzi quanto di buono fatto e che dia una mano a mettere in campo un’idea di futuro. Nel luglio di quest’anno a Chiaravalle dissi come fosse auspicabile un congresso unitario, ma anche che se non ci fossero state le condizioni avremmo dovuto contarci democraticamente. Perché il giorno dopo si sta insieme, se non per amore almeno per convenienza. In quell’occasione venne dato mandato ai 5 segretari provinciali e al presidente di trovare una sintesi per un percorso unitario. Venivamo dalla batosta del 4 marzo e bene ha fatto Ceriscioli a convocare quella riunione. La candidatura di Petrini è un valore, un contributo e chi non è d’accordo la deve semplicemente battere. Le vittorie di Ancona e Porto Sant’Elpidio ci indicavano che vince chi amministra bene ma soprattutto se viene valorizzato quel bene amministrare, se c’è un partito dietro. Ecco perché il percorso unitario andava esplorato e ci eravamo quasi arrivati. Quella di Gostoli è la sintesi più unitaria possibile, una candidatura su cui c’è il consenso di 3 segretari provinciali”.

Una ricostruzione che non sembra convincere Petrini. “Io sono stato candidato da un gruppo che voleva discontinuità con quello che era accaduto negli ultimi anni. Non contesto che i segretari provinciali si mettano intorno a tavolo, ma che da lì chi era in perfetta continuità ha fatto quella proposta. Il problema non era da dove proveniva il segretario, ma che molto più della metà della regione voleva discontinuità. Si è trovato l’accordo su Gostoli perché qualcuno non ha avuto il coraggio di andare avanti, temendo la divisione nel territorio del Comune di Pesaro con l’avvicinarsi delle elezioni. Ma non credo che partito regionale possa essere ostaggio dei problemi di un solo territorio. E al di là dell’esito del congresso, ci dovremmo tutti misurare con un cambiamento che per forza dovrà esserci”.

“Non ho sentito parlare di discontinuità da parte di chi ti sostiene – ironizza Cesetti -. I Lodolini, le Mancinelli e compagnia, persone di alto valore, sia chiaro, di discontinuità non hanno parlato prima. Qui la partita è un’altra: prendere di mira l’Amministrazione regionale. Noi, Paolo, siamo figli delle Primarie, tu deputato e io presidente della Provincia. Ma le Primarie si possono fare ma anche non fare, non devono essere una necessità”.

E se per Petrini il punto resta l’errore di Ceriscioli “ad entrare a gamba tesa nel congresso”, per Cesetti il presidente avrebbe invece teso la mano al partito, atteggiamento che si sarebbe aspettato anche dall’ex deputato candidato alla guida del partito.

COSA CAMBIA CON IL VOTO

Il finale del confronto chiarisce le rispettive visioni. “Se perdiamo nel 2020 è finita – afferma Cesetti -. Serve un partito che recuperi l’azione nei territori, che si sforzi per fare una sintesi e non per fare le Primarie per il governatore. Io voglio un partito che accompagni queste azioni e dal mio punto di vista oggi mettere in discussione la ricandidatura di Ceriscioli è un suicidio politico”.

“Dobbiamo ripartire dai valori e dalle questioni che ci hanno visto inscriverci e lavorare per questo partito – conclude Petrini -, gli elettori che non ci riconoscono neanche più. Serve un coinvolgimento nelle decisioni, non possiamo stare nei nostri circoli solo per pensare alle tessere, all’organizzazione minima o al Comune di riferimento. Dobbiamo permettere loro di contare anche quando si discute di temi che vanno oltre i confini degli stessi circoli. Se non facciamo un bagno di umiltà nonostante abbiamo amministratori mediamente superiore agli altri, rischiamo di farci male. Qui vogliamo aiutare Ceriscioli, ma lui deve capire che ha bisogno di un partito che anche per lui si occupi di queste cose e ne discuta”.


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