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Fondi per il sisma, droga e riciclaggio, le Marche nel mirino della ‘ndrangheta: “A Fermo proiezioni riferibili alle cosche del crotonese”

RELAZIONE semestrale della Direzione investigativa antimafia: "A Fermo sarebbero emerse proiezioni riferibili alle cosche del crotonese"
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Dia-antimafia

Gli uomini della Dia

 

Cosche del Catanzarese nell’Ascolano, del Crotonese nel Maceratese, nel Fermano e nell’Anconetano, del Reggino nel Pesarese: le mani della ‘ndrangheta si allungano sulle Marche. E’ quanto emerge dall’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, nel merito delle indagini svolte nel secondo semestre del 2020. A far gola alla criminalità organizzata sono il tessuto produttivo della nostra regione, fatto di medie e piccole imprese, e i finanziamenti pubblici relativi alla ricostruzione post sisma.  

«Come già accaduto in altre Regioni – evidenzia la Dia – le consorterie potrebbero infatti tentare di infiltrarsi nell’aggiudicazione degli appalti e dei subappalti pubblici e privati a svantaggio delle imprese “sane” per trarre profitti da impiegare ulteriormente in altri canali dell’economia legale. Al riguardo, sebbene la regione non faccia registrare al momento forme di stabile radicamento delle “mafie tradizionali” negli ultimi anni si è comunque evidenziata la presenza e talvolta l’operatività di affiliati alla criminalità organizzata calabrese». Nella relazione si parla dunque delle varie province delle Marche. «Nello specifico, a San Benedetto del Tronto sarebbero stati individuati soggetti riconducibili alla ‘ndrangheta del catanzarese – sottolinea la Dia – in provincia di Macerata e a Fermo sarebbero emerse proiezioni riferibili alle cosche del crotonese, mentre in provincia di Pesaro Urbino è stata invece accertata l’operatività di soggetti riconducibili alle cosche dell’area reggina. Per l’anconetano così come per il Veneto e la Liguria si rammenta che l’operazione “Terry” ha rivelato come alcuni soggetti legati alla  ‘ndrina Grande Aracri fossero dediti a pratiche usurarie ed estorsive spesso aggravate dal metodo mafioso. Inoltre, gli esiti dell’indagine “Open Fiber”218 del febbraio 2020 hanno dimostrato come avvalendosi della collaborazione di professionisti marchigiani la ‘ndrina Alvaro riuscisse a riciclare cospicue somme di danaro attraverso “triangolazioni finanziarie” tra l’Italia e la Svizzera e la commissione di plurimi reati tributari. Nello stesso contesto mafioso, l’operazione “Eyphemos 2” del 28 settembre 2020 ha condotto alla cattura di 9 esponenti degli Alvaro, a vario titolo, indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori ed autoriciclaggio con l’aggravante di aver agevolato la ‘ndrina. L’inchiesta ha riguardato oltre Sant’Eufemia d’Aspromonte (Rc) anche diverse località del centro-nord Italia tra le quali Fabriano (An) dove risiedeva uno degli indagati a carico del quale sono stati sequestrati un appartamento, una società e un terreno».

Non solo ‘ndrangheta, la Dia rileva infatti l’azione sul territorio regionale di gruppi camorristici per quanto riguarda in particolare lo spaccio di droga e l’infiltrazione dell’economia legale in relazione alla crisi generata dalla pandemia. «Nello specifico – aggiunge la Dia – risulta di interesse il sequestro preventivo eseguito il 19 novembre 2020 dalla Guardia di finanza di Rimini nell’ambito dell’operazione “Dirty cleaning” (descritta nel paragrafo dedicato all’Emilia Romagna) a carico una ditta operante nel settore delle sanificazioni tra Rimini e Pesaro,  nonché la denuncia di 4 persone per intestazione fittizia di beni. Dalle indagini è emerso che un pregiudicato napoletano (sorvegliato speciale dal 2016 e fratello di un soggetto affiliato al clan Di Lauro) dopo il primo lockdown aveva realizzato un redditizio giro di affari grazie alle sanificazioni di esercizi commerciali, utilizzando una società con sede a Pesaro e intestata a un prestanome».

«Si evidenzia inoltre che nelle Marche si è ripetutamente manifestato l’interesse da parte di un’imprenditoria “rapace” a perseguire profitti attraverso l’inserimento nell’illecita gestione del ciclo dei rifiuti – specifica la Dia – Ciò in particolare con riferimento ai Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche). Tali condotte si sono concretizzate in due circostanze avvalendosi dello scalo portuale anconetano a fini di traffico e in una terza ricercando l’illecito smaltimento». Infine la presenza di gruppi criminali di matrice etnica: nigeriani e albanesi su tutti, che si sarebbero ritagliati «un ampio margine di operatività nei settori del traffico e dello spaccio di stupefacenti, dell’immigrazione clandestina, della tratta di esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione. Aggiornata conferma nel senso è offerta da 2 operazioni concluse nel luglio 2020: la prima – spiega la Dia – riguardante l’arresto di due “corrieri” albanesi che detenevano una “partita” di eroina all’interno dell’abitacolo di un autoarticolato giunto al porto di Ancona e proveniente da Durazzo (Albania), la seconda denominata “Pesha” che ha condotto il 21 luglio 2020 al fermo sul territorio regionale di 19 nigeriani appartenenti a un’associazione dedita alla tratta di esseri umani, al riciclaggio e al traffico di stupefacenti. Il gruppo etnico risultava organico al cult “Supreme eiye confraternity”. Inoltre, con l’operazione “Daraga” il 17 dicembre 2020 i Carabinieri di Macerata hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di 24 pakistani e afghani poiché ritenuti responsabili di produzione e traffico di sostanze stupefacenti».

«Nella regione – conclude la Dia – si rileva una maggiore concretezza della proiezione mafiosa calabrese e la presenza significativa di sodalizi di origine straniera per cui appare necessaria un’attenta azione di contrasto mirata anche a colpire eventuali “avvicinamenti” tra organizzazioni di diversa matrice e funzionali al perseguimento di obiettivi comuni, già registrati in altre porzioni del territorio nazionale soprattutto nel settore degli stupefacenti». 

(Redazione Cm)


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