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Padre Angelo e il Nobel per la pace:
destini incrociati in terra d’Etiopia

IL FRATE missionario, originario del Fermano, è prefetto apostolico dell’Oromia. Dopo 40 anni aveva deciso di lasciare, ma il riconoscimento dato al premier Abiy Ahmed Ali ha cambiato tutto: «Mi ha convinto che ero proprio nel giusto. E’ stato un segno di Dio»
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Padre Angelo Antolini con papa Francesco

 

di Maurizio Verdenelli (foto di Anna Maria Cecchini)

C’è un po’ anche il grande cuore delle Marche nel Premio Nobel 2019 per la Pace. Il cuore dei cappuccini missionari in Africa e pure un cuore laico a fianco di Abiy Ahmed Ali, il premier dell’Etiopia che l’Accademia reale svedese ha indicato quest’anno all’unanimità tesa nella massima speranza di futuro: la pacificazione. Una speranza che viene direttamente dal continente più straziato. «In due giorni la mia vita è cambiata, avevo deciso di lasciare dopo 40 anni di acute sofferenze e lavoro in questa regione devastata dalle guerre: l’Etiopia. Sono stato nominato prefetto da Benedetto XVI, sette anni fa, un anno dopo, alla stessa ora, l’11 febbraio 2013, il pontefice si è dimesso. Perché non farlo anch’io? Ero nella tempesta del dubbio, spossato con una ‘parrocchia’ (la prefettura) pari ad un terzo dell’Italia, 3,5 milioni di oromi, mezzo milione di somali, 4 preti, cinque chiese, mille cristiani, di cui 200 convertiti dall’Islam».

Padre Angelo Antolini a Santa Vittoria in Matenano

La prefettura è stata dedicata da padre Angelo Antolini, 66 anni, marchigiano di Santa Vittoria in Matenano (Fermo) a Santa Madre Teresa di Calcutta che 32 anni fa ha fondato in Etiopia una comunità terapeutica per malati di mente. Un esempio che trova nel progetto di un ospedale neurologico, voluto dal missionario marchigiano, una degna prosecuzione.  «Tuttavia ero giunto in Italia dove mancavo da due anni, per l’udienza del papa ai cappuccini marchigiani, con tristi propositi di abbandono. Non immaginavo quello che la Provvidenza stava preparando per me. Ecco che in quarantottore tutto è mutato grazie al papa che mi ha aperto il cuore (Santità è vero che ha nemici? E lui, guardandomi negli occhi ha risposto: Perché, tu non ce l’hai?”) e il giorno dopo grazie ad Abiy Ahmed Alì quando è arrivata la notizia da Stoccolma. Presto ci incontreremo. Suo predecessore, oromo come lui, è infatti Hailè Mariam Desalegn, un cristiano -il suo nome vuol dire: Forza di Maria- è stato un mio parrocchiano con cui ho diviso la mensa quand’era soltanto ministro e il premio Nobel era un militare della Security. Personalmente mi definisco e vengo ritenuto un ‘oromo adottato’: questo mi fa piacere per la cultura pacifista e panteista (‘waqafeta’) della popolazione che segue gli insegnamenti degli Abba Gadà, interpreti della legge dei Padri. Oromo è il mio segretario, Fayisa» 

Maurizio Verdenelli con padre Angelo Antolini

E’ un fiume in piena mentre racconta la ‘sua Africa’, padre Angelo Antolini, ‘vescovo’ dell’Etiopia –  «l’ordinazione deve ancora arrivare» puntualizza- che abita a metà strada tra Vittoria in Matenano e Montelparo, in contrada San Giovanni. Uno dei luoghi incantati della Valdaso: a due passi c’è Ortezzano, il paese di monsignor Tarcisio Carboni, grande vescovo missionario cui Macerata deve il seminario internazionale ‘Redemptoris Mater’, la cui prima pietra venne posta nel ‘93 da San Giovanni Paolo II, e Montefalcone Appennino, ‘fonte’ dei monaci farfensi. La famiglia Antolini ha dato molto alla Chiesa: oltre a padre Angelo, don Mauro parroco di Servigliano. Laici gli altri tre fratelli: Domenico ‘Peppino’ che, ‘terremotato’, divide la casa di famiglia con padre Angelo nei suoi rari ritorni, Pasquale e Rolando.

Al centro in piedi, l’antropologo Gianluca Frinchillucci; alla sua destra, il maestro Remo Grassetti; in primo piano, il generale Schec Aues (in piedi a sinistra il figlio), addetto militare somalo e decano di tutti gli addetti militari in Italia, con Laura Bacalini della Perigeo

«Una grande emozione, una gioia immensa: Abiy Premio Nobel è fonte di speranza per tutta l’umanità» dice l’antropologo maceratese (risiede a Sant’Angelo in Pontano) Gianluca Frinchillucci, quarantenne, che a in Etiopia, a Kofoloe collaborando con padre Angelo ha realizzato un museo etnografico. Anch’egli sul fronte della pace, giorno per giorno, da tanti anni, su una delle frontiere più tormentate del pianeta. «Il museo è un segno di condivisione, di identità, e conoscenza delle proprie radici» aggiunge Gianluca. Che ha dato vita al museo con un altro maceratese, antropologo anch’egli, Luca Natali. E’ lui il notissimo esploratore sulle tracce dello Yeti pronto ora per nuove spedizioni in Himalaya nella valle del popolo Sherpa. Gianluca: «Abiy è oromo, la terra di Angelo prefetto apostolico dell’Oromia: che emozione alla notizia del Nobel. Lui ha seguito tutta la vicenda e i suoi collaboratori lavorano insieme con quelli del governo. Io vado ogni tanto in Etiopia dal mio amico per i musei e la cultura locale, e seguo da tanto il processo di pace. Che commozione rivederlo e riabbracciarlo nelle Marche, l’altro giorno, al momento della notizia del Nobel». Padre Angelo è ripartito questa mattina per Addis Abeba. Probabilmente sullo stesso aereo di una giovane coppia maceratese, Catia e Giacomo, che vive e lavora da qualche anno nella capitale africana. «In città si vive abbastanza tranquilli, ma appena fuori è guerra interna. Il Nobel al premier, motivato dalla fine della guerra in Eritrea, è un segnale importante, un inizio di speranza per tutti noi. Tuttavia occorre venire qui, da noi, per capire la gravità della situazione interna. Ad Addis Abeba la sicurezza personale, come ho detto, è piuttosto garantita come in un qualsiasi Paese occidentale, a meno che non si tratti di faide tribali. In questi casi, la polizia interviene ma ma talvolta non tempestivamente» dice Catia, madre etiope, padre toscano. L’analisi della giovane sposa maceratese è indirettamente condivisa da padre Angelo. «La pace con l’Eritrea è stata un gran bell’inizio di Abiy, ma la pace interna, sopratutto con i tigrini da sempre al potere con Melles, è tutta da fare. Tuttavia la cultura e la religione degli oromi, etnia cui appartiene l’attuale premier, lascia ben sperare e il Nobel è un incoraggiamento mondiale».

Padre Angelo con il fratello don Mauro e altri presbiteri fermani

Perché, gli oromi fanno sperare meglio degli altri gruppi etnici? «Etiopia ed Africa sono un insieme, anche dentro gli stati unitari. Occorre saperlo bene, questo. Dopo la caduta dell’Impero, per le etnie all’interno del Partito unico rivoluzionario comunista è stata un’eterna lotta per il potere tra gli Amara cattolici (e colonizzatori al pari degli Italiani, a suo tempo), Tigrini ed Oromi mentre l’Islam ha conquistato sul piano religioso la stragrande maggioranza della popolazione. Dopo la morte per malattia, del premier tigrino Zenawi Melles (suo il messaggio finale: seguire la Cina) il suo vice, il mio ‘parrocchiano’ Hailè Mariam Desalegn è salito al potere per dimettersi in coincidenza con la sanguinosa crisi con la Somalia, innescata due anni fa, pare, dai tigrini per favorire un pieno loro ritorno ai poteri. A questo punto gli Abba Gadà hanno illuminato la via al proprio popolo che bloccò con scioperi ‘bianchi’ il Paese. Io stesso non avevo capito bene le radici di quel conflitto. Di ritorno dalle Marche, mi trovai nel pieno di una guerra incomprensibile. Fu il mio segretario a spiegarmi le ‘segrete cose’. Già, perché gli oromi, a differenza degli altri, studiano, si qualificano sulla strada del cambiamento totale dove governare significa ‘servire’ e dove la pacificazione resta il traguardo di tutto: è la classe dirigente dell’Etiopia che conosco come le mie tasche prima missionario nel Sud Ovest poi nel Sud Est, tra i Wolaita tanto da sentirmi anche in questo caso uno di loro».

La pace con l’Eritrea, che ha fruttato ad Abiy il Premio Nobel?  «Il conflitto è scoppiato per una questione di confini nel ‘98. Facendo in questo arco di tempo 70.000 morti. Poi, praticamente vinto dagli etiopi, non aveva avuto un esito finale. Il premier ha realizzato una magnifica operazione internazionale di pace cui il dittatore di Asmara, Isaias, ha avuto tutto l’interesse di aderire. Un inizio ottimo per Abiy, in carica dal 2018, fedele al Gadà».

Ed ora? «Adesso, per il governo degli oromi, popolo pastore, iniziano i veri problemi. L’Etiopia ha conosciuto uno sviluppo ’cinese’: da 35 milioni, in pochi anni la popolazione è passata a 105. Per oltre la metà sono giovani. Lavoro? Difficile. Urbanizzazione enorme. Università? Come in Italia: parcheggio».

La storia dell’Etiopia è piena di dittatori, succeduti agli imperatori. «Abiy non diventerà mai un dittatore. Alla scadenza del mandato se ne andrà: la democrazia scorre nella legge degli oromi che non permette ad alcuno di detenere il potere per più di 8 anni».

Abba Angelo, così lo chiama il segretario Fayisa, ci lascia dopo alcuni scatti davanti al roseto della casa di famiglia con in vista i Sibillini mentre il piccolo gatto nero, recente clandestino, ne approfitta per salire ai piani superiori. Sono venuti amici da fuori per un pranzetto a Monte Rinaldo, all’agriturismo Montorso. Dice Abba Angelo: «Tuttavia la porchetta che ci ha preparato personalmente il papa, nella stanzetta accanto alla sala Nervi, a 200 metri dal sinodo, non la dimenticherò mai. Eravamo in 73 e c’era pure il popolare padre Lanfranco, Frate Mago, che ha giocato con il pontefice indovinando la carta (tre di ‘ori’) pensata da Lui. E addirittura facendo sbucare la carta dallo zucchetto bianco. Siamo stati insieme dalle 10.30 alle 14. Francesco ci ha rassicurato circa le sue condizioni di salute: ‘Sto bene, dormo 6 ore al giorno’ ci ha rivelato. Gli abbiamo chiesto: Santo Padre, cosa lo fa soffrire maggiormente? ‘Il clericalismo e la mondanità della chiesa’. Ancora: ‘In taluni casi, in Africa, la Chiesa ha anch’essa colonizzato’. In poche ore il papa mi ha cambiato, convertendomi completamente. Mi sentivo a metà, arrivando a Roma, adesso non più. Così, quando sono uscito da quella stanzetta, avevo deciso che sarei tornato a Robe, capitale dello stato di Bale dove vivo (dove da domani mattina sarà di nuovo al lavoro ndr). Poi il giorno dopo, il Premio Nobel ad Abiy mi ha convinto che ero proprio nel giusto. E’ stato un segno di Dio».  Buon viaggio, Abba.

 

Padre Angelo in sandali sulle nevi etiopi a oltre 4mila metri di altitudine

Padre Angelo Antolini con il fratello Domenico

L’ospedale neurologico che padre Angelo sta realizzando in Etiopia, sull’esempio di madre Teresa di Calcutta a cui ha dedicato la sua prefettura apostolica

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