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“L’individualismo purtroppo non conosce categorie: contagia laici e presbiteri e ci fa dimenticare che Gesù non ha voluto fare tutto da solo”

FERMO - L'omelia dell'Arcivescovo Pennacchio in occasione della messa crismale
sabato 20 Aprile 2019 - Ore 15:47
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di Rocco Pennacchio, Arcivescovo di Fermo

Carissimi,
sono ancora vivi in noi lo sgomento e la tristezza per l’incendio che è divampato nella Cattedrale Metropolitana di Notre-Dame de Paris. Le fiamme, che per fortuna non hanno causato perdite di vite umane, ci auguriamo non abbiano compromesso le strutture portanti della Basilica. In questa celebrazione dell’Eucaristia nella nostra Cattedrale Metropolitana ci sentiamo uniti nella preghiera ai fedeli cattolici francesi e solidali con i cittadini di Parigi, auspicando che presto venga loro restituito il tempio in un rinnovato splendore.

La celebrazione odierna manifesta in modo altamente simbolico l’unità della nostra Chiesa fermana. Non abbiamo tante possibilità, durante l’anno, di vivere momenti come questi, per la vastità della Diocesi e la diversità dei vari ministeri; perciò vogliamo vivere con intensità spirituale questo speciale momento di grazia, che ci aiuta a prendere coscienza della nostra identità cristiana e sacerdotale a partire dal dato che tutti accomuna, il battesimo e l’appartenenza alla diocesi. Nella Messa crismale il Vescovo con i sacerdoti consacra gli olii che accompagnano la vita cristiana: l’olio dei catecumeni che compendia il cammino d’iniziazione nel Battesimo; il sacro crisma per il Battesimo e la Cresima, per l’ordinazione di presbiteri e vescovi e per la consacrazione di una chiesa, l’olio degli infermi per sostenere i sofferenti nel difficile tempo della malattia. Gli olii e il crisma sono segni che curano la vita, segnando la nascita e accompagnando la crescita dei cristiani. Sono certo che in modo particolare a noi presbiteri, tali segni evocano i tanti momenti sacramentali attraverso i quali ci prendiamo cura del popolo di Dio, dagli infanti agli infermi: il nostro sacerdozio  ministeriale infatti è ordinato alla cura dei fedeli.

Mi rivolgo innanzitutto a voi, cari confratelli. Perché la cura del popolo a noi affidato sia efficace, il nostro sacerdozio ha bisogno di ritrovare continuamente unità intorno all’Eucaristia, una unità che oggi visibilmente manifestiamo: la fraternità presbiterale non è una necessità di ordine pratico, ma conseguenza del sacramento dell’Ordine, che sostanzia e dà centralità al presbiterio. Non sottolineiamo abbastanza il fatto che l’ordinazione presbiterale, oltre a conformarci a Cristo capo e sacerdote, ci innesta costitutivamente in un presbiterio. Purtroppo lo stesso il rito di ordinazione non evidenzia a sufficienza tale realtà;  per questo dovremmo più spesso rinsaldare, noi preti e diaconi, ciò che ci accomuna e accantonare ciò che potrebbe creare divisione, sospetto, irritazione. Ancora più pericolosa
delle divergenze è l’indifferenza per il fratello presbitero: questa minaccia alla base la fraternità perché tradisce la presunzione di essere autosufficienti, di non aver bisogno dell’altro, anche se è accomunato a me dal sacramento dell’Ordine e dal condividere la cura pastorale del popolo che a noi si affida nella stessa Diocesi, a volte nella stessa Vicaria.

Come è feconda e contagiosa per la comunità la testimonianza d’un presbiterio unito! Noi presbiteri, diaconi, consacrati, consacrate e membri del popolo santo di Dio, facciamo parte di un’unica grande famiglia, di un unico sacerdozio che ci connette gli uni agli altri: ci salviamo o ci perdiamo insieme! Dio ci ha collocati in questo tempo e nel territorio della nostra bella Arcidiocesi; la radice che ci tiene uniti è la comune appartenenza ad essa, che ci permette di fruttificare, di vivere la comunione fraterna, di non disperdere energie. L’individualismo purtroppo non conosce categorie: contagia laici e presbiteri, e ci fa dimenticare che Gesù non ha voluto fare tutto da solo: fin dall’inizio ha voluto aggregare a sé apostoli; parla di “operai”, non di “singoli” inviati a lavorare nella vigna; ha inviato discepoli a due a due. Chiedo a tutti voi, fedeli e soprattutto diaconi e presbiteri di lavorare insieme, di essere lievito di unità e di fraternità, nelle comunità cristiane e nel presbiterio. Ogni sforzo in questa direzione è accompagnato dalla benedizione di Dio.

La profezia di Isaia e il Vangelo che abbiamo ascoltato annunciano che la missione di Gesù, e quindi dei suoi discepoli, è quella di difendere il diritto e la giustizia degli oppressi, di guarire i malati nel corpo e nello spirito, di perdonare e convertire i peccatori. Papa Francesco sintetizza tale missione nell’annunciare la gioia del Vangelo, nel concepirsi e vivere come Chiesa in uscita, nel promuovere percorsi di santità di popolo nel quotidiano. Se è vero, come abbiamo ascoltato dall’Apocalisse, che “Colui che ci ha amati e ci ha liberati dai peccati con il suo sangue ha fatto di noi un Regno, sacerdoti per il nostro Dio”, questa è l’unica missione da condividere, solo così possiamo vivere il sacerdozio battesimale. Tutto il popolo di Dio, erede dell’Antica Alleanza, è quindi coinvolto nel “sacerdozio comune” che deriva da Cristo. Non c’è bisogno di un ruolo o un mandato specifico, né di essere preti o diaconi, per dare una parola di conforto, compiere un gesto di liberazione, offrire un aiuto materiale. Un teologo ha detto: “Se è vero che il sacerdote,
fondamentalmente, è sempre un cristiano, è anche vero che il cristiano, fondamentalmente, è sempre un sacerdote. Il problema sorge quando il sacerdote si dimentica di essere un cristiano e il cristiano si dimentica di essere un sacerdote. Il primo cade nell’eccesso del potere, il secondo cede all’abdicazione del dovere” . L’eccesso di potere, che il Papa chiama clericalismo cerca ruoli, mansioni, riconoscimenti all’interno della Chiesa dimenticando che siamo al servizio del mondo; l’abdicazione del dovere fa dimenticare che la vita quotidiana, familiare, professionale – non i servizi ecclesiali – è la vera misura della santità laicale.

Siamo accomunati dalla consapevolezza che la Parola ascoltata ancora una volta ci chiama a raccontare l’esperienza di Gesù suscitando interesse, domande, apertura al dono della fede, conversione, coinvolgimento totale della vita fino al dono di sé. Non basta annunziare la Parola, se non diventa carne e sangue degli uomini che ci hanno creduto e per essa si sono messi in gioco.

L’oggi della perentoria affermazione di Gesù nella sinagoga di Nazareth è il kairos, il tempo pieno, opportuno, perché ciò che la Parola promette si realizza in chi se ne fa discepolo, perché Cristo la rende attuale alla vita, che così ne viene interessata e attraversata (cfr. Eb 4, 12s.). Non c’è momento migliore di questo tempo che è il dono fatto a noi da Dio perché la profezia di liberazione si manifesti adeguatamente “negli orecchi” di chi ascolta, pur nella fragilità della nostra debolezza di profeti. Certo, solo Gesù compie pienamente la profezia di Isaia perché è stato obbediente in tutto alla volontà di Dio ma ognuno di noi è chiamato a misurarsi con la realizzazione storica delle promesse di Dio.

Come Chiesa fermana abbiamo avviato un percorso, direi quasi sinodale, per cercare di tradurre in concreta azione pastorale ciò che oggi è stato proclamato; abbiamo più volte dialogato nelle vicarie per individuare forme di evangelizzazione che portino a cambiamenti concreti. Perché dei cambiamenti realmente accadano, innanzitutto l’ascolto della Parola deve suscitare una reazione, personale e comunitaria. Nell’oggi della Chiesa, nelle nostre celebrazioni liturgiche dobbiamo mostrare dei segni, piccoli forse ma concreti, di coinvolgimento e di liberazione grazie alla misericordia di Dio; l’efficacia della Parola dev’essere verificabile nella concretezza storica del nostro popolo, anche se non sarà mai compiuta. La parola di Gesù a Nazareth esige che anche nella nostra Diocesi si possano raccontare testimonianze credibili di vita cristiana: penso all’amore gratuito e alla riconciliazione che nasce dal perdono, alla sofferenza redenta, all’accoglienza di chi è ferito dalla vita senza pregiudizi, all’accettazione della morte nella speranza della risurrezione, alla solidarietà, all’integrazione. Il Signore ci ha fatto la grazia di essere una chiesa che ha alle spalle una grande storia di uomini e donne eroici e di persone semplici che ci hanno
trasmesso la fede insieme alla vita e al nutrimento; in questa “tradizione” anche noi non vogliamo sottrarci a passare il testimone di una fede vissuta.

Ognuno di noi è chiamato a essere testimone della gioia del vangelo e a farlo insieme. Presbiteri, diaconi, persone consacrate e fedeli laici dobbiamo ritrovare una rinnovata alleanza pastorale, in nome di quella consacrazione originaria, propria di tutti i battezzati, in nome del sacerdozio comune. Nella Chiesa, odorano ormai di stantìo le vecchie tensioni tra preti e laici, tra chi sa e chi deve credere, chi parla e chi ascolta, chi comanda e chi deve obbedire. Noi, sacerdoti che serviamo agli altari, e voi laici, che servite la vita, siamo tutti chiamati a praticare la misericordia e la giustizia, a portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, a donare noi stessi senza farci frustrare da aspettative non realizzate, sostenuti dalla fraternità che viviamo nella Chiesa. Il rotolo di Isaia mi pare insista sul concetto che non si possa vivere la paternità di Dio se non si vive in concreto la fraternità: la fede in Dio deve diventare giustizia nuova tra gli uomini.

A partire da domani sera, entreremo nel grande mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù. La dignità battesimale che accomuna preti, diaconi, laici, la testimonianza a cui siamo chiamati, tutto ha radice nel Triduo Pasquale. Pertanto, ciò che ci accomuna, alla fine, è l’essere discepoli che seguono Gesù, prendendo la propria croce ogni giorno. Questa comune appartenenza genera un modo di essere, di vivere, anzi di “perdere la vita” davanti agli uomini. Vorrei infine invitare tutti alla preghiera e ad un rinnovato impegno per le vocazioni. Abbiamo bisogno di risposte entusiaste alla vita matrimoniale perché, grazie all’amore fecondo degli sposi, sempre nuovi figli, fedeli laici, trasmettano il messaggio di Cristo attraverso la testimonianza di una vita santa, coll’abnegazione e l’operosa carità” (LG 10). La nostra vita e la testimonianza delle comunità cristiane, soprattutto la passione e la dedizione di noi presbiteri, devono ritornare a scaldare il cuore di tanti giovani perché diano risposte generose alla chiamata al sacerdozio ministeriale e così anche negli angoli remoti  della diocesi ci sia chi, spezzando il pane della Parola e dell’Eucaristia, consacri i fedeli per farne il popolo di Dio. Infine, nella scia della nobile tradizione del nostro territorio, chiediamo dal Signore nuove vocazioni alla vita consacrata, per arricchire e rinnovare la vita delle numerose comunità presenti in diocesi (10 monasteri e 25 comunità religiose maschili e femminili).

Vi propongo un passaggio di Papa Francesco al n. 274 nell’Esortazione Christus vivit: “Se partiamo dalla convinzione che lo Spirito continua a suscitare vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, possiamo gettare di nuovo le reti nel nome del Signore, con piena fiducia. Possiamo – e dobbiamo – avere il coraggio di dire ad ogni giovane di interrogarsi sulla possibilità di seguire questa strada”. Questa Messa è crismale perché, come diremo nella preghiera di consacrazione, il Signore “infonda nel crisma la forza dello Spirito Santo con la quale ha unto i sacerdoti, i
re, i profeti e i martiri”. Dio benedica tutti noi, cristiani, sacerdoti della vita redenta da Cristo. La Madonna Assunta sostenga il nostro cammino. Amen.

 Rocco Pennacchio, Arcivescovo


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