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Si riparte “solo all’aperto” e fino alle 22: viaggio tra dubbi, critiche e speranze dei ristoratori 

DL RIAPERTURE - Il grido d'allarme dei ristoratori che sono, sì, pronti a riaprire. ma con mille dubbi e perplessità. Si chiede più potere ai sindaci. E spunta anche la proposta di una Unità di Crisi: "L’importante è che ci facciano riaprire perché non possiamo far morire di virus l’economia"
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di Leonardo Nevischi

Da domani le Marche torneranno in zona gialla. Quella che fino a pochi giorni fa sembrava essere soltanto un’ipotesi, venerdì scorso è stata confermata dai dati forniti dall’ultimo monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità e dalle parole di Francesco Acquaroli. Da domani, quindi, cambieranno le regole relative agli spostamenti, ma soprattutto all’apertura di bar e ristoranti. I locali infatti potranno riaprire per pranzo e cena, ma solo all’aperto. E proprio per questo motivo sono diversi i ristoratori che si stanno preparando a questa eventualità.

«Noi venerdì, da quando è uscita la bozza del decreto relativa alle riaperture dal 26, ci siamo riorganizzati per essere pronti – ci spiega Giampaolo Montevidoni dello chalet Sudomagodo di Porto Sant’Elpidio –, anche se riteniamo che la riapertura solo all’aperto non sia del tutto efficace a causa della vicinanza alla costa e del periodo stagionale non propriamente caldo. Il non sapere se il tempo può tirarci un brutto scherzo è molto condizionante, pertanto avremo preferito che avessero imposto una distanza maggiore tra i vari commensali ma che l’interno della sala potesse essere utilizzato».

I locali che possono gestire spazi all’aperto avranno più possibilità di lavorare, ma non tutti possono permettersi i dehors come nel caso dell’Osteria Fante di Coppe: «Noi abbiamo solamente 8 posti fuori, di cui solo metà al coperto – ci illustra il titolare Pierpaolo Moreschini –. Abbiamo riaperto questo mese facendo un po’ di asporto per prepararci ad una possibile riapertura e per far riprendere un po’ la mano ai due giovani ragazzi che lavorano con me, ma con l’asporto il gioco non vale la candela. Pertanto da un punto di vista lavorativo e di interesse economico non vedo l’ora di riaprire, ma, se devo essere sincero, dal punto di vista sanitario non ho ancora la serenità necessaria per riaprire. Ci fanno riaprire, ma la situazione sanitaria è la stessa di 15 giorni fa: viaggiamo ad una media di 400 morti al giorno. Ci potevano far ripartire anche due settimane fa, tanto i numeri erano suppergiù quelli, solo che ora il governo ha molta pressione addosso e quindi ci danno un contentino. L’Inghilterra, che da 15 giorni ha zero morti di Covid, in questi giorni ha riaperto ed a metà maggio tornerà a fare i coperti al chiuso. In Italia, invece, ci hanno fatto riaprire forse perché la gente non ne può più, ma magari sarebbe stato meglio che venisse dato un aiuto economico da parte dello Stato e che si fosse riaperto soltanto in totale sicurezza. Ora aspetto il 2 maggio, perché non vorrei che con una settimana si scateni il caos e ci richiudano un’altra volta. La Sardegna purtroppo insegna… La voglia di uscire è giustificata, ma bisogna regolarsi perché altrimenti non se ne esce più. La soluzione ideale sarebbe stata quella di chiudere tutto come a marzo 2020 e ovviamente dare dei sostentamenti: invece io da un anno non ho saltato un mese di affitto e di bollette ma non ho visto un soldo. Come possono pretendere di tenere delle attività chiuse per un anno e non aiutarle in nessuna maniera? Loro vogliono sia l’uovo sia la gallina, ma o mangiano l’uno o mangiano l’altra».

«Io ho fatto il calcolo per il contributo a fondo perduto del decreto legge seguita il titolare di Fante di Coppe – ed ero al 28.5% quindi per un punto e mezzo di percentuale non ho ricevuto nulla. Il paradosso è che io che ho fatto 50mila euro in meno posso tranquillamente vivere, mentre uno che ha fatto 55mila euro in meno ha ricevuto i soldi. Che poi alla fine è uno specchietto per le allodole perché per ogni 5 mila euro di fatturato in meno al mese che hai fatto lo Stato ti riconosce 180 euro. Cosa ce li danno a fare?».

Pierpaolo Moreschini, titolare dell’Osteria Fante di Coppe a Porto Sant’Elpidio

Della stessa linea di pensiero anche Marcello Polverini del ristorante “Emilio” di Fermo che vede nelle riaperture del 26 aprile uno stratagemma da parte del governo per non pagare i ristori. «Noi siamo tutti nervosi ed agitati perché non ci è permesso di lavorare e gli aiuti promessi non arrivano: siamo con l’acqua alla gola e prima o poi qualcuno scoppierà. Coloro che hanno una partita iva o lavorano con delle aziende possono mangiare tranquillamente dentro al locale, ma gli avventori devono rimanere fuori. Qual è la differenza? Caos totale. Vorrei vedere se davvero nelle menti di chi ci governa è concepibile mangiare all’aperto in questo periodo dell’anno. È impossibile anche regolarsi nell’ordinare la merce ai fornitori perché le condizioni climatiche possono stravolgere le prenotazioni, costringendo i clienti a rinunciare in caso di maltempo. Al momento – seguita Polverini – all’interno sto sfruttando la mensa, ma sono circa 20 persone al giorno. Come posso con sole 20 persone sostenere le spese di gestione del ristorante che tra commercialista, affitto, luce e gas ammontano a circa 6mila euro?».

Punta il dito contro il governo anche Nazario Luzi, titolare dello chalet ristorante “Il Grillo” di Lido di Fermo. «Si parla dei trasporti come maggiore fonte di contagio, ma nessuno dice che l’anno scorso il Comitato Tecnico Scientifico aveva permesso l’apertura dei trasporti pubblici con una capienza dell’80% giudicandola sicura. È impossibile evitare un contagio se su 10 posti disponibili 8 sono occupati. Chi è in errore? Il ristoratore che cerca di lavorare per mandare avanti la baracca o chi per legge ha dato l’autorizzazione di riempire gli autobus all’80%? – si interroga retoricamente Luzi, il quale poi dice la sua sulla possibile riapertura della prossima settimana – In qualunque maniera ci fanno lavorare sono contento perché ne abbiamo bisogno, ma tengo a precisare che non sono tra quelli che pur di lavorare passano sopra i cadaveri di coloro che muoiono di Covid. Sul fatto del mangiare all’aperto a me cambia poco perché la mia sala è una veranda dotata di porte-finestre e quindi tenendole aperte sono in grado di lavorare tranquillamente, tuttavia mi dispiace per chi non ha questa possibilità. L’unico ostacolo reale è il coprifuoco alle 22: qui per me la soluzione da adottare è quella proposta dal governatore della Liguria Giovanni Toti, il quale ha detto che se un individuo va al ristorante e poi da lì torna diretto a casa, anche se si trattiene dopo le 23 avrebbe comunque lo scontrino fiscale che certificherebbe l’ora e il luogo in cui ha mangiato, potendo valutare anche se la strada che sta percorrendo è congrua al percorso di ritorno».

Nazario Luzi, titolare dello chalet ristorante “Il Grillo” di Lido di Fermo

La voglia di ripartire c’è da più di un anno, la speranza che sia la volta buona si scontra però con il timore di non essere pronti. E a tal proposito, secondo Paolo Felici titolare del ristorante “Tre Nodi” di Porto San Giorgio la colpa è da attribuire alla mancanza di sincronizzazione tra quello che dice lo Stato e quello che dicono i Comuni. «Sono in contatto con moltissimi colleghi e pochissimi dispongono dello spazio all’aperto. L’occupazione del suolo pubblico è lenta e farraginosa, invece servono risposte immediate da parte delle istituzioni perché la situazione è drammatica perché continuano ad arrivare bollette nelle quali l’importo della tassazione complessiva supera ampiamente l’importo dei consumi e questo non è accettabile. La soluzione sarebbe attivare da parte dei Comuni un’unità di crisi, dialogando con i ristoratori in maniera celere e capire se ci può essere la concessione d’urgenza di spazi pubblici per fare in modo che chi si trova in prossimità di una piazza, di una spiaggia o di una strada che si può ridurre senza compromettere la circolazione possa lavorare avendo a disposizione quei posti. Sarebbe il momento che i sindaci si facciano sentire vicini ai cittadini invece ci ritroviamo completamente soli, abbandonati anche dalle associazioni di categoria. A questo punto confido solamente nel miglioramento della situazione sanitaria, perché per quella amministrativa non c’è possibilità».

Paolo Felici titolare del ristorante “Tre Nodi” di Porto San Giorgio

«Non si rendono conto che nessuno sta cercando di guadagnare ma ognuno sta cercando di sopravvivere. Cessare queste piccole attività e poi riaprirle non sarà facile, specialmente in un paese in cui l’accesso al credito è difficile – continua Felici –. Io ho 4 dipendenti in cassa integrazione e se ci autorizzeranno alla riapertura, dovrò metterne una in cucina ed una in sala. Dunque supponiamo che ne lasciassi due in cassa integrazione e le altre due vengono a lavorare: per quest’ultime io devo pagare i contributi e lo stipendio. E con cosa glieli pago? Come può un ristorante che già di per sé ha 40 posti, ridotti a poco più di una decina tra il distanziamento e lo stare all’aperto, pagare due dipendenti che lavorano a pranzo e a cena? Lo Stato ci rimette il personale a nostro carico, in modo tale da non pagare più  la cassa integrazione, ma non ci dà gli strumenti per poi poter pagare questi dipendenti».

A chiudere il viaggio tra i dubbi e le speranze dei ristoratori è Piero De Santis, volto noto elpidiense e titolare del ristorante “Il Gambero” e dello chalet “Settemari”. «Noi non abbiamo problemi di spazio, ma comunque questa decisione è una disgrazia che continua ad ucciderci. Il mese di maggio generalmente era dedicato alle cerimonie e per noi era strepitoso perché contavamo molte prenotazioni già solo nelle quattro domeniche: l’anno scorso ne abbiamo perse 1228 mentre quest’anno con i distanziamenti 800. Il Ctf sta prendendo una grande cantonata perché i ristoranti non sono il luogo in cui ci si infetta, ma anzi tutto questo sta portando le famiglie ad organizzarsi da sole nelle case e si rischia molto di più perché nelle famiglie non ci sono né protocolli né controlli. Per non parlare delle grandi incongruenze palesate: ad esempio al Gambero i clienti dell’hotel possono mangiare all’interno della sala mentre quelli che mangiano alla carta devono stare fuori. Lo stesso discorso vale per le mense e per gli Autogrill, dove vi puoi mangiare in zona rossa, arancione e gialla, mentre nei ristoranti è vietato. Tutto questo sta favorendo il default di grandi aziende sane che in questo momento rischiano di andare in seria difficoltà. Tutti i grandi ristoranti che fanno cerimonie sono a terra».

«Martedì insieme ai ristoratori di Ancona e Macerata siamo stati ricevuti dal presidente Acquaroli e il vicepresidente Carloni – illustra De Santis –. La linea della regione è quella della doppia apertura (pranzo e cena) e lo spostamento del coprifuoco fino alle 23 ma non è stata accolta dal governo centrale. Acquaroli ci sta vicino ma più di questo non è riuscito ad ottenere. Gli abbiamo chiesto di rafforzare i poteri dei sindaci per poter intervenire in quelle zone della città dove ci sono assembramenti chiudendo intere vie e piazze. Laddove non si rispettano le regole abbiamo chiesto sanzioni più severe: l’importante è che ci facciano riaprire perché non possiamo far morire di virus l’economia. Abbiamo una costituzione bellissima ma i nostri diritti non sono tutelati perché, nonostante ci obbligano a stare chiusi, non ci pagano nemmeno le spese fisse dimostrabili. Io sto ancora aspettando i soldi del decreto Draghi: è una vergogna».

Piero De Santis, con ristoratori di Ancona e Macerata, ricevuto dal presidente Acquaroli e dal vicepresidente Carloni

 


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