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Pronto Soccorso, porte aperte
alle donne vittime di violenza

‘Da noi trasparenza
e supporto in rete’

FERMO - Intervista a Caterina Mazzotta, dirigente medico e responsabile della formazione inerente la violenza di genere all'interno dell'Ospedale “Murri”
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di Andrea Braconi

Accoglienza, trasparenza e possibilità sono le tre parole che racchiudono il lavoro svolto dal Pronto Soccorso di Fermo nei confronti di donne vittime di violenza. A riassumerne i contenuti è Caterina Mazzotta, dirigente medico e responsabile della formazione inerente la violenza di genere all’interno dell’Ospedale “Murri”.

“Partiamo dall’accoglienza: questo non è un posto di polizia, ma un posto dove si guarda alla persona e al suo bisogno, è un posto aperto 24 ore su 24. La trasparenza: la persona sa sempre cosa avviene, viene informata di tutto e può scegliere o non scegliere nella sua piena libertà e senza alcun giudizio. Infine, la possibilità di essere messa in contatto con tutti gli operatori inseriti nella cosiddetta rete antiviolenza”.

E all’interno di questa rete voi che ruolo avete?

“Come Pronto Soccorso siamo quelli che per primi vengono a contatto con gli episodi di violenza in acuto: quindi è possibile che le persone arrivino qui sia spontaneamente, riferendo di essere state vittime di violenza, sia che non lo dicano per vari motivi, che vengono perché hanno traumi ma non dicono di che origini sono o semplicemente per dolori addominali, malesseri vari. E solo poi viene fuori il loro vissuto.”

Oltre ad essere una porta aperta, avete la possibilità di contattare su un bacino enorme di persone.

“Una delle nostre funzioni è quella di far emergere il non detto. Per questo abbiamo fatto un protocollo all’interno dell’Asur, che è un percorso privilegiato per le persone vittime di violenza in modo che intanto aspettino il meno tempo possibile, compatibilmente con quelle urgenze del Pronto Soccorso che non possono essere procrastinate.”

Come è strutturato questo percorso?

“Intanto gli infermieri di triage sono preparati a riconoscere sia il dato reale, cioè che la persona viene a raccontarti cosa gli è accaduto, sia il non detto, cioè che si mostra un po’ titubante o reticente, che ti racconta una storia che non concorda con le lesioni che presenta o che semplicemente ha un vissuto che ti fa pensare ad una cosa del genere.”

Quindi, per voi è fondamentale saper leggere i segnali.

“Serve un approccio empatico e se c’è un sospetto di violenza di genere la paziente viene immediatamente segnalata attraverso una dicitura interna, che vediamo solo noi medici che siamo all’interno delle sale visita e che abbiamo chiamato Codice Rosa.”

Per fare tutto questo serve un’adeguata preparazione del personale sanitario: chi si occupa della formazione?

“Un anno fa abbiamo fatto un gruppo di miglioramento interdisciplinare all’interno dell’ospedale, al quale hanno partecipato le unità operative e le figure più strettamente coinvolte, quindi ginecologi, pediatri, internisti (perché dobbiamo anche considerare la violenza sull’anziano), infettivologi, radiologi ed altri. Abbiamo dato delle direttive che ciascuno, a cascata, riporta nel proprio reparto. Per il Pronto Soccorso abbiamo un gruppo di lavoro interno, di cui facciamo parte io come medico e tre infermieri: ci incontriamo con una certa regolarità, mediamente una volta ogni due mesi, facciamo il punto della situazione ma soprattutto il fatto di scegliere tre infermieri serve per coprire tutti i turni, in modo da avere sempre qualcuno a cui fare riferimento. Abbiamo fatto un protocollo interno, che stiamo aggiornando e ampliando secondo le linee guida regionali e nazionali, ed è prevista una formazione solo per il Pronto Soccorso a scaglioni: nell’arco dei prossimi mesi faremo il refresh a tutto il personale, compresi gli ausiliari che hanno il loro ruolo. La paziente vittima di violenza che deve essere messa in sicurezza nel momento in cui viene portata in radiologia non ci va da sola, ma viene accompagnata da un Oss; se c’è qualche pericolo si chiamano le Forze dell’Ordine. Certo, ci sono anche delle situazioni più leggere, ma siamo preparati per tutte le evenienze.”

Mentre all’interno dell’Asur come vi muovete?

“Lì è un discorso verticale, tutte le 5 Aree Vasta fanno riferimento alla dirigenza regionale. In sostanza, abbiamo una formazione di base localizzata, ma poi io vado fare formazione ad Ancona. Nei tre anni scorsi abbiamo fatto degli incontri mensili, dai quali sono scaturite delle linee guida che utilizziamo per tutte le nostre Aree Vaste. Il vantaggio è che tutte hanno un’uniformità di procedura. È inevitabile, intanto perché c’è una delibera del settembre 2017 del direttore generale che implica questa uniformità, a seguire nel novembre 2017 è venuta la delibera regionale mentre la legge nazionale è del gennaio 2018.”

E questo cosa ha generato?

“Ha fatto sì, ad esempio, che l’indicazione della delibera regionale sull’esenzione del ticket fosse realmente messa a regime: le persone vittime di violenza hanno diritto all’esenzione del ticket, valida un anno e per tutto ciò che è correlato all’episodio di violenza, quindi esami di controllo, radiografie, visite ortopediche e altro. È un’altra forma di tutela nei confronti della persona proprio per favorire l’emersione del fenomeno.”

Torniamo al Codice Rosa e a cosa accade dopo che il medico lo ha visualizzato sul suo monitor.

“Il codice viene attivato dall’infermiere di triage e il medico sa che deve prendere in carico il prima possibile questa persona, compatibilmente con le altre urgenze che ha. Questa persona viene spostata dalla sala d’attesa e messa in una sala all’interno del Pronto Soccorso, in modo da essere protetta rispetto ad eventuali avvicinamenti di persone che potrebbe ricontattarla in Pronto Soccorso. Quindi, ha un percorso fisico che la mette in sicurezza e un percorso temporale che velocizza il suo accesso. Dopodiché, viene presa in carico dal medico che fa un’anamnesi dettagliata che serve alla paziente e al medico stesso, ma eventualmente anche alle forze dell’ordine. Si tratta

di un’anamnesi che è stata concordata con loro per chiedere notizie che, poi, possono essere utili in sede di eventuali indagini.”

La paziente viene informata?

“È a conoscenza di tutto e sa tutto quello che farà, può dare un consenso totale o parziale, che rispettiamo totalmente. Viene poi visitata e se dà il consenso vengono fatte delle foto delle lesioni, altrimenti vengono comunque descritte in maniera particolareggiata: forma, dimensioni, sede, anzianità temporale per eventualmente poterle datare. Dopo di questo la persona viene inviata a fare degli accertamenti, o in radiologia o in ginecologia o in malattie infettive, a seconda di quali siano le sue necessità.”

E in caso di violenza sessuale?

Viene inviata anche al ginecologo e all’infettivologo per fare la prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse e dell’eventuale gravidanza. E se ci sono dei minori viene attivato tutto il percorso per i minori. Viene fatta una scala di rischio, sulla legge nazionale c’è una proposta con 5 domande semplici ma indicative della situazione fuori dall’ospedale, cioè in casa come sta, che situazione c’è, se ci sono stati altri episodi e, appunto, se ci sono minori. In base a quel rischio, si decide se la paziente può rientrare a casa o va piuttosto messa in sicurezza.”

Chi lo decide?

“Questa valutazione la fa il medico di Pronto Soccorso con la paziente e, possibilmente, con l’assistente sociale. Il grosso problema è che non ne abbiamo una H24, ma che fa orario di servizio di mattina, anche se questi fatti accadono prevalentemente la sera o il fine settimana. In genere lo concordiamo telefonicamente e quando può l’assistente sociale viene. Ma se abbiamo il sospetto fondato tratteniamo la paziente, con il suo consenso che però può anche non dare. Ma se ci sono minori la posso trattenere, con una procedura che coinvolge il Tribunale dei Minori.”

Quindi, una volta valutato il rischio?

“La paziente può essere rimandata a casa se riteniamo possa essere dimessa e le viene consegnata tutta la documentazione di quello che ha fatto qui, quindi visite, esami, la nostra valutazione e la valutazione di rischio.”

La trasparenza, come detto, è totale.

“Esattamente. La paziente viene informata anche della presenza delle rete e quindi che può rivolgersi al Consultorio, dove può avere un’assistenza psicologica e i controlli ginecologici; può andare al Centro Antiviolenza, eventualmente gli diamo i numeri di riferimento o ci mettiamo noi il giorno dopo in contatto con lo stesso Centro e segnaliamo la persona; può andare ad uno qualunque degli sportelli consultoriali dell’Asur se non vuole andare nel suo di appartenenza perché non vuole essere riconosciuta; può andare dalle Forze dell’Ordine e gli vengono indicati degli uffici particolari che hanno messo a Fermo sia la Polizia che i Carabinieri. Può anche essere ricoverata se le lesioni sono tali e tante che lo richiedono o può essere trattenuta in osservazione al nostro Obi (Osservazione Breve Intensiva), in attesa di controlli radiologici, ematologici, esami di laboratorio oppure in attesa dell’assistente sociale ospedaliera che inquadra la sua situazione.”

Assistente sociale ospedaliera che ha un ruolo fondamentale.

“È quella che esce, si informa sulla casa, sull’ambiente, sull’attività lavorativa, sulle relazioni di questa persona, oppure si mette in contatto con le assistenti sociali del Comune perché magari la persona o la famiglia è già seguita. Quindi, fa il punto non tanto in acuto ma in maniera più allargata sullo stato della persona. Insieme alla persona decide poi la mossa successiva: Torni a casa? Bene, ma questo è il mio numero e ci sentiamo ogni giorno a quest’ora, mi dici come sta andando, mi dici se ci sono problemi. Oppure: Non puoi tornare a casa? Hai qualcuno che ti possa accogliere, familiari o amici fidati? Oppure ancora viene messa in una casa di emergenza, nelle Marche ne abbiamo solo una, oppure in un casa rifugio, che abbiamo anche nella provincia di Fermo.”

Quali sono le differenze tra le due strutture?

“La casa di emergenza è quella che ci permette di collocare le pazienti rapidamente, con il trasferimento che può avvenire anche da Pronto Soccorso. La paziente, però, può rimanervi solo 3 giorni e da lì deve prendere una strada che può anche essere quella di una delle 5 case rifugio del territorio regionale, dove può andare appena c’è disponibilità di posto ma, come detto, hanno una latenza diversa.”

Come affermato anche da Meri Marziali, presidente della Commissione regionale Pari Opportunità, la presenza di una rete territoriale ha contribuito a far emergere di più il fenomeno (LEGGI QUI). Voi su che cifre vi attestate?

“Abbiamo una reportistica trimestrale che inviamo all’Asur e all’assessore regionale Bora per il monitoraggio del fenomeno. Nel terzo trimestre 2018 a Fermo abbiamo avuto 8 accessi ai Consultori e 5 al Pronto Soccorso, cifre più o meno simili a quelle dei trimestri precedenti. Resta alta la percentuale di italiane, mentre per quello che riguarda altre etnie è più complicata la situazione ed il loro accesso in autonomia al Pronto Soccorso.”

Cosa rappresenta per voi il fatto di essere in rete?

“È un vantaggio enorme ed un punto di forza, sia per noi operatori che se abbiamo un dubbio chiamiamo direttamente un funzionario, cosa che negli anni scorsi non era così immediata, ed è un punto di forza per le persone. Il rapporto diretto tra operatori salta una serie di passaggi inutili ed evita la dispersione. É difficile in questo modo perdersi la paziente.”

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