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Devastante, mai abbassare la guardia
il segno del Covid nel reparto
di Malattie infettive
con il primario Amadio

FERMO - Dopo il picco emergenziale, il primario del reparto di Malattie infettive del Murri di Fermo tira le prime somme
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Giorgio Amadio, primario del reparto Malattie infettive del Murri

di Giorgio Fedeli

“E’ stato devastante, davvero. Ma a me questa storia dei sanitari visti come eroi non piace molto, anzi per niente. Noi facciamo il nostro lavoro. Gli eroi, invece, o sono dimenticati o vengono ricordati con una lapide”. Parole che segnano, che vanno dritte al cuore, o meglio alle coscienze, quelle di Giorgio Amadio, primario del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Murri di Fermo, che oggi può finalmente tornare a prendere fiato dopo tre mesi e mezzo di apnea lavorativa per fronteggiare l’emergenza Covid19. Un virus che però ha stravolto le vite e la quotidianità di tutti noi. E sì, anche quella lavorativa, professionale e personale dei sanitari.

Dall’influenza alla pandemia. I mille volti del Covid. Perché lo abbiamo subìto in maniera così dura?

“Innanzitutto è una malattia nuova, di cui all’inizio non sapevamo praticamente nulla, una grande incognita. Quante persone sono state realmente infettate? Abbiamo sì riscontrato un alto tasso di mortalità, ma nelle persone malate, non sappiamo quanti erano effettivamente i contagiati e non lo sappiamo realmente neanche ora. A dicembre-gennaio se ne è iniziato a parlare ma era già da noi, in Italia. E affrontare una malattia senza dati adeguati è difficile, anzi si può essere indotti ad errori di valutazione. Siamo stati travolti da un grande numero di malati, troppi casi, e non conoscevamo nemmeno la patologia. Nel mio reparto, dai 13 posti letto ordinari, siamo passati a 32, di cui 12 di semi-intensiva. Dal primo marzo a maggio abbiamo gestito ben 137 pazienti Covid (oggi a Malattie Infettive sono presenti solo due pazienti Covid). Sicuramente oggi, rispetto a marzo, abbiamo molti più elementi, maggiori conoscenze su alcuni farmaci da utilizzare e questo ci permette di gestire la malattia in modo migliore”.

Quali sono state le prime difficoltà riscontrate nella gestione del personale e nella logistica?

“All’inizio, l’idea che l‘elevato numero di pazienti che arrivavano ci potesse travolgere: abbiamo vacillato ma non siamo caduti. Qualche difficoltà, inizialmente, con il numero dei medici ma siamo riusciti a reggere l’urto anche grazie a professionisti che sono rientrati dalla pensione per darci una mano; l’ufficio personale si è prodigato per questo; siamo stati rafforzati da una collega all’ultimo anno di specializzazione in Medicina interna che tuttora è una valida e competente collaboratrice. Sul fronte del personale infermieristico il direttore Uoc Area Infermieristica-Ostetrica ci ha messo a disposizione tutto il personale infermieristico necessario. Il gruppo è stato fantastico, tutti al lavoro senza sosta. A testa bassa, senza indugi o remore. Certo, in simili circostanze l’assistenza alle altre patologie si rallenta, è fisiologico. Ma noi siamo riusciti comunque a mantenerla per tutti. Abbiamo fatto tutto quello che era umanamente possibile. Un’esperienza professionalmente stimolante ma umanamente devastante. Abbiamo cercato di gestire i nostri pazienti ambulatoriali cronici continuando a prescrivere loro i farmaci o tramite contatti telefonici. Certo sono saltate le visite, tranne ovviamente le urgenze”.

E domani cosa ci aspetta? Una nuova ondata di contagi? Una nuova epidemia?

“Se arriverà una seconda ondata non lo so, francamente. Impossibile dirlo. Ci sono troppe incognite. Speriamo di no. Aspettiamoci però l’influenza da ottobre ed è quindi indispensabile vaccinarsi: ricordiamoci che anche l’influenza provoca migliaia di morti ogni anno e non è proprio il caso dover combattere contro tutti e due. Spero che per quella data si possano avere test più rapidi, sensibili e specifici per diagnosticare il Covid più rapidamente. E’ necessario non abbassare la guardia, continuare con le norme igieniche precauzionali continuamente consigliate; il virus continua a circolare, molto meno, ma è ancora presente: non dobbiamo dargli la possibilità di diffondersi; è importante, come viene detto ”testare, tracciare, trattare”. Ma sia chiaro a tutti che la storia delle Malattie infettive ci ha insegnato che prima o poi un’epidemia arriva, torna. Ecco perché secondo me sulla sanità va investito, non ci possiamo permettere sprechi. Razionalizzare non può equivalere a dire tagliare bensì ottimizzare. Altre epidemie arriveranno ma spero che quanto imparato questa volta ci possa servire per affrontare al meglio le prossime”.

Avete appreso molto, professionalmente e umanamente. Cosa di positivo e di negativo le lascia il Covid19?

“Molte le cose positive. Il mio gruppo sicuramente, che non smetterò mai di ringraziare per la professionalità e l’abnegazione dimostrate: dai medici, al Capo Sala, agli infermieri, al personale ausiliario, tutti. La collaborazione e l’integrazione perfetta che abbiamo avuto con la Rianimazione: sono stati mesi di decisioni difficili che ci hanno segnato, ma professionalmente e umanamente eccezionali. Tutta la ‘macchina’ sanitaria che si è organizzata per rispondere all’emergenza: i colleghi della Medicina che insieme a noi hanno gestito altrettanti malati Covid; i colleghi dei reparti non Covid che hanno continuato a gestire le altre patologie che arrivavano, permettendo a noi di dedicarci solo ai Covid; il Laboratorio Analisi, la Radiologia, le Professioni Sanitarie che hanno messo in campo tutto il personale, con la sua professionalità; la Farmacia che ha fatto fronte alle nostre richieste di farmaci e Dpi, il settore bio-medico che ha coordinato la fornitura delle attrezzature e delle numerose donazioni; il Settore Amministrativo; tutti hanno dato il loro contributo: ogni singolo ingranaggio, dal più piccolo al più grande ha girato insieme. Certo qualche ‘intoppo’ c’è stato, ma ne siamo venuti fuori. Se il sistema ha retto è perché tutti gli operatori hanno retto. E pagato, in molti casi contagiandosi ed ammalandosi, troppi, dando la vita: questi sono i veri eroi che non vanno dimenticati. Il pensiero va anche alla popolazione tutta che in ogni modo ci ha fatto sentire la sua vicinanza con ogni tipo di donazione: dalla colazione o cena portata in reparto al respiratore donato.
Il gap maggiore? Beh quello che avrebbe potuto trasformarsi in un disastro ma che fortunatamente la direzione Medica Ospedaliera ed il direttore di Area Vasta 4 hanno affrontato ottimamente e tempestivamente: avere un solo ospedale chiamato a diventare misto. Sono stati subito istituiti due distinti percorsi, Covid e No-Covid; un lavoro non facile. Se sarebbe servito un altro ospedale?La mia idea è che sarebbe servito un ospedale speculare a quello di Fermo, con gli stessi servizi, come avvenuto a Macerata con Civitanova o ad Ascoli con San Benedetto. Noi, invece, ci siamo ritrovati con un’unica struttura da dividere tra contagiati e non”.

Che pazienti vi siete trovati a dover curare e assistere? Che cosa ha imparato dal Covid?

“Abbiamo scoperto che il Covid non dà solo problemi respiratori con polmoniti mai viste prima. Abbiamo analizzato dei quadri tac impressionanti. Il problema non è solo polmonare. Coinvolge più apparati, dall’ictus al cardiologico fino al cutaneo. Il Covid è stato devastante perché con l’ammalato e i suoi familiari è stata stravolta anche la comunicazione, la relazione personale. Non è bello, credetemi, comunicare per telefono che un proprio caro sta peggiorando, che è deceduto. L’aspetto comunicativo ci ha massacrati, con i pazienti che ci riconoscevano solo dalle nostre voci sotto le tute e le maschere. Cosa ho imparato io personalmente? Che la scienza non ci dà sempre certezze. Qualcuno dice che il medico deve lavorare con scienza e coscienza. Noi all’inizio ci siamo appigliati solo alla seconda ma fortunatamente abbiamo retto l’urto”.


Insomma degli eroi. O ‘solo’ professionisti che sono stati chiamati a una dura prova?

“Non parlatemi di eroi, per favore. Non mi piace per niente quest’espressione, questa storia. Questo è il nostro lavoro, abbiamo scelto di farlo e questo comporta anche affrontare simili situazioni. Lo Stato, i cittadini, hanno investito su di noi, continuano a farlo quotidianamente. E noi abbiamo il dovere di ricambiare. Con la parola ‘eroi’ passa il messaggio che avevamo scelto di sacrificarci. Non è affatto così. Per carità, lo sforzo che abbiamo fatto è stato immane. Ma gli eroi spesso muoiono e, o finiscono nel dimenticatoio, o di loro resta una lapide. Noi siamo quelli che lavoravano anche prima del Covid con serietà e professionalità, e quelli che continueranno a farlo allo stesso modo anche domani passato il Covid”.

 


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