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“Fermo era e resta città di studi”
Gli Ex Allievi protagonisti
nel rilancio del Montani

FERMO - Presentazione del neo presidente Labbrozzi, che alla Provincia chiede risposte sul futuro: “Comprendiamo le difficoltà e le ragioni, abbiamo fiducia nelle istituzioni, ma vogliamo certezze”
venerdì 11 Gennaio 2019 - Ore 12:37
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di Andrea Braconi

“Questo è il tuo giorno”. È la dirigente Margherita Bonanni ad introdurre Carlo Labbrozzi, neo presidente dell’associazione Ex Allievi del Montani e negli anni ’70 studente di elettrotecnica nell’istituto fermano.

“La Bonanni è la padrona di casa, che ringrazio per averci ospitato nel Convitto – ha esordito Labbrozzi, visibilmente emozionato -. Qui sono sono stato 5 anni, ho fatto la mia adolescenza e quindi rientrate dopo 47 anni è motivo di commozione”.

E proprio dentro la stanza utilizzata per l’incontro con la stampa, Labbrozzi ha vissuto momenti significativi della sua vita. “Qui aspettavo mio padre che veniva a riprendermi” ricorda.

Accanto a lui, oltre la Bonanni, la vice presidente Lucia Gasparrini (assente per motivi di lavoro l’altro vice, l’ingegnere Andrea Vitali) e l’ex presidente Stefano Luzi. Labbrozzi ricorda la fondazione da parte di Ippolito Langlois della scuola di arti e mestieri e come la città di Fermo sia stata sempre straordinariamente attenta alla formazione dei giovani. Poi la donazione dei conti Montani del palazzo del Triennio e di circa 300 ettari di terra, il riconoscimento di istituto tecnico, il terribile incendio intorno al 1930 che distrusse gli archivi. “I dati in maniera organica ci sono dagli anni della guerra in poi – precisa – ma il numero stimabile è di oltre 40.000 tecnici usciti da questa scuola, di cui 16.000 dopo gli anni ’40. Leggendo le provenienze si scopre che una parte minoritaria era di Fermo, il resto veniva da tutta Italia. Un dato che si è invertito nel tempo, oggi la maggior percentuale viene dalle Marche”.

Se vogliamo dirla tutta – rimarca la Bonanni – il numero più piccolo è quello dei fermani, vengono da Ascoli, Teramo e Pescara dove ci sono altri istituti tecnici”.

Un excursus storico, quello di Labbrozzi, necessario per capire cos’è il Montani e cosa ha rappresentato nell’industria italiana. “Nello scegliere gli insegnanti correva un obbligo: che gli studenti studiassero sui libri scritti dai propri insegnanti. Ma qui c’erano anche professori di lettere come Cecchi, Danese e Loira che erano nel settore umanistico persone di straordinaria cultura e di grande preparazione. Altra regola non scritta del Montani: c’era tanta educazione e signorilità tra alunni, insegnanti e presidi”.

Tupini, Frenquellucci, Bellucci (“Da non confondere con il vescovo Cleto” sottolinea Labbrozzi), Clementoni, Cesaroni, lo stesso Luzi e tanti altri ancora: stila un elenco di figure che hanno segnato la storia dell’istituto, a vari livelli, un elenco che ha un obiettivo preciso: ricordare che la memoria non può essere persa. “Fermo è stata da sempre città di studi e dovrà continuare ad esserlo”.

E gli ex Allievi? “In questo momento hanno un compito. Ho accettato questo incarico con tanti dubbi e mi sono fatto una domanda. Il Montani a me ha dato la formazione, Fermo la passione civile. Ma non si può prendere sempre, bisogna anche restituire. E cosa voglio restituire io? Penso alle difficoltà di studenti, insegnanti e preside in questa vicenda che il terremoto ha creato e che la Bonanni porta sulle spalle. Ecco, oggi il tempo degli ex Allievi è quello di risvegliare e far conoscere una storia ultracentenaria, di stare vicino a tutto il Montani affinché nel minor tempo possibile possa ritrovare la sua collocazione e di continuare ad adeguare i programmi scolastici alle mutate situazioni industriali. Se l’Italia è la seconda potenza industriale europea è perché ha avuto sempre un gruppo nutrito di tecnici”.

Il Montani nella sfida dell’energia ha giocato un ruolo straordinario e potrà farlo in futuro. “Per fare questo ha bisogno di tutti gli spazi che aveva. Seguo con molta attenzione le vicende legate all’inagibilità e alla Provincia di Fermo chiediamo che dica e dia tempi certi. La nostra sede ha posto dentro l’istituto Montani, quindi abbiamo titolo per parlare. Comprendiamo le difficoltà e le ragioni, abbiamo fiducia nelle istituzioni, ma vogliamo certezze. A me sembra che si navighi un po’ a vista, che non si riesca a sapere una data di inizio e una data di ultimazione. Alla preside dico: noi ci siamo”.

Sul dibattito legato alla localizzazione di vecchie e nuove strutture scolastiche, Labbrozzi gioca in maniera diplomatica. “Posso dire che tutte le attività del Montani debbano essere fatte qui, ma non posso non tener conto che c’è un’inchiesta in corso e che per cause maggiori la nostra scuola non è completamente agibile. Attendiamo, quindi, il lavoro delle istituzioni, che faranno il loro corso mi auguro il prima possibile e ci restituiscano i locali oggi non utilizzabili. Nessuna polemica con la Provincia, sia chiaro, ma ancora non riesco ad avere una road map sul futuro del Montani”.

“Da qui non sono usciti semplici tecnici, ma persone molto capaci con un alto livello culturale – spiega la Bonanni, ringraziando Luzi per la grande disponibilità manifestata negli anni -. Per noi è determinante avere queste persone vicine, sono la nostra forza. Adesso c’è il tempo di riscoprire la storia e la forza che questa scuola aveva, di cui oggi ha un estremo bisogno”.

La Gasparrini, diplomatasi nel 1985 in elettronica industriale, ha ricordato le motivazioni alla base della scelta del Montani, guidata da una realtà familiare con un’azienda di elettromeccanica. “Dovevo dare una mano dopo la morte prematura di mio papà e ho scelto una scuola che mi permettesse di iniziare subito. É stata un’esperienza di forte valore di formazione umano e tecnico pratico. Oggi mi sono decisa a dare una mano per la scuola, convinta di fare il meglio per il suo futuro”.

“Sono stati 6 anni intensi – ricorda in conclusione Luzi – e ringrazio la dirigente che ha permesso un rapporto importante. La bellezza dell’associazione sono gli incontri che si fanno, di crescita culturale e personale. L’unico rammarico è che non siamo riusciti a far capire alla città e ai nostri politici il progetto dei laboratori innovativi che abbiamo, oltre che il discorso del recupero dei 1.550 metri quadri e del rapporto con le aziende. Perché Fermo, polo scolastico per eccellenza, non torna ad essere quello che era nella formazione? Occorre ritornare alla carica nella ristrutturazione del Montani. Perché non è possibile a Fermo ciò che non è possibile da altre parti? I fermani devono svegliarsi, mi piacerebbe vedere che questo sogno che abbiamo lanciato anni fa si concretizzi”.


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