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Quei 56 “giorni necessari” di lockdown: Italia 1 e le foto di Monia Marchionni Pronto anche un libro su Fermo

PORTO SAN GIORGIO - Quarant'anni, “madre e fotografa”, è stata intervistata da Remo Croci all'interno di un approfondimento di Studio Aperto Mag

di Andrea Braconi

Certi passaggi, nei nostri percorsi esistenziali e professionali, non avvengono mai per caso. Sono, al contrario, la piacevole conseguenza di un lungo lavoro, di scelte che nel tempo si rivelano decisive. E anche il frutto di una sensibilità particolare, di quel sapere guardare oltre che si incastona perfettamente nel vissuto di Monia Marchionni. Quarant’anni, “madre e fotografa” di Porto San Giorgio, Monia ha saputo attrarre consensi sia nazionali che internazionali sui suoi progetti. Ritagliandosi uno spazio anche all’interno della puntata del 20 marzo di Studio Aperto Mag.

Perché il magazine del tg di Italia 1 si è interessato a te? È stata una coincidenza fantastica, non è Italia Uno che cerca me ma è la curatrice, la giornalista Barbara Silbe, fondatrice di Eyes Open Magazine, a cui è stato affidato questo approfondimento sulla fotografica e che conosce il mio lavoro. Quando gli è stato offerto questo approfondimento, per una durata di circa 20 minuti, lei ha liberamente deciso la sua scaletta e i suoi artisti. Così mi ha chiamata a dicembre per comunicarmi questa cosa e dirmi che era rimasta molto colpita dal progetto ‘I giorni necessari’, realizzato durante la quarantena. Considerato che la prima puntata ci sarebbe stata a marzo e che lei era convinta che saremmo stati ancora nel vivo della pandemia, mi ha detto: ‘Tu sarai la prima, con un progetto personale ma che rappresenta tanti di noi’.”

E quindi a inizio anno arriva la troupe in casa tua.

A gennaio il giornalista Remo Croci mi ha intervistato, abbiamo parlato di tante cose e in quel momento ho pensato di riambientare una scena che faceva parte del progetto: la fotografia del 25 aprile con il soggiorno pieno d’edera, una scena che parlava della nostra immobilità mentre la natura continuava il proprio corso. Remo è entrato ed era molto incuriosito.”

Restiamo proprio sulla pandemia, su come l’hai vissuta e raccontata.

Subito non avevo pensato che quel periodo di lockdown potesse avere un potenziale per me, ma dopo qualche giorno ho capito che potevo sfruttare qualcosa di brutto per farlo diventare positivo per la mia sfera personale. Così ho incominciato ad indagare i personaggi della casa, che per me sono delle isole: mio padre, mio marito, la mia piccolina che ha sofferto tantissimo questa chiusura. Quindi, ogni giorno scattavo foto, focalizzandomi sulle emozioni di quel giorno. In tutta la quarantena ne avrò fatte almeno 3.000. In una foto mi sono ritratta con un capillare rotto: era lo stesso giorno terribile dei carroarmati a Bergamo e la metafora era quella del piangere i nostri morti. Tenevo anche un diario che raccontava sia fuori che dentro la mia casa. Inoltre, ogni foto ha una didascalia, anche con dati nazionali e familiari.”

E quando finisce questo lavoro?

Il giorno in cui è iniziata la Fase 2, il 4 maggio. Da lì ho raccolto tutte le foto e ho iniziato a montarle in dittici.”

Nel frattempo, in te è subentrata anche l’esigenza di avere un sito, che oggi porta il nome di moniamarchionni.com.

Avevo solo un blog realizzato tantissimi anni fa, quando facevo ancora l’Accademia. Poi nel tempo mi sono concentrata più sull’immagine del pensiero rispetto ad una fotografia semplice e quindi non l’avevo più aggiornato. Oggi sui social sono solo su Instagram, un’opportunità fantastica per chi come me fa fotografie: da lì ho avuto tantissimi contatti, anche curatori per una mostra a Parigi, vedevo le varie call dei premi internazionali, avevo sempre tutto a portata di mano. Però quando facevo i post era tutto molto confuso, senza un ordine.”

Quindi ti serviva una casa.

Esatto, mi serviva una casa attrezzata, semplice, con diverse stanze e ogni stanza doveva contenere un progetto. Con il sito ho dato un’ordinata al mio archivio mentale ed è sempre un emozione: ti ritrovi un lavoro di tanti anni, dal 2008 al 2020, rivedi tutto il percorso e l’evoluzione della poetica. E magari noti anche che tante cose rimangono stabili.”

Come è strutturato?

C’è un homepage con slide che introducono ai vari progetti. C’è anche una sezione commercial, considerando le foto creative che faccio per le aziende a partire da quella di famiglia, dove attualmente lavoro curando le foto di immagine. Nel sito trovi anche una news press, una bio per capire la formazione di chi c’è dietro e infine i contatti. Insomma, molto semplice e pieno di immagini, ma solo quelle di cui ho bisogno.”

Manca all’appello il tuo ultimo progetto, questa volta anche di profilo editoriale, incentrato su Fermo. L’uscita del libro per la Giaconi Editore è prevista per inizio giugno, poi ci sarà una mostra al Terminal nell’autunno 2021. Sul sito lo pubblicherò in concomitanza dell’uscita del libro. Si intitola ‘Fermo visioni extra ordinarie’ e contiene anzitutto la mia visione di Fermo, non la città per come è o per come la vedono tutti: sono tagli diversi che raccontano la storia dei luoghi, mettendoli in scena. Ci sono la piazza, le cisterne romane, il teatro, il Conservatorio, i parchi e altro. C’è un riscontro fotografico e oggettivo che dialoga con la mia soggettività e abbino ad ogni scatto una foto d’epoca: quindi abbiamo la Fermo del passato, quella percepita da me e quella del quotidiano. Spero che questo progetto sia anche un incentivo a visitare la città.”

Perché rimani così ancorata a questo territorio?

Io vivo qui, è inutile guardare fuori quando riscontro già un potenziale altissimo, sul quale posso realmente inscenare dei mondi. Dietro questa quotidianità vedo un mondo straordinario, da raccontare.”


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