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IL MESSAGGIO DELL’ARCIVESCOVO
“Il Natale non è la festa solo dei bambini,
è la festa di chi sa affrontare la vita”

L'OMELIA DI NATALE DELL'ARCIVESCOVO PENNACCHIO - "Il credente non può accontentarsi di celebrare il mistero centrale della sua fede, l’Incarnazione, lasciandosi avvolgere dalla coltre dolciastra che avvolge questa festa, coccolando le proprie certezze e convincendosi che la Parola di Dio in fondo conferma le nostre certezze"
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di Mons. Rocco Pennacchio, Arcivescovo Metropolita di Fermo

Il Natale, complice anche l’imminente fine dell’anno civile, è forse la festa più sentita dalla comunità, da credenti e non credenti. Non è certo da sottovalutare la dimensione emotiva che caratterizza questi giorni, anzi sentiamo quasi la necessità di un tempo in cui sottrarci – ammesso che ci riusciamo – al logorìo della vita moderna, come invitava la famosa rèclame di un amaro a base di carciofo, quasi sessant’anni fa.

Il credente non può accontentarsi di celebrare il mistero centrale della sua fede, l’Incarnazione, lasciandosi avvolgere dalla coltre dolciastra che avvolge questa festa, coccolando le proprie certezze e convincendosi che la Parola di Dio in fondo conferma le nostre certezze. Se cadiamo in questa trappola, la comunità si trasforma in un club di consumatori di relazionali di puro comfort, e la spiritualità diventa ricerca di emozioni.

Il Natale non è la festa solo dei bambini, è la festa di chi sa affrontare la vita, la nostra festa, se superiamo questa atmosfera un po’ incantata e incontriamo il Gesù debole e povero, come ci viene presentato dai Vangeli della natività. Questo Gesù fa saltare i nostri schemi, non ci coccola, supera le nostre aspettative e si fa carico della nostra carne con le sue contraddizioni. Il Dio che si fa carne non è circonfuso di gloria apparente, non ha alcun segno di potenza, ci fa sentire la paradossalità del suo incontro perché, se entrasse nel mondo con potenza, ci aspetteremmo da Lui soluzioni facili ai nostri problemi. Invece si immerge nella nostra impotenza e diventa un essere come tutti, anzi molto più povero e misero. Non si presenta in confezione di lusso ma col velo di un Dio nascosto che tocca poi alla nostra fede nuda scoprire. Interroghiamo allora la nostra fede perché ci accompagni nella scoperta del Dio che si fa uomo.

Tutti i confini della terra vedranno la salvezza di Dio (prima lettura). Il Natale è la festa della nostra salvezza. L’inno di lode di Isaia descrive la bellezza del messaggero di gioia che annunzia la salvezza di Dio, tra l’esultanza del popolo. Per Israele la salvezza coincideva col ritorno degli esuli a Gerusalemme dopo anni di sofferenza nell’esilio. Ritornare a casa era la loro massima aspirazione, desideravano essere salvati perché oppressi e lontani. Duemila e cinquecento anni dopo corriamo il rischio di usare la parola “salvezza” senza comprenderla, perché in fondo non sappiamo cosa attenderci da Dio, da cosa dovrebbe salvarci. Il motivo per cui Gesù fu riconosciuto dai poveri e dai derelitti è legato a questo: si desidera salvezza quando non ci si sente sazi, quando ci si affida, non si fa di testa propria; quando non si ritiene esser il centro del mondo ma si riconosce che abbiamo bisogno degli altri e di Dio, quando non mi appiattisco sul pragmatismo ma mi lascio interrogare dalla coscienza. Solo così scoprirò che “salvezza” non mi lascia indifferente perché tocca il senso di ciò che faccio e non basterà una vita a meditarci su.

L’autore della lettera agli Ebrei (seconda lettura) nota che da sempre Dio ha parlato agli uomini in varie forme ma quando ha voluto dire la sua parola definitiva, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. Oggi vediamo il suo Figlio nel bambino del presepe. Si chiede il Papa: “Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita” (Papa Francesco, Es. ap. Admirabile signum, n. 3). Le parole del Papa ci dicono che tutto ciò che è umano, dal concepimento alla morte naturale, è oggetto della sollecitudine di Dio. Sottolineo queste due fasi che sono le stagioni più fragili in cui la vita dev’essere maggiormente tutelata, e paradossalmente sono quelle più minacciate dall’egoismo umano. Dio ci parla in Gesù perché ha preso la carne umana come sua dimora. Se Gesù è la dimora di Dio, e noi siamo sua immagine, compito di noi cristiani è divenire umani. E quanto più ci rispecchiamo nell’umanità fragile, la nostra innanzitutto, tanto più giungiamo all’essenza, dove incontriamo noi stessi. Un noto cantautore annota: Devi mostrarti invincibile, collezionare trofei ma quando piangi in silenzio scopri davvero chi sei. Per noi credenti, in questa intimità Dio ci viene incontro nel suo Figlio Gesù e questo incontro non mi spaventa, non mi deprime, perché scopro di essere amato. Parliamo di mistero dell’incarnazione, un mistero che non si esaurisce via via che lo si comprende, proprio come accade nell’esperienza dell’amore, che non si esaurisce, si può solo approfondire. Il Natale ci narra l’amore di Dio per l’umanità. È la festa del nostro essere umani.

Infine, il Vangelo di Giovanni ci ricorda che a quanti hanno accolto Gesù, ha dato il potere di diventare figli di Dio. Se mi lascio interrogare da Gesù così com’è, bambino bisognoso di tutto, se lo accolgo, oltre a dare senso a questa vita, ricevo la salvezza più grande a cui aspiro, la vita eterna; divento figlio di Dio. Diventare figli di Dio non è un automatismo, bisogna prima accogliere il Signore e per farlo bisogna che diventi l’atteggiamento di fondo della vita, perché, avendo ormai posto la sua dimora in mezzo a noi, si vela e si rivela nella storia, nella vita, nelle relazioni umane. La Scrittura è piena di episodi che evidenziano l’accoglienza umana che poi rivelano di essere manifestazioni divine: i tre ospiti di Abramo, Maria all’annunciazione, Marta, sorella di Lazzaro che accoglie il Maestro, i bambini che Gesù invita ad accogliere nel suo nome. Imparare la virtù dell’accoglienza non è innanzitutto atteggiamento etico o caritativo ma modo di essere, tanto più difficile, quanto più siamo schiavi del protagonismo, dell’esibizione, della vanagloria.

Chi sa accogliere apparentemente è debole perché non investe tutto sulla sua iniziativa; in effetti è un forte perché mette in conto di relazionarsi con altro da sé; chi accoglie vive nella gratitudine perché sa che ciò che accade è puro dono e non frutto esclusivo del suo impegno; chi accoglie fa un passo indietro, rinuncia ad agire quando sa che è necessario lasciare posto a Dio, agli altri. In fondo, questo vuoto apparente è l’unica capacità in grado di contenere Dio: è la fede. L’esempio fulgido di Maria ci insegna a realizzare il mistero della fede: accettare Dio com’è, rompere i limiti di ogni incapacità umana per renderci capaci di Dio. Ed accogliere la vita che ci dona come allenamento continuo a fidarci di lui e dei nostri fratelli. Auguri!


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