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Il mio 6 gennaio nel cuore della notte di fuoco a Washington, il racconto di Iacopo Luzi

USA - Il racconto de lfermano Iacopo Luzi, alla fine di una giornata, vissuta 'in prima linea' e che ha segnato, in negativo, la storia degli States: "Una delle pagine più misere della storia americana si era appena conclusa"
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di Iacopo Luzi

Doveva essere un giorno normale, per quanto non si sia mai visto un giorno tranquillo negli ultimi quattro anni di presidenza Trump. Eppure il 6 gennaio ero sicuro che sarebbe stato solamente un giorno lungo, estenuante, a tratti noioso, probabilmente sarei uscito alle tre di notte, ma che avrebbe portato a un risultato certo e ineluttabile: la certificazione della vittoria di Joe Biden alle presidenziali 2020.
E così sarebbe dovuto essere, nonostante la volontà di qualche repubblicano di opporsi e portare il tutto per le lunghe. Da giorni si vedevano Trumpisti in giro per la città e, viste anche le parole incendiare del presidente, gridate pure davanti alla Casa Bianca nella mattinata del mercoledì, qualcuno si aspettava delle possibili violenze, magari degli scontri con i membri di Black Lives Matter e gli Antifa, come era successo nelle precedenti proteste.
Nessuno poteva immaginare, manco le forze di polizia, che delle rumorose proteste ai piedi del Campidoglio si sarebbero tramutate in un’invasione del Congresso, uno dei luoghi in teoria più sicuri del mondo, e una forzata sospensione della certificazione per svariate ore, mentre la paura e il panico prendevano il sopravvento. E tu nel mezzo, mentre dall’Italia già partivano le chiamate e i messaggi preoccupati.
Nel mezzo di questo assurdo giorno: quattro morti, più di cinquanta arrestati, due bombe artigianali trovate nei dintorni del Capitol Hill, un poliziotto morto per le ferite riportate negli scontri e uno degli emblemi degli Stati Uniti trasformato in una baraonda di esagitati convinti che le elezioni fossero state rubate. Ovviamente senza alcuna prova concreta e reale. Perché ricordiamolo: ok protestare, ma ha senso quando la ragione della protesta è una clamorosa menzogna?
Io sono un giornalista televisivo e, quando si fanno coperture live dal Congresso, per forza ti ritrovi a stare in quelle che vengono chiamate Cannon e Russell Rotunda, dei colonnati molto telegenici ubicati negli edifici legislativi ai lati del Campidoglio. Sei lì, ascolti ciò che succede nelle due aule e racconti davanti a una telecamera ciò che sta accanendo, se sei fortunato placchi qualche congressista o senatore che passa di lì e magari ti esce fuori anche uno scoop. Eppure, ieri, la notizia era fuori, a trecento metri, fra gas lacrimogeni e spray urticante.
Io avevo visto la polizia del Congresso chiudere gli edifici per dei falsi allarmi in passato, capita spesso, ma non avevo mai visto le facce degli agenti così spaventate, senza la minima idea di che cosa stesse succedendo veramente e di quali pericoli avrebbero potuto incontrare fra il labirinto di corridoi e tunnel che compongono la rete sotterranea del Campidoglio.
So solo che, in cinque minuti, tutte le persone presenti nel Congresso sono state evacuate, abbandonano tutto dove stava, e portate di forza nei sotterranei, al sicuro. All’inizio si pensava fosse un allarme bomba. Solo dopo, nell’incredulità generale, mentre la polizia entrava e usciva di corsa, apparivano agenti in equipaggiamento antisommossa e con la pistola fuori dalla fondina, ci è stato detto che dei manifestanti erano entrati dentro il Congresso e c’era da tutelare la sicurezza dei legislatori, dei giornalisti, di tutta la gente che lavora lì.


Il congresso era in lockdown. Nessuno entra, nessuno esce. Io, insieme a diversi membri della Camera, chiusi, aspettando che il peggio passasse. Invano le mie proteste e le grida per farmi uscire, che, diamine, dovevo andare nel mezzo della notizia, che ero un giornalista, che la sicurezza era l’ultimo dei miei pensieri. Nulla da fare. Eppure le voci delle centinaia di persone che avevano fatto irruzione dentro, fino ad arrivare sotto la cupola del Congresso e dentro l’ufficio della presidente Nancy Pelosi, manco fossero a casa loro, quelle sì, si potevano sentire chiaramente.
Da giornalista, non ero spaventato. Questa gente non mi ha mai spaventato. Ho sempre pensato che fossero dei fanatici, ma spesso e volentieri delle tigri di carta che parlavano tanto e facevano, alla fine, poco.
E ripeto: non che questo mercoledì abbiano fatto tanto, sicuramente più del solito, ma alla fine il tutto si è ridotto nel ribaltare qualche tavolo, rompere qualche porta, alcune finestre, portarsi a casa dei “souvenir” e farsi delle foto in stile vacanza Alpitour.
Il fatto è che la polizia del Congresso deve garantire la sicurezza dei suoi membri, non affrontare orde di persone furibonde. E di fronte a tanta rabbia e forza, la polizia si è ritrovata completamente in inferiorità numerica per svariate ore. Per il resto, la priorità era ridurre la tensione, soprattutto perché c’erano dei manifestanti armati con fucili semiautomatici.
Bastava veramente poco per trasformare tutto in una carneficina in pieno stile sparatoria di massa americana.
Io, dal sotterraneo, sono riuscito dopo un po’ a uscire, andare fuori e non credere ai miei occhi: Il Congresso era ancora in mano ai Trumpisti, mentre i giornalisti venivano colpiti, le telecamere distrutte, senza che nessuno indossasse una benedetta mascherina nel mezzo di una pandemia come quella attuale. Ma quello, onestamente, era l’ultimo dei problemi.
Solo dopo ore e un massiccio intervento di praticamente tutte le forze dell’ordine presenti nella capitale, dalla guardia nazionale al servizio segreto, la situazione è tornata lentamente alla normalità, mentre l’oscurità scendeva sulla città e il sindaco di Washington imponeva un coprifuoco dalle 18 in poi. Freddo, buio, urla e grida che lentamente si affievolivano.
Washington, la capitale degli Stati Uniti, il centro del potere dello zio Sam, era diventata improvvisamente una città fantasma, con le strade bloccate, sirene blu e volanti ovunque, mentre i Trumpisti, probabilmente convinti di aver fermato la certificazione per sempre, se ne tornavano a casa. In giro solo qualche lupo solitario che, vedendo noi giornalisti, si fermava a chiedere se fossimo dei patrioti e se dicessimo la verità.
Molti di loro con il cellulare in mano, scattando foto, e gridando: “Ti controlliamo, eh”. Io, di rimando, non potevo fare altro che sorridere alla cattiva sorte, consapevole che sarebbe potuta andare molto peggio. Ma con una certezza: una delle pagine più misere della storia americana si era appena conclusa.
E una consolazione: alle otto di sera la certificazione ha ripreso il suo corso e nella notte del giovedì Biden è stato ufficialmente nominato 46esimo presidente degli Stati Uniti. Trump, pare, si sia convinto ad autorizzare una transizione pacifica, senza concedere la vittoria, anche se si temono nuove proteste e nuove violenze. Questa volta la sicurezza sarà ben diversa.
E poi il 20 di gennaio lascerà la Casa Bianca, probabilmente senza essere portato fuori di peso, si inaugurerà la presidenza Biden, mentre i manifestanti pro-Trump torneranno alle loro vite, con una lezione appresa (forse): puoi fare tutto il rumore che vuoi, usare tutta la forza che ti pare, ma la democrazia non si può fermare. Vince sempre, alla fine. Magari farà una figuraccia, perché di figuraccia stiamo parlando con uno dei luoghi cardine degli Stati Uniti vilipeso in mondovisione, ma alla fine proseguirà con il suo corso.
E come ha detto il senatore dello Utah, Mitt Romney: questa gente verrà ricordata per questo vergognoso episodio. Sarà la loro eredità, insieme a quella di Trump. Il resto sarà solo un lontano, e per alcuni, brutto ricordo, che lentamente scomparirà.

‘articolo originariamente pubblicato su TPI’


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